E forse perfino lei non sa come Afrodite intende usarmi…
"Spiare Atena e poi ucciderla" ricordo.
Perché? Anche se le aspre parole di Zeus a suo figlio Ares sono vere (ossia che gli dèi possono morire della Vera Morte) è possibile per un semplice mortale farli fuori? Diomede ce l’ha messa tutta, oggi. "E ha tolto di mezzo due dèi, che galleggiano nelle vasche, mentre vermi verdi lavorano su di loro."
Scuoto la testa. All’improvviso sono molto stanco e molto confuso. Il mio tentativo di sfidare gli dèi, che al momento ha solo un giorno, è quasi terminato. Domani a quest’ora Afrodite mi farà eliminare.
"Dove vado?"
Non posso nascondermi a lungo agli dèi. E se diventa chiaro che ci provo, la dea dell’amore si farà con la mia pelle una giarrettiera anche prima. Non appena si sarà rimessa, domani, mi vedrà… mi troverà.
Posso telequantarmi sul campo di battaglia ai piedi di Ilio e lasciare che la Musa mi trovi. Forse questa rimane l’alternativa migliore. Si riprenderà i congegni, ma forse mi lascerà vivere finché Afrodite non sarà tolta dalla vasca. Cos’ho da perdere?
"Un giorno." Afrodite starà nella vasca un giorno e nessuno degli altri dèi può vedermi o trovarmi finché lei non sarà tornata. "Un giorno."
In realtà mi resta un giorno di vita.
Con questo pensiero in mente, decido alla fine dove andare.
I quattro viaggiatori decisero di mangiare, alla fin fine.
Savi scomparve per qualche minuto in uno dei tunnel illuminati e tornò portando piatti più caldi: pollo, riso scaldato, peperoni al curry e fettine d’agnello ai ferri. Ore prima, a Ulanbat, i quattro avevano spizzicato, ma adesso mangiarono con voglia.
«Se siete stanchi» disse Savi «potete dormire qui, stanotte, prima che ce ne andiamo. In alcune stanze qui accanto ci sono comode zone letto.»
Tutti dissero di non essere poi molto stanchi, era solo tardo pomeriggio, tempo di Cratere Parigi. Daeman si guardò intorno, inghiottì il boccone di agnello ai ferri e chiese: «Perché vivi in un…». Si girò verso Harman. «Come l’hai chiamato?»
«Iceberg» rispose Harman.
Daeman annuì, tornò a guardare Savi. «Perché vivi in un iceberg?»
Savi sorrise. «Questa mia particolare casa potrebbe essere dovuta… diciamo così… alla nostalgia di una vecchia.» Si accorse che Harman la fissava intensamente e soggiunse: «Ero in una sorta di vacanza in un iceberg come questo, quando il fax finale ebbe luogo senza di me, più di dieci volte il vostro tempo di vita fa».
«Credevo che avessero memorizzato tutti, durante il fax finale» disse Ada. Si pulì le dita in un bel tovagliolo di lino color tanè. «Tutti i milioni di umani vecchio stile.»
Savi scosse la testa. «Non milioni, mia cara. Eravamo solo poco più di novemila, quando i post eseguirono il fax finale. Per quanto ne so, nessuno di loro — molti erano amici miei — fu ricostituito, dopo lo Iato. Tutti noi sopravvissuti alla pandemia eravamo ebrei, sai, grazie alla nostra resistenza al virus rubicon.»
«Cosa sono gli ebrei?» domandò Hannah. «O meglio, cos’erano?»
«Per lo più un costrutto razziale teorico» rispose Savi. «Un gruppo genetico semidistinto, creato da isolamento culturale e religioso nel corso di varie migliaia d’anni.» Esitò e guardò i quattro ospiti. Solo Harman, con la sua espressione, faceva pensare che avesse una vaga idea di ciò di cui lei parlava. «Non importa, in realtà» riprese piano Savi. «Ma è per questo, Harman, che mi hai sentito chiamare "Ebrea Errante". Sono divenuta un mito. Una leggenda. Le parole "Ebreo Errante" sono rimaste, anche se il significato è andato perso.» Sorrise di nuovo, ma senza allegria.
«Come hai evitato il fax finale?» chiese Harman. «Perché i post-umani ti hanno tralasciata?»
«Non lo so. Mi sono fatta la stessa domanda per secoli. Forse perché facessi… da testimone.»
«Testimone?» disse Ada. «Di cosa?»
«Ci furono molti cambiamenti bizzarri in cielo e in terra nei secoli precedenti e successivi al fax finale, mia cara. Forse i post avevano l’impressione che qualcuno, anche solo un decrepito essere umano vecchio stile, dovesse testimoniare tutti quei cambiamenti.»
«Molti cambiamenti?» disse Hannah. «Proprio non capisco.»
«No, mia cara, non puoi capire. Tu e i tuoi genitori e i genitori dei tuoi genitori avete conosciuto un mondo che sembra non cambiare affatto, se non per qualche individuo e solo al ritmo di un secolo a persona. No, i cambiamenti di cui parlo non erano tutti visibili, certo. Ma questa non è la Terra che gli originali vecchio stile e i primi post conoscevano.»
«Qual è la differenza?» chiese Daeman, con un tono che mostrò a tutti quanto poco fosse interessato alla risposta.
Savi puntò su di lui lo sguardo. «Tanto per dirne una — piccola, certo, a confronto di tutte le altre, eppure importante per me — non ci sono altri ebrei.»
Mostrò loro dov’erano le toilette e suggerì che per il viaggio si togliessero le termotute.
«Non ne avremo bisogno?» chiese Daeman.
«Farà freddo, andando al sonie, ma ce la caveremo» disse Savi. «E dopo non vi serviranno.»
Ada si tolse la termotuta e tornò sul divano nella stanza principale; guardava le pareti di ghiaccio e pensava a tutta quella storia, quando Savi uscì da una diversa stanza laterale. La donna indossava calzoni più pesanti, stivali più robusti e più alti, una mantella foderata e un berretto calato sugli occhi; portava i capelli raccolti a coda di cavallo. Aveva in spalla uno zaino cachi sbiadito, che pareva pesante. Ada non aveva mai visto una donna vestirsi in quel modo ed era affascinata dallo stile della vecchia. Anzi, capì, era affascinata proprio da Savi.
Anche Harman pareva affascinato, ma dall’arma ancora nella cintura di Savi. «Pensi ancora di sparare a uno di noi?» chiese.
«No» rispose Savi. «Non subito, almeno. Ma di tanto in tanto ci sono altre creature cui bisogna sparare.»
Nella camminata fuori dall’iceberg fino al sonie sentirono davvero freddo: il vento ululava ancora e la neve cadeva con insistenza. Ma sotto la bolla del campo di forza si stava bene. Savi prese il posto frontale, quello occupato da Harman nel volo precedente, e Ada si sistemò come prima a destra; notò che, quando Savi passò la mano sulla cappottatura nera sotto la manopola, comparve l’ologramma di un quadro di comando.
«E quello da dove spunta?» chiese Harman, che si era sistemato alla sinistra di Savi, lasciando così vuoto il posto fra Daeman e Hannah.
«Non sarebbe stata una buona idea per voi provare a far volare il sonie nel viaggio fin qui» disse Savi. Si accertò che ognuno si fosse sistemato in posizione prona, poi ruotò la manopola; la macchina emise un basso ronzio e si alzarono in verticale a più di duecento metri sul ghiaccio, eseguirono una gran volta inversa (erano tenuti fermi al loro posto dal campo di forza, ma avevano davvero l’impressione che non ci fosse altro che aria fra loro e un’orribile fine contro l’azzurro ghiaccio o più giù nel nero mare) e poi la macchina si raddrizzò, virò a sinistra e salì ripidamente verso le stelle.
Quando la macchina fu in volo verso nordovest a grande velocità e a notevole altezza, Harman disse: «Quest’affare può andare lassù?». Mosse il braccio sinistro e con il dito premette contro l’elastico campo di forza.
«Dove?» disse Savi, concentrata sul display olografico davanti a sé. Alzò gli occhi. «L’anello-p?»
Harman si era girato quasi di schiena e fissava l’anello polare in movimento da nord a sud sopra di loro: le decine di migliaia di singoli componenti brillavano di luce incredibilmente vivida nell’aria chiara e rarefatta a quella quota. «Sì» disse.
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