Divennero intimi amici. Uscivano insieme due o tre volte alla settimana, mangiavano insieme, bevevano insieme. Selig aveva sempre immaginato che l’amicizia con qualcun altro di quel genere sarebbe stata unica, intensa, ma non così; dopo la prima settimana, davano per scontata la loro particolarità e quasi mai discussero del dono che condividevano. Non accadde mai che si congratulassero l’un l’altro per aver formato un’alleanza contro il mondo non dotato che il circondava. Loro comunicavano certe volte a parole, certe volte per contatto mentale diretto; diventò un rapporto di amicizia piacevole, allegro, messo alla prova soltanto quando Selig scivolava in quello stato d’animo tutto rimuginazioni che gli era abituale: allora Nyquist lo prendeva in giro per la sua autocommiserazione. Però anche questo non rappresentò un vero ostacolo fra loro prima dei giorni della tormenta di neve, quando tutte le tensioni furono moltiplicate dal fatto che stavano passando troppo tempo insieme.
— Prendi il tuo bicchiere — disse Nyquist.
Gli versò uno spruzzo ambrato di bourbon. Selig si accomodò di nuovo per bere, mentre Nyquist si metteva in giro alla ricerca delle ragazze. Gli ci vollero cinque minuti. Sondò tutto il palazzo e scoprì un paio di ragazze che vivevano insieme, proprio al quinto piano. — Dà un’occhiata — disse a Selig. Selig entrò nella mente di Nyquist. Nyquist si era sintonizzato sulla coscienza di una delle ragazze — sensuale, indolente, felina — e, attraverso gli occhi di lei, stava guardando un’altra ragazza, una bionda alta, magra. Nonostante subisse una doppia riflessione, l’immagine mentale era nitidissima: la bionda aveva gambe lunghe, era sensuale, un portamento da modella. — Questa è mia — disse Nyquist. — Adesso dimmi se ti piace la tua. — Balzò, trascinando con sé Selig, nella mente della bionda. Sì, un figurino, più intelligente dell’altra ragazza, fredda, egoista, passionale. Dalla sua mente, via Nyquist, arrivò l’immagine della sua compagna di stanza, scompostamente sdraiata su di un sofà, con indosso una vestaglietta tutta rosa: piccola, tonda, dai capelli rossi, ben dotata in fatto di seni, un viso da luna piena. — Ma sicuro — disse Selig. — Perché no? — Nyquist, rovistando in quelle due menti, scovò il numero di telefono delle ragazze, le chiamò, mise in opera tutto il suo fascino. Loro scesero per un drink. — Che spaventosa bufera di neve — disse la bionda, rabbrividendo. — C’è da diventar matti! — I quattro passarono attraverso un mucchio di liquori con un ronzante accompagnamento jazz: Mingus, MJQ, Chico Hamilton. La rossa era meglio di quel che Selig si aspettava, non proprio così grassottella, non sgraziata — la doppia riflessione doveva aver introdotto qualche distorsione — ma rideva scioccamente, e lui scoprì che non gli piaceva quasi per niente. Comunque non si poteva certo far marcia indietro a quel punto. Finalmente, molto tardi nella serata, si accoppiarono. Nyquist e la bionda in camera da letto, Selig e la rossa in soggiorno. Quando furono finalmente soli, Selig le ridacchiò in faccia tutto imbarazzato. Non era mai riuscito a imparare come eliminare quel modo di ridere tutto infantile, che, lo sapeva bene, rivelava un miscuglio di timida pregustazione e opprimente terrore. — Salve — disse lui. Si baciarono e le mani di lui si portarono sui seni e lei si spinse sopra di lui in un modo spudoratamente affamato. Pareva avesse qualche anno più di lui, però la maggioranza delle donne gli dava questa impressione. I loro abiti partirono. — Mi piacciono gli uomini magri — disse lei, e faceva risatine sciocche pizzicando la sua carne scarsa. I suoi seni si alzarono verso di lui come uccelli rosati. La accarezzò con una timida insistenza, da vergine. In quei mesi di amicizia, Nyquist occasionalmente gli aveva passato le donne che lui scartava, ma erano settimane che non andava a letto con nessuna, e aveva paura che la sua astinenza potesse procurargli qualche guaio imbarazzante. No: il liquore raffreddava la sua foga al punto giusto e lui si controllò, infilandola solennemente e energicamente senza paura di venire troppo presto.
Quando, più o meno, si rese conto che la rossa aveva bevuto troppo per venire, Selig si sentì solleticare nel cranio; Nyquist lo stava sondando! Questa dimostrazione di curiosità, questo voyeurismo, assunse l’aspetto di una strana deviazione dal solito Nyquist riservato. Quella di spiare è un’abitudine mia , pensò Selig, e per un momento si sentì tanto disturbato dall’essere sotto osservazione mentre faceva all’amore, che cominciò ad afflosciarsi. Con uno sforzo cosciente si ricompose. Non c’è nessun profondo significato, si disse. Nyquist è completamente amorale e fa quello che gli salta in mente, sbircia di qua e sbircia di là senza il minimo riguardo alla decenza, e perché dovrei permettere che quel suo scandagliare mi turbi? Ristabilendosi, si lanciò contro Nyquist e ricambiò il sondaggio. Nyquist gli diede il benvenuto.
“Come ti va, Davey?”
“Benino. Proprio benino.”
“Mi sono procurato una di quelle proprio calde. Dà un’occhiata.”
Selig invidiava il freddo distacco di Nyquist. Niente vergogna, niente sensi di colpa, niente ostacoli di nessun genere. Però neppure nessuna traccia di orgoglio esibizionistico o di voyeurismo ansioso: a lui pareva assolutamente naturale scambiarsi simili contatti in un momento come quello. Selig non poteva trattenersi al sentirsi nauseato mentre scrutava, a occhi chiusi, Nyquist che si dava da fare sopra la bionda, e scrutava Nyquist che stava scrutando lui alla stessa maniera, riecheggiando immagini dalle loro copulazioni parallele che vertiginosamente rimbalzavano da mente a mente. Nyquist, fermandosi un attimo per scoprire e isolare il senso di disagio di Selig, lo prese in giro dolcemente. Sei infastidito dal fatto che c’è una specie di godimento latente in questo, gli disse Nyquist. Io, però, penso che quello che ti spaventa veramente è il contatto, ogni tipo di contatto. Giusto? Sbagliato, disse Selig, però sentiva che aveva fatto centro. Per altri cinque minuti continuarono a controllare l’uno la mente dell’altro, finché Nyquist decise che era ora di venire, e gli scossoni violenti del suo sistema nervoso scagliarono Selig fuori dalla sua coscienza, come al solito. Subito dopo, cominciando a sentirsi infastidito dalla deprimente, scattante, umida rossa, Selig lasciò che l’orgasmo lo sconvolgesse e crollò, rabbrividendo, spossato.
Nyquist ritornò in soggiorno una mezz’oretta più tardi, con la bionda, ambedue nudi. Non si preoccupò di bussare, il che sorprese un poco la rossa; Selig non sapeva come fare a dirle che Nyquist sapeva che loro avevano finito. Nyquist mise su un po’ di musica e rimasero tutti lì, tranquillamente seduti, Selig e la rossa trafficando con il bourbon, Nyquist e la bionda buttandosi sullo scotch; poi verso l’alba, quando la neve cominciò un po’ a mollare, Selig, così per provare, suggerì un secondo giro di scopate con cambio di partner. — No — disse la rossa. — Io sono tutta massacrata. Ho bisogno di andare a letto. Qualche altra volta, okay? — Si infilò a tentoni nei suoi abiti. Sulla porta, barcollando e ondeggiando, mentre dava un saluto da ubriaca, lasciò scivolar lì qualcosa. — Non riesco a trattenermi dal pensare che attorno a voi due c’è qualcosa di diverso — disse. In vino veritas. — Non siete una “strana coppia”, vero?
Io sono e resto a un punto morto. Piena bonaccia, immobile, attaccato all’ancora. No, questa è una menzogna, oppure, se proprio non è una menzogna, allora, il minimo che si può dire, per essere imprecisi e benevoli, è un mucchio difettoso di metafore. Sto declinando. Declinando in continuazione. La mia corrente sta andandosene. Sono scoperto come una nuda spiaggia rocciosa, duro come il ferro, come striscianti fasce di luride scure alghe marine che penzolano in direzione della risacca che se ne sta andando. Verdi crostacei mi rosicchiano. Sì, io declino, che è come dire io diminuisco, io mi attenuo. Ci credereste? Adesso mi sento assolutamente tranquillo su questo punto. Naturalmente il mio stato d’animo varia continuamente però
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