Era seduta sul letto; indossava un accappatoio bianco sopra un pigiama blu scuro. Sbadigliava, si stirava. La faccia, di solito così tesa, era gonfia per il troppo dormire. Per forza di abitudine entrai nella sua mente, e vidi qualcosa di nuovo e sorprendente. L’iniziazione erotica di mia sorella. La notte prima. L’intera faccenda: la sveltina nella macchina parcheggiata, il sorgere dell’eccitazione, l’improvviso rendersi conto che la cosa stava diventando qualcosa di più di un interludio di petting, i calzoni che partivano, il goffo scambiarsi di posizione, l’annaspare impacciato con il preservativo, il decisivo momento di esitazione che spalancava la strada a una totale compiacenza, le maldestre inesperte dita che titillavano il pube verginale per farlo bagnare, lo spingere cauto, rozzo, la lacerazione, la sorpresa di scoprire che la penetrazione era accompagnata da dolore, l’urtare e spingere il corpo contro corpo, l’improvvisa esplosione del ragazzotto, tutta la confusione che ne seguiva, il senso di colpa e la confusione e il disappunto per il fatto che era tutto finito con Judith ancora insoddisfatta. Il ritorno a casa in macchina, in silenzio, vergognosa. Dentro casa, in punta di piedi, quel salutare sottovoce i genitori sempre in guardia, che non dormono mai. La doccia a notte fonda. L’ispezione a quel pulire la vulva defiorata e leggermente gonfia. Un sonno duro da venire e frequentemente interrotto. Un lungo periodo di debolezza, durante il quale pensa e ripensa a quanto è successo quella sera: lei è compiaciuta e sollevata di essere diventata donna, però è anche spaventata. Riluttanza ad alzarsi e a guardare in faccia il mondo, il giorno seguente, soprattutto a guardare in faccia Paul e Martha. Judith, il tuo segreto non è un segreto per me.
— Come stai? — chiedo.
Buttato lì, ma teatralmente, con voce strascicata: — Ho tanto sonno. Ho fatto le ore piccole. Come mai sei qui?
— Ci faccio un giro ogni tanto per vedere la famiglia.
— È difficile riuscire a vederti.
— Non è grazioso da parte tua questo, Jude. Per te resto sempre quell’essere ripugnante?
— Perché mi rompi le palle, Duv?
— Te l’ho detto, sto cercando di essere socievole. Tu sei la mia unica sorella, l’unica che mai avrò. Ho pensato di mettere dentro la testa e di dirti ciao.
— L’hai fatto. Dunque?
— Potresti raccontarmi quello che hai fatto dall’ultima volta che ti ho vista.
— Ti interessa?
— Se non mi interessasse, perché te lo chiederei?
— Evidente — disse lei. — A te non te ne frega proprio niente di quello che io ho fatto. A te non te ne frega proprio niente di niente che non sia David Selig, e perché fingi diversamente? Non hai nessun bisogno di farmi domande cortesi. Non è naturale, detto da te.
— Ehi, vacci piano! — Non cominciamo così presto a litigare, sorellina. — Che cosa ti ha messo in testa che…
— Hai mai pensato a me nell’ultima settimana? Per te io sono soltanto un oggetto. La sdolcinata sorellina. La marmocchia. La rompiballe. Hai mai fatto una conversazione con me? Su una cosa qualunque? Hai mai conosciuto il nome della scuola che frequento? Per te io sono un’estranea completa.
— No, non è vero.
— Ma per la miseria, che cosa sai di me?
— Tutto.
— Per esempio?
— Dacci un taglio, Jude.
— Un esempio. Uno solo. Qualcosa che riguardi me. Per esempio…
— Per esempio. Benissimo. Per esempio, so che sei andata a letto con uno stanotte.
Ci restammo tutti e due di stucco. Io mi chiusi in un silenzio confuso, quasi non credendo di essermi lasciato scappare quelle parole dalle labbra; e Judith scattò come se avesse preso la scossa, il suo corpo che andava irrigidendosi e impennandosi, gli occhi che scintillavano di stupore. Non so quanto tempo restammo congelati, incapaci di parlare.
— Che cosa? — disse lei finalmente. — Che cos’hai detto, Duv?
— Hai sentito bene.
— L’ho sentito ma mi sembra di aver sognato. Ripetilo.
— No.
— Perché no?
— Lasciami perdere, Jude.
— Chi te lo ha detto?
— Per piacere, Jude…
— Chi te lo ha detto.
— Nessuno — bisbigliai.
Il suo sorriso era trionfante, da far paura. — Tu sai qualcosa? Io ti credo. Onestamente ti credo. Non te lo ha detto nessuno. L’hai tirato fuori direttamente dalla mia mente, non è vero, Duv?
— Vorrei non essere mai entrato qui.
— Ammettilo. Perché non vuoi ammetterlo? Tu leggi nella mente della gente, non è così, Duvid? Tu sei una specie di fenomeno da fiera. Lo sospettavo da molto tempo. Tutti quei piccoli sospetti che avevi, e che finivano sempre per risultare esatti, e il modo falsamente imbarazzato con cui ti schermivi quando avevi ragione. Quel parlare del tuo “intuito” nell’indovinare le cose. Proprio così! Proprio così, intuito! Io lo sapevo come stavano veramente le cose. Dicevo a me stessa: Questo stronzo sta leggendomi nella mente. Però mi dicevo anche che era pazzesco, che non ce n’è di gente così, è una cosa impossibile. Soltanto che è vero, non è così? Tu non ci tiri. Tu leggi. Noi per te siamo spalancati e tu ci leggi come libri. Spiando dentro di noi. Non è così?
Sentii un suono dietro di me. Feci un salto, atterrito. Invece era soltanto Martha, che aveva messo dentro la testa nella camera da letto di Judith. Un mezzo sorriso, vago, sognante. — Buon giorno, Judith. O meglio buon pomeriggio, dovrei dire. State facendo una conversazione interessante, ragazzi? Sono così contenta. Non dimenticarti di far colazione, Judith. — E proseguì per la sua strada.
Judith disse con asprezza: — Perché non glielo hai detto? Descrivile tutta la faccenda. Con chi sono stata questa notte, che cosa ho fatto con lui, come mi sentivo…
— Basta, Jude.
— Non hai risposto alla mia domanda. Tu ce l’hai questo potere magico, non è così? Non è così?
— Sì.
— E hai continuato per tutta la vita a spiare di nascosto dentro la gente.
— Sì. Sì.
— Lo sapevo. Non è che lo sapessi davvero, però di fatto lo sapevo da sempre. E questo spiega tante cose. Perché mi sentivo sempre sporca quando avevo un ragazzo e tu bazzicavi da quelle parti. Perché mi sentivo come se tutto quello che facevo dovesse finire sui quotidiani del giorno dopo. Io non ho mai avuto una privacy, anche quando ero chiusa a chiave in bagno. Non mi sentivo da sola. — Rabbrividì. — Spero di non rivederti mai più, Duv. Adesso che so quello che sei. Vorrei non averti mai visto. Se mai capitasse che ti becco a sbirciare nella mia mente dopo questo, ti taglio le palle. Capito? Ti taglio le palle. Adesso smamma in modo che possa vestirmi.
Uscii fuori barcollante. In bagno mi aggrappai al bordo freddo del lavandino e mi piegai proprio contro lo specchio per studiare la mia faccia tutta rossa, eccitata. Parevo intronato, intontito, i lineamenti rigidi come se avessi preso una botta. «So che sei andata a letto con uno stanotte.» Perché glielo avevo detto? Una disgrazia? Le parole mi erano saltate fuori di bocca perché lei mi stuzzicava al di là di ogni limite possibile? Ma io non avevo mai permesso a nessuno di costringermi a una simile rivelazione, prima d’ora. Non ci sono casi fortuiti, ha detto Freud. Non ci sono neanche i lapsus. Ogni cosa è voluta, a un livello o un altro. Dovevo aver detto a Judith quello che le avevo detto perché avevo bisogno che almeno lei conoscesse la verità sul mio conto. Ma perché? Perché lei? Ne avevo già parlato con Nyquist, sì; non ci potevano essere rischi nel farlo; ma non lo avevo mai ammesso con nessun altro. Quanto mi sono dato da fare per nasconderlo, eh, signorina Mueller? E adesso Judith sapeva. Le avevo fornito un’arma con la quale lei poteva distruggermi.
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