Inoltre, tutta quella gente che aveva visto e sentito in lontananza stava urlando e correndo nella sua direzione. E pur essendo più piccoli del suo dito mignolo, man mano che si avvicinavano diventavano più alti.
Confuso, si voltò e si mise a correre sul pendio verso la torreggiante parete di terra che abbracciava l’imboccatura della galleria.
— Un Sopravvissuto è scappato! Un Sopravvissuto è scappato! — era il grido che si levava alle sue spalle.
Inciampò su un piccolo ostacolo che non aveva sentito e si rialzò in piedi con mosse scomposte, disorientato e stordito. Il calore che proveniva da quella grossa cosa chiamata «sole», gli batteva senza pietà sulle spalle nude e sulla schiena, mentre si arrampicava sulla collina avvicinandosi sempre più all’entrata del corridoio.
Il terribile buco di buio nero si divise in due e le due parti si allontanarono l’una dall’altra mentre lui malediceva i muscoli dei propri occhi, tentando disperatamente di forzarli ad una visione normale. Alla fine, i due buchi si riunirono in uno solo che si rivelò più distintamente mentre Jared arrivava di fronte alla bocca della galleria, annaspando senza più fiato.
Ma non riusciva a costringersi ad entrare nel tunnel!
Il buio era troppo spesso e spaventoso!
Ci poteva essere un pipistrello in attesa proprio dietro la prima curva!
O avrebbe potuto cascare in qualche vasto e insondabile abisso che non sarebbe stato in grado né di vedere né di sentire!
Con gli inseguitori, che gli erano quasi addosso, si girò impulsivamente e si mise a correre lungo l’immensa parete rocciosa. Inciampò più volte e, a un certo punto, si trovò a rotolare giù per uno scosceso pendio finché un fitto cespuglio di piante basse e ruvide frenò la sua corsa.
Si rialzò e, attraversato quell’ostacolo immateriale, continuò a fuggire, correndo per metà del tempo con gli occhi chiusi e scontrandosi di frequente con gli ampi steli delle piante del Paradiso che incontrava sul suo cammino. Alla fine, però, le voci alle sue spalle cominciarono a farsi più lontane e il calore di Idrogeno sulle braccia e sulla schiena divenne meno severo di quanto era stato per innumerevoli battiti.
Corse a lungo; poi si fermò a riprendere fiato. Poi riprese a correre, finché cadde a terra e andò a rotolare di nuovo, impotente, in mezzo a un’altra distesa di piante avvinghiate al suolo. Quando si fermò, strisciò all’interno di quella fitta vegetazione e rimase lì, esausto, col volto premuto contro la terra umida.
— Immagino di aver avuto torto, Jared. In fondo, non è poi così terribile. Inoltre, credo che i mostri stiano davvero tentando di aiutarci.
I pensieri di Leah si sviluppavano su un tono molto diverso dalle ultime volte che si erano messi in contatto mentale. Adesso le sue mute frasi erano calme, ordinate. Era come se Thorndyke, dopo aver vinto in qualche modo la sua resistenza, avesse stabilito poi un controllo completo su di lei, e la stesse adoperando come un richiamo, pensò Jared.
— No, Jared, non è affatto così. Almeno, io non lo credo. Sono sicura che non mi stanno assolutamente costringendo a fare questo.
Se i mostri la controllavano senza che Leah se ne accorgesse, si disse Jared, allora voleva dire che erano ancora più traditori e pericolosi di quanto avesse immaginato.
— Forse non sono affatto mostri — continuò la donna. — In effetti, non mi hanno fatto mai male, tranne quando mi hanno obbligata ad aprire gli occhi di fronte alla luce. E sono stata in contatto con Ethan. Lui non ha affatto paura! Anzi, è convinto che siano buoni.
Jared si rotolò sul terreno e, ancora mezzo addormentato, ricordò di esser caduto esausto da qualche parte in mezzo alla vegetazione bassa e fitta dell’infinito.
— Ethan è soddisfatto — continuò Leah, — giacché può girare dove gli pare senza più bisogno di aiuto da parte mia, senza nemmeno dover adoperare gli echi della sua bisaccia di grilli. Dice che non deve sentire quando può benissimo «vedere» ciò che gli sta davanti.
Una melodia sorprendente proruppe dall’alto e Jared si irrigidì, contro il terreno umido e ruvido. Ma, anche se all’inizio ne era rimasto spaventato, notò che c’era uno strano incanto in quel trio di note secche e acute che riempivano l’infinito di un triste splendore e respingevano indietro il vuoto sonoro.
— Non aver timore — lo incoraggiò Leah, che aveva evidentemente sentito quei toni meravigliosi attraverso i suoi orecchi. — Io l’ho già ascoltato molte volte. E stata una delle cose che mi ha convinta alla fine che questo non poteva essere l’inferno della Radiazione.
— Che cos’è? — domandò Jared, mentre continuava ad ascoltare quella successione profondamente dolce di note alte, basse e medie.
— È un animale alato… un uccello. — Poi, appena ebbe avvertito la sua improvvisa apprensione, subito disse: — No. Non è nulla di simile a un pipistrello delle profondità. È un piccolo affarino delicato. Ethan dice che è una delle creature originarie dell’infinito… del «mondo esterno», cioè, come lo chiama lui… una di quelle che è riuscita a sopravvivere.
Poiché Jared taceva, la donna prosegui: — Adesso, è «notte» fuori, come dicono loro. Ma finirà presto, e ritornerà il giorno. Ethan dice che devono trovarti a tutti i costi prima che si alzi Idrogeno.
Il giovane avvertiva un prurito continuo, una sensazione dolorosa che gli percorreva le spalle e la schiena. Non era molto intensa, ma era abbastanza fastidiosa da tenerlo completamente e spiacevolmente sveglio.
Aprì gli occhi e affondò con rabbia le dita nella terra soffice.
Adesso non c’era più quella grande furia luminosa che l’aveva circondato prima! Ora c’era soltanto un soffice lucore che non dava fastidio agli occhi e che gli fece capire una piacevole realtà: le cose là fuori non dovevano per forza essere tutta luce bruciante o tutto buio assoluto, ma esisteva una gradevole via di mezzo.
Le tre note distinte risonarono di nuovo e lui captò i sottili echi riflessi dagli steli delle piante del Paradiso che si innalzavano tutt’intorno a lui. Ma in alto, al disopra delle cime ricamate come trina di quelle piante — «alberi», ricordò, era il loro nome — le incantevoli note si perdevano nell’immensa vastità.
E adesso, mentre i suoi occhi penetravano aldilà di quelle fragili cime degli alberi, Jared vide un grande disco di luce fredda che era simile e allo stesso tempo diverso dal sole. Aveva la stessa grandezza dell’altro. Ma, laddove Idrogeno era furioso come il tuono di mille scroscianti cascate, questa sfera era gentile ed accattivante, e gli riportava alla mente la seducente melodia della creatura alata.
I suoi occhi accarezzarono la grande volta che copriva tutto quell’infinito e, senza fiato per lo stupore e la bellezza di quello spettacolo, smise di contare i piccoli vividi punti di luce che danzavano lassù e diventavano più deboli o più forti mentre li studiava.
Aldilà di quelle gaie pagliuzze della volta e frammista ad esse, si trovava una sobria distesa di buio che gli riportava alla mente le gallerie e i mondi in cui aveva trascorso tutta la vita fino ad allora. Ma quegli affascinanti granelli di luce erano così eleganti che l’occhio non trovava il tempo di preoccuparsi dell’arrivo incombente del buio.
Un mondo senza barriere materiali, eccezion fatta per il terreno sotto di lui. Un mondo racchiuso non da un’infinito di rocce e fango, ma da un infinito di semibuio ravvivato da tanti piacevoli punticini luminosi e da un grazioso disco di luce, almeno fino a quel momento. Altre volte, invece, era un infinito di luce forte, rabbiosa, dominato da una cosa grande e maligna chiamata «sole».
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