Robert Silverberg - Morire dentro

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Morire dentro: краткое содержание, описание и аннотация

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Morire dentro: è questa la sorte che attende David Selig, il telepate, profilandosi come un incubo all’orizzonte della sua esistenza. Una minaccia a un tempo psichica e biologica corrode i suoi poteri: e per Selig, abituato a «spiare» gli angoli più morbosi e reconditi dei suoi simili, a nutrirsi delle emozioni altrui, il lento affievolirsi delle proprie capacità è un graduale stillicidio. Robert Silverberg ci trasporta con questo romanzo (uno dei suoi ultimi) nella mente del telepate, sicché il lettore può provare, in «soggettiva», l’incredibile esperienza dl guardare in un altro universo, condividendo le emozioni dl una terza vista. Selig raggiunge cosi l’età in cui il suo dono potrebbe maggiormente giovargli: e invece si trova nuovamente respinto da una società che non è pronta per quelli come lui, e in cui anche il rapporto con un essere che possiede i suoi stessi poteri ESP diventa ambiguo e pericoloso. Moderno «Slan», David Selig si trova di fronte a un enigma troppo vasto per la sua fragile personalità: perchè sta perdendo il suo potere mentale? Si tratta solo di un male biologico, o di una minaccia più insidiosa? E che cosa sarà di lui al termine di questa incredibile «odissea nel pensiero»? Come ha scritto la rivista Analog: «Questo romanzo è intensamente umano… intensamente vero. I lettori ricorderanno
per una generazione, e forse ancor più».
Robert Silverberg non ha bisogno di presentazioni;
ha scritto di lui: «E il nostro autore migliore. Di volta in volta ha costantemente ampliato i parametri della fantascienza».

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Sì, così va bene, uomo! Ci stai arrivando! Adesso va avanti a spiegare l’uso di Euripide del deus ex machina e le proprietà catartiche della tecnica realistica drammatica di Sofocle. Sicuro. Che stronzo che sei, Selig. Che stronzo.

15

Ho tentato di essere buono con Judith, ho cercato di essere gentile e amabile, ma il nostro esserci odiati continua a perseguitarci. Mi sono detto: è la mia sorellina, la mia unica sorella, devo amarla di più. Però l’amore non può arrivare su ordinazione. Non si può evocarlo basandosi solo sulle buone intenzioni. In più le mie intenzioni non sono mai state buone. L’ho vista come una rivale fin dal primo istante. Ero io il primogenito, il difficile, quello messo male. Mi ero ficcato in testa di essere il centro dell’universo. Erano questi i termini del mio contratto con Dio: io devo soffrire perché sono diverso, però, quasi fosse una compensazione, l’intero universo doveva ruotare attorno a me. La bambina che era stata portata in casa doveva essere soltanto un rimedio terapeutico inteso ad aiutarmi a migliorare le mie relazioni con il genere umano. L’accordo era questo: era implicito che lei non doveva avere una realtà indipendente come persona, era implicito che non doveva avere bisogni propri o fare domande o accaparrarsi il loro amore. Soltanto un oggetto, un pezzo della mobilia. Io però la sapevo lunga; altro che credere a queste cose. Avevo dieci anni, ricordate, quando l’adottarono. Il vostro decenne non è mica scemo. Sapevo che i miei genitori, non sentendosi più obbligati, adesso, a orientare ogni premura esclusivamente verso il loro figliolo misteriosamente emotivo e agitato, rapidamente e con gran sollievo avrebbero trasferito la loro attenzione e il loro amore — sì, soprattutto il loro amore — alla piccola coccolona molto meno complicata. Lei avrebbe preso il mio posto al centro; io sarei diventato un complesso arnese fuori moda. Non potevo impedirmi di provare risentimento. Mi biasimate per il tentativo di ucciderla nella culla? D’altra parte potrete capire l’origine della sua freddezza di tutta una vita nei miei riguardi. Io non ho difese contro questa prova. Il ciclo dell’odio cominciò con me. Con me, Jude, con me, con me, con me. Tu avresti potuto mandarlo in pezzi con l’amore, comunque, se ti fosse servito. Non ti serviva.

Un sabato pomeriggio del maggio 1961, uscii per andare alla casa dei miei genitori. In quegli anni non ci andavo spesso, sebbene vivessi a 20 minuti di metrò. Vivevo fuori dal cerchio familiare, autonomo e irraggiungibile, e reagivo in modo esagerato di fronte a ogni forma di riaggancio. Provavo una latente ostilità verso i miei genitori: erano stati i loro geni mutanti, in fondo, che mi avevano sbattuto nel mondo a quel modo. E poi c’era anche Judith, che mi faceva inacidire con il suo disprezzo: che cosa mi occorreva di più? Perciò una volta me ne stetti lontano da loro tre per settimane, per mesi, finché la malinconia dei richiami a voce alta di mia madre non diventò eccessiva per me, finché il peso del mio senso di colpa non sopraffece le mie resistenze.

Fui felice di scoprire, quando vi andai, che Judith era ancora nella sua cameretta, addormentata. Alle tre del pomeriggio? Sì, disse mia madre, ieri notte è stata fuori fino a tardi per un appuntamento. Judith aveva 16 anni. La immaginai che andava a una partita di pallacanestro della scuola superiore con “un ragazzotto magro e foruncoloso e poi centellinava frullati al latte. Dormi bene, sorellina, dormi, dormi. Però, ovviamente, la sua assenza mi obbligò a un confronto diretto e senza difese con i miei lugubri, svuotati genitori. Mia madre, dolce e ottusa; mio padre, stanco e amareggiato. Per tutta la vita loro hanno continuato a diventare sempre più meschini. Adesso avevano proprio un aspetto dimesso. Parevano prossimi a scomparire.

Io non avevo mai vissuto in quell’appartamento. Per anni Paul e Martha avevano fatto enormi sacrifici per conservare un posto con tre stanze da letto che non si potevano permettere, semplicemente perché era diventato impossibile per Judith e me condividere la stessa camera, una volta che lei aveva passato l’infanzia. Il giorno in cui io partii per il college, affittando una stanza nei pressi del campus, loro ne trovarono uno più piccolo e molto più a buon mercato. La loro camera da letto era a destra dell’ingresso e quella di Judith era sulla sinistra, dopo una lunga sala e al di là della cucina, appena più in là c’era il soggiorno, nel quale mio padre sedeva sonnecchiando, sfogliando il Times. A quel tempo lui leggeva soltanto quotidiani, benché una volta la sua mente fosse stata molto più attiva. Proveniva da lui una vaga melmosa emanazione di affaticamento. Stava facendo un po’ di soldi decenti per la prima volta in vita sua, in effetti sarebbe morto in condizioni prospere; pure, si era condizionato mentalmente, da solo, alla psicologia del povero diavolo: povero Paul, tu sei un fallimento da far pietà, meritavi molto di meglio dalla vita. Guardai il giornale, attraverso la sua mente, mentre lui voltava le pagine. Ieri Alan Shepard ha fatto il suo storico volo suborbitale, la prima avventura spaziale statunitense con degli uomini a bordo. GLI STATI UNITI LANCIANO UN UOMO A 115 MIGLIA NELLO SPAZIO, urla il titolo a caratteri cubitali. SHEPARD MANOVRA I CONTROLLI DELLA CAPSULA, E LA RIPORTA A TERRA VIA RADIO DOPO 15 MINUTI DI VOLO. Procedo a tentoni alla ricerca di qualche modo per contattare mio padre. — Che cosa ne pensi dei viaggi spaziali? — chiedo. — Hai sentito la radio? — Lui dà una scrollata di spalle. — Ma chi se ne frega? È tutta roba da pazzi. Una messinscena. Uno sciupio del tempo e dei soldi della gente. — LA REGINA ELISABETTA IN VISITA AL PAPA IN VATICANO. Quel ciccione di Papa Giovanni, che sembra proprio un rabbi ben pasciuto, JOHNSON INCONTRA I LEADER IN ASIA SULL’IMPIEGO DELLE TRUPPE U.S.A. Lui sfoglia il giornale frettolosamente, saltando le pagine. L’AIUTO DI GOLDBERG CHIESTO PER I MISSILI. KENNEDY FIRMA UN PROGETTO DI LEGGE PER GLI STIPENDI-BASE. Dentro di lui non c’è niente, come se non leggesse, neppure KENNEDY COMINCIA A RICORRERE A RIDUZIONI FISCALI. Si ferma sulle pagine sportive. Un debole guizzo di interesse. OGGI MUD SI LASCIA ALLE SPALLE IL MAGGIOR FAVORITO PER L’87° DERBY DEL KENTUCKY. YANKS CONTRO ANGELS ALL’APERTURA DELLA SERIE DI TRE CORSE DAVANTI A 21 MILA IN RIVIERA. — Che cosa ti piace nel Derby? — chiesi. Lui scrollò il capo. — Che ne so io di cavalli? — disse. Avevo capito: lui era già morto, anche se di fatto il suo cuore avrebbe battuto ancora per un decennio. Aveva finito di reagire. Il mondo l’aveva sconfitto.

Lo lasciai alle sue riflessioni e feci una conversazione educata con mia madre: il suo gruppo di lettura Hadassah aveva discusso Il buio oltre la siepe giovedì scorso e lei voleva sapere se l’avevo letto. No. Che cosa facevo, tutto solo? Avevo visto qualche bel film? L’Avventura , dissi. È un film francese? chiese lei. Italiano, dissi io. Volle che le descrivessi la trama. Ascoltò pazientemente, vistosamente turbata, senza seguire niente. — Con chi esci? — chiese. — Hai incontrato qualche bella ragazza? — Mio figlio lo scapolo. Ha già 26 anni e non è ancora fidanzato. Sviai la spiacevole domanda con paziente abilità frutto di una lunga esperienza. Mi spiace, Martha. Non ti darò i nipotini che tu aspetti tanto. Li avrai da Judith; e non dovrai aspettare molto.

— Adesso devo far da mangiare — disse lei e sparì. Rimasi seduto con mio padre per un po’ finché non ce la feci più, poi andai in fondo alla sala, al gabinetto, accanto alla camera da letto di Judith. La sua porta era socchiusa. Diedi un’occhiata dentro. Luci spente, tendine abbassate, io, però, afferrai la sua mente e scoprii che lei era sveglia e stava pensando di alzarsi. Benissimo, fa qualcosa, Duvid, comportati amichevolmente. Non ti costerà niente. Bussai leggermente. — Ciao, sono io — dissi. — Posso entrare?

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