Ares parla per primo. «Padre Zeus, non t’infuria vedere tale umana violenza, tale sanguinosa opera? Siamo gli eterni, immortali dèi, ma, dio li maledica, patiamo ferite e insulti, grazie alle nostre stesse divine dispute e volontà in conflitto, ogni volta che mostriamo a questi puzzolenti mortali un briciolo di gentilezza. È già dura che ci tocchi combattere quei mortali figli di puttana resi pazzi furiosi dalla nanotecnologia, signore Zeus, ma dobbiamo anche combattere te!»
Ares prende fiato, fa una smorfia di dolore e aspetta. Zeus rimane in silenzio, continua a guardare in cagnesco, pare riflettere sulle parole del dio della guerra.
«E Atena!» ansima il dio ferito. «Hai lasciato che quella ragazza passasse il segno, o figlio di Crono. Da quando l’hai messa al mondo dalla tua stessa testa — quella figlia del chaos e della distruzione — gliele hai sempre date tutte vinte, non hai mai arginato la sua sconsideratezza. E ora lei ha convertito il mortale Diomede in una delle sue armi, l’ha spronato a infuriare contro noi dèi.»
Ares adesso è furibondo. Volano schizzi di saliva. Vedo ancora le spire grigiastre dei suoi intestini in ciò che pare sangue dorato.
«Prima ha incitato quel… quel… mortale a colpire Afrodite, ferendola al polso, spargendo sangue divino. Gli assistenti del Guaritore dicono che per riprendersi dovrà stare nella vasca un giorno intero. Poi Atena sprona Diomede ad assalire me — me, il dio della guerra — e il greco, potenziato dalla nanotecnologia, era abbastanza veloce da mandare anche me nelle vasche per giorni o settimane, forse addirittura rendere necessaria la resurrezione, se non fossi stato ancora più veloce di lui. Se con la punta della lancia mi avesse preso il cuore, sarei ancora laggiù a torcermi fra cadaveri umani, soffrendo più di quanto già non soffra, cercando di tenere duro, ma battuto da semplice bronzo mortale, debole come un ansimante fantasma dei giorni della nostra vecchia Terra e…»
«BASTA!» tuona Zeus e non solo ferma la diatriba di Ares, ma blocca ogni dio e robot presente. «Non ascolterò più lamenti a vanvera da te, Ares, bugiardo, ipocrita, infida cacchetta di passero, miserabile burla d’uomo, altro che dio.»
Ares batte le palpebre, sorpreso, e apre la bocca, ma (saggiamente, ritengo) decide di non interromperlo.
«Quanti lamenti e gemiti per un piccolo taglietto!» lo deride Zeus. Allarga le possenti braccia e protende una mano gigantesca, come per prepararsi a eliminare con un ordine il dio della guerra. «Ti odio più di tutti i vermi scelti per diventare dèi, quando fu l’ora del nostro Cambiamento, miserabile ipocrita. Tu, cuore di vigliacco, che ami la morte e le sinistre battaglie e il sanguinoso mulino della guerra. Hai la cattiveria di tua madre, Ares, e anche la sua violenza… a stento riesco a tenere Era al suo posto, lo ammetto, soprattutto quando decide di attuare un piccolo progetto che le sta a cuore, come massacrare gli achei fino all’ultimo uomo.»
Ares si piega in due, come ferito dalle parole di Zeus, ma sospetto che la causa del dolore sia in realtà il robot sferico librato a mezz’aria che gli ricuce l’addome con quella che pare una cucitrice industriale portatile.
Zeus non bada all’attività dei medici e passeggia avanti e indietro, giungendo a due metri da me, prima di girarsi e tornare di fronte ad Ares, che si mantiene ingobbito, con smorfie di dolore.
«Mi auguro che sia il suggerimento di tua madre, la spinta di Era, a farti soffrire così, o dio della guerra…» Colgo benissimo il divino sarcasmo nella voce di Zeus. «Preferirei che tu morissi…»
Ares drizza la testa, ora davvero sorpreso e terrorizzato.
Zeus scoppia a ridere nel vedere l’espressione del dio della guerra. «Non sai che possiamo morire? Morire al di là della ricostruzione nelle vasche o della resurrezione ricombinante? Possiamo, figlio mio, possiamo!»
Ares abbassa gli occhi, confuso. La macchina ha quasi terminato di rimettere nell’addome le divine viscere e di applicare nella carne del muscolo gli ultimi punti di sutura.
«Guaritore!» tuona Zeus e una creatura alta e decisamente non umana emerge da dietro le vasche gorgoglianti. La creatura è un millepiedi, più che una macchina, con braccia multiple, ciascuna con giunture multiple, e rossi occhi da mosca in cima a quattro metri e mezzo di corpo dai multipli segmenti. Cinghie e congegni e bizzarri frammenti organici pendono da finimenti attaccati al gigantesco corpo d’insetto del Guaritore.
«Sei sempre mio figlio» dice Zeus, con voce più dolce, il Signore del Tuono al sofferente dio della guerra. «Sei mio figlio come io sono figlio di Crono. A me tua madre ti ha partorito.»
Ares alza la mano insanguinata, quasi a voler afferrare il braccio di Zeus, ma questi non bada al gesto. «Ma credimi, Ares. Se tu fossi nato dal seme di un altro dio e, crescendo, ti fossi rivelato una così merdosa delusione, stai tranquillo che da un bel pezzo ti avrei gettato in quel profondo pozzo buio dove i Titani si torcono ancora oggi.»
Con un gesto invita il Guaritore a occuparsi di Ares, poi si gira ed esce a grandi passi dalla sala.
Arretro, come gli altri dèi presenti, mentre il gigantesco Guaritore prende Ares in cinque delle molte braccia, lo porta alla vasca vuota, lo collega a vari fili e tubicini e cavetti e lo lascia cadere nel gorgogliante liquido viola. Appena sprofonda anche col viso, Ares chiude gli occhi; da varie aperture nel vetro sciamano i vermi verdi e si mettono al lavoro sul ventre devastato del dio.
Decido che è ora di andarmene.
Comincio a imparare il ritmo del teletrasporto quantico con questo congegno a forma di medaglione. Mi basta raffigurare con chiarezza nella mente il posto dove voglio andare e il congegno mi telequanta lì. Richiamo alla mente il campus della mia università nell’Indiana, ultimi anni del ventesimo secolo. Il congegno non reagisce. Con un sospiro richiamo alla mente il dormitorio degli scoliasti alla base di Olimpo.
Il medaglione mi ci porta subito. Mi materializzo (sono sempre invisibile, grazie all’Elmo di Ade) ai piedi dei rossi gradini di fronte alla verde porta del casermone di pietra rossa.
È stata una giornata maledettamente lunga e voglio solo trovare la mia branda, togliermi di dosso tutta questa roba e farmi un buon sonno. Ci pensi Nightenhelser a fare rapporto alla Musa.
Come se il mio pensiero l’avesse evocata, la Musa compare, a soli due metri da me, e spalanca la porta del casermone. Resto sorpreso. La Musa non è mai venuta nei dormitori; siamo sempre noi a prendere l’ascensore di cristallo e salire da lei.
Protetto dalla tecnologia dell’Elmo di Ade che mi rende invisibile, la seguo nella sala comune.
«Hockenberry!» grida la Musa, con la potente voce da dea.
Uno scoliaste più giovane di me, Blix, uno studioso di Omero del ventiduesimo secolo assegnato al turno di notte nella piana di Ilio, esce dalla sua stanza al pianterreno, sfregandosi gli occhi, con aria istupidita.
«Dov’è Hockenberry?» chiede la mia Musa.
Blix scuote la testa e resta a bocca aperta. Si è appena alzato dal letto e ha addosso un paio di boxer e una maglietta macchiata.
«Hockenberry!» ripete con impazienza la Musa. «Nightenhelser dice che è andato a Ilio, ma lì non c’è. Non ha fatto rapporto. Hai visto passare qualche scoliaste del turno di giorno?»
«No, dea» risponde il povero Blix, chinando la testa in una sorta d’approssimazione della deferenza.
«Tornatene a letto» ordina la Musa, disgustata. Esce, guarda giù verso la spiaggia dove gli omini verdi tirano con fatica le teste di pietra dalla cava; poi si telequanta e lascia un vuoto che l’aria riempie subito con un lieve schiocco.
Potrei seguire la sua pista nello spazio di traslazione di fase, ma per quale motivo? Evidentemente vuole farsi restituire l’Elmo di Ade e il medaglione. Con Afrodite nella vasca, sono per lei una potenziale causa di danni… Scommetto che, oltre ad Afrodite, solo la Musa sa che sono stato attrezzato per fungere da spia, con quei congegni.
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