Robert Silverberg - Morire dentro

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Morire dentro: краткое содержание, описание и аннотация

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Morire dentro: è questa la sorte che attende David Selig, il telepate, profilandosi come un incubo all’orizzonte della sua esistenza. Una minaccia a un tempo psichica e biologica corrode i suoi poteri: e per Selig, abituato a «spiare» gli angoli più morbosi e reconditi dei suoi simili, a nutrirsi delle emozioni altrui, il lento affievolirsi delle proprie capacità è un graduale stillicidio. Robert Silverberg ci trasporta con questo romanzo (uno dei suoi ultimi) nella mente del telepate, sicché il lettore può provare, in «soggettiva», l’incredibile esperienza dl guardare in un altro universo, condividendo le emozioni dl una terza vista. Selig raggiunge cosi l’età in cui il suo dono potrebbe maggiormente giovargli: e invece si trova nuovamente respinto da una società che non è pronta per quelli come lui, e in cui anche il rapporto con un essere che possiede i suoi stessi poteri ESP diventa ambiguo e pericoloso. Moderno «Slan», David Selig si trova di fronte a un enigma troppo vasto per la sua fragile personalità: perchè sta perdendo il suo potere mentale? Si tratta solo di un male biologico, o di una minaccia più insidiosa? E che cosa sarà di lui al termine di questa incredibile «odissea nel pensiero»? Come ha scritto la rivista Analog: «Questo romanzo è intensamente umano… intensamente vero. I lettori ricorderanno
per una generazione, e forse ancor più».
Robert Silverberg non ha bisogno di presentazioni;
ha scritto di lui: «E il nostro autore migliore. Di volta in volta ha costantemente ampliato i parametri della fantascienza».

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È cosa buona il perdonare,
Meglio è, però, dimenticare!
Vivendo, ci tormentiamo,
Morendo, noi viviamo.

Prendi una lettera immaginaria, Mr. Selig. Schiarisciti la gola. Alla signorina Kitty Holstein, da qualche parte a Ovest, via Tal dei Tali, numero 60, New York City. L’indirizzo lo controlli dopo. Non preoccuparti delle rifiniture.

Cara Kitty,

io so bene che tu non hai sentito parlare di me in tutti questi anni, penso però che questo sia il momento giusto per tentare di riagganciare con te. Sono passati tredici anni e dobbiamo aver raggiunto, tutti e due, una certa maturità, cicatrizzando te vecchie ferite e rendendo possibile la comunicazione. Nonostante tutte le asprezze che possono essere esistite in passato tra noi, io non ho mai perso quel senso di tenerezza verso di te, e tu resti luminosa nella mia mente.

A proposito della mia mente, c’è qualcosa che ti devo dire. Non funziona più molto bene. Mi riferisco alle attività mentali, il trucchetto di leggere nel pensiero, che, naturalmente, non avrei potuto mai usare con te, ma che ha definito e configurato il mio atteggiamento verso chiunque altro al mondo. Questo potere sembra che stia andandosene, adesso. Ci ha procurate tante afflizioni, ricordi? In definitiva è stato quello a dividerci, come ho cercato di spiegarti nella mia ultima lettera, l’unica, a cui non hai mai risposto. Un altro anno o roba del genere — chi lo può sapere? sei mesi, un mese, una settimana? — e se ne sarà andato completamente e io non sarò altro che un uomo come tutti gli altri, come te. Non sarò più un’anomalia. Forse allora avremo una possibilità di riprendere la nostra relazione, che si interruppe nel 1963, e di ristabilirla su un piano più realistico.

Lo so che allora ho fatto delle stupidaggini. Ti ho cacciato via spietatamente. Ho rifiutato di accettarti com’eri, e ho tentato di far di te qualcos’altro, qualcosa di anormale, in concreto, qualcosa che mi assomigliasse. In teoria avevo delle buone ragioni per comportarmi in quel modo, almeno così pensavo allora; ma, naturalmente, erano sbagliate, e io non me ne accorsi prima che fosse troppo tardi. A te probabilmente apparivo tiranneggiante, prepotente, dittatoriale, io, proprio io che rinuncio anche a quello cui ho diritto! E tutto perché cercavo di farti cambiare. E ho finito per annoiarti. Naturalmente tu allora eri molto giovane, tu eri — devo dirlo? — superficiale, disinformata, e mi resistevi. Ma adesso che siamo entrambi adulti, potremmo riprovare.

Faccio molta fatica a immaginarmi come sarà la mia vita di essere umano normale, incapace di entrare nelle menti. Proprio adesso sono alla ricerca, con pochi risultati, di una definizione di me stesso, di una struttura. Sto pensando seriamente di entrare a far parte della Chiesa Cattolica Romana. (Dio buono, ma è vero? È la prima volta che ci penso! Il puzzo dell’incenso, il borbottio dei preti, è questo che sto cercando?) O, forse, della Chiesa Episcopale, non so. E, per di più, ho bisogno di innamorarmi di nuovo. Ho bisogno di essere parte di qualcun altro. Ho già cominciato a tentoni, cercando timidamente di riagganciare con mia sorella Judith, dopo un’intera vita di guerra; per la prima volta stiamo cominciando a parlare tra noi, e questo per me è incoraggiante. Però io ho bisogno di qualcosa di più: una donna da amare, non dico sessualmente ma globalmente. Effettivamente io ho avuto questo soltanto due volte nella mia vita, una volta con te, un’altra volta circa cinque anni dopo con una ragazza che si chiamava Toni, che non ti assomigliava granché e ambedue le volte il mio potere ha rovinato tutto; la prima volta me n’ero servito per avvicinarmi troppo, la seconda volta invece non me ne sono servito per avvicinarmi quanto era necessario. Dal momento che il potere mi sfugge via, dal momento che sta morendo, può darsi che finalmente ci sia la possibilità di un normale rapporto tra noi del tipo che hanno ordinariamente tutti gli esseri umani in tutti i tempi. Perché io sarò ordinario. Perché io sarò completamente ordinario.

Vorrei sapere di te. Adesso hai 35 anni, penso. Mi sembra tanto, anche se io ne ho 41 (41 non mi sembrano tanti, in un certo qual modo!). Penso ancora a te come se tu avessi sempre 22 anni. E tu mi sembri anche più giovane: allegra, aperta, ingenua. Naturalmente questa era la mia immagine fantastica di te; non avevo niente a cui ricorrere che non fossero le apparenze, non avrei mai potuto ricorrere al mio solito trucco con la tua psiche, e cosi costruii una Kitty che probabilmente non era per niente la Kitty reale. Ad ogni modo, tu hai 35 anni. Immagino che ne dimostri molto meno. Ti sei sposata? È naturale che tu l’abbia fatto. Un matrimonio felice? Un mucchio di frugoletti? Sei ancora sposata? Come si chiama tuo marito, dunque, dove abiti, come posso trovarti? Se sei sposata, riuscirai a incontrarti con me in qualche modo? In un certo senso non penso che tu sia stata una moglie completamente fedele — questo ti offende? — e perciò deve esserci un posticino per me, nella tua vita, come amico, e anche come amante. Hai visto ancora Tom Nyquist? Hai continuato a lungo a vederlo, dopo che abbiamo rotto? Eri amareggiata contro di me per le cose che ho detto di lui in quella lettera? Se il tuo matrimonio è andato in frantumi, o se per qualche ragione non sei mai stata sposata, adesso saresti disposta a vivere con me? Non come moglie, non ancora, ma soltanto come amica. Per aiutarmi a uscir fuori dalle ultime fasi di quello che mi sta succedendo? Ho un assoluto bisogno di essere aiutato. Ho bisogno di essere amato. Lo so! È una maniera schifosa di fare una proposta, prendi soltanto l’offerta, cioè, quel dirti: aiutami, confortami, sta con me. Avrei preferito conquistarti nella forza, piuttosto che nella debolezza. Ma, purtroppo, adesso sono debole. C’è questo universo di silenzio che sta accumulandosi nella mia testa, espandendosi, espandendosi, riempiendo tutto il mio cranio, creando questo enorme spazio vuoto. Sto vivendo un lento sgocciolio della realtà. Riesco soltanto a vedere il bordo delle cose, non la loro essenza; e adesso anche i contorni si fanno indistinti. Oh, Cristo. Kitty, ho bisogno di te. Kitty come ti troverò? Kitty, ti ho appena conosciuto. Kitty Kitty Kitty.

Dlang. La corta lamentosa. Dling. La cordicella tesa al limite di rottura. Dlong. La lira scordata. Dlang. Dling. Dlong.

Cari figli di Dio, oggi il mio sermone sarà brevissimo. Voglio soltanto che voi ponderiate e meditiate il profondo significato e mistero di alcune righe che intendo estrarre dal santo Tom Eliot, una guida su cui meditare in tempi di turbamento. Miei diletti, oriento la vostra attenzione sui suoi Quattro Quartetti , a quella sua riga paradossale, «Nel mio principio sta la mia fine», che egli, qualche pagina più avanti sviluppa con il commento: «Quello che noi chiamiamo principio spesso è la fine / E il porre fine è un dare inizio». Alcuni di noi proprio adesso sono alla fine, figlioli; il che vuoi dire che alcuni aspetti della loro vita, una volta centrali per loro, stanno trascinandosi verso la fine. Si tratta di una fine o di un principio? È possibile che la fine di una cosa non sia il principio di un’altra? Io penso che sia così, carissimi. Ritengo che chiudere una porta non precluda la possibilità di aprirne un’altra. Naturalmente ci vuole coraggio per passare attraverso questa nuova porta quando non sappiamo affatto che cosa ci sia dietro, ma chi ha fede in Nostro Signore che è morto per noi, chi crede completamente in Lui che è venuto per la salvezza dell’uomo, non può aver paura. Le nostre vite sono pellegrinaggi verso di Lui. Noi possiamo morire ogni giorno di tante piccole morti, però siamo rigenerati da morte a morte, finché finalmente andiamo negli oscuri, vacui spazi interstellari dove Egli ci attende; e perché mai noi dovremmo aver paura, se Egli è là? E finché non arriva quel tempo, viviamo le nostre vite senza dare spazio alla tentazione di rattristarci per noi stessi. Ricordatevi sempre che il mondo è ancora pieno di meraviglie, che ci sono sempre nuove ricerche, che quelle che possono sembrare delle fini non sono fini sul serio, ma soltanto passaggi, stazioni lungo il cammino. Perché dovremmo lamentarci? Perché dovremmo abbandonarci al dolore, anche se le nostre vite sono una quotidiana sconfitta? Se noi perdiamo questo , perdiamo anche quello ? Se arriva il sospiro, arriva anche l’amore? Se il sentimento illanguidisce, perché non possiamo ritornare ai vecchi sentimenti e prendere conforto da quelli? Tante delle nostre sofferenze sono soltanto confusione.

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