Al suono dell’organo se ne unirono numerosi altri, ciascuno emanante da qualche punto della volta. E tutti gli strumenti presero a suonare insieme una complessa versione della Stille Nacht da lei tanto faticosamente battuta sullo scrittoio qualche momento prima. La bella musica empì la cattedrale. Carol guardò in alto e poi, chiusi gli occhi, cominciò a girare su se stessa e attorno in una piccola danza. Quando li riaprì, si raggelò di terrore: davanti a ciascun occhio stava, a non più di due centimetri e mezzo, quello che pareva un minuscolo strumento ottico.
Mentre lei suonava allo scrittoio, la cosa le era giunta senza rumore alle spalle e, spiegate le appendici, aveva pazientemente atteso che lei si voltasse. Ora stava circa alla sua altezza, e la parte più vicina del corpo primario trasparente non distava più di un braccio. Mentre Carol rimaneva immobile, senza quasi ardire di respirare, cinque o sei appendici si prolungarono a toccarla. Un piccolo strumento escavatore le graffiò un pezzetto di pelle dalla spalla nuda. La spada le tagliò una ciocca di capelli. Una minuscola corda attaccata a una delle bacchette lunghe le si avvolse attorno al polso. Una serie di setole grande quanto la testa di uno spazzolino da denti le percorse il torace, solleticandole i capezzoli da sopra il costume da bagno e incrociandosi sulla macchina fotografica da lei portata al collo. In preda a una folla di sensazioni simultanee che le fecero perdere coscienza dell’origine di ogni stimolo, chiuse gli occhi e tentò di pensare ad altro. Un ago la punse alla fronte.
Il tutto durò pochissimo, meno di un minuto. La cosa ritrasse le appendici, arretrò di un mezzo metro, e rimase a osservarla. Carol non si mosse. Dopo altri venti secondi, le appendici vennero raccolte nella posizione in cui lo erano state prima dell’inseguimento di Troy, e la cosa uscì dalla camera.
Carol tese l’orecchio. Di nuovo silenzio totale. Staccandosi dallo scrittoio, si sforzò di organizzare i pensieri. Dopo circa un minuto, i pannelli-parete porpora e oro cominciarono a ritrarsi da soli, a ripiegarsi ad impilarsi in mucchietti; dopodiché crollarono, suddividendo automaticamente i pezzi in pile ordinate, i corridoi circostanti alla camera musicale. Carol si trovò così in un immenso salone sovrastato dalle volte da cattedrale. La sinistra antagonista dalle appendici simile a fruste infilava intanto una porta laterale a un otto metri di distanza, e svaniva rapidamente alla vista.
Carol si guardò attorno. Nessun segno di Troy. Le pareti erano bianco-crema e insignificanti — monotone, anzi, dopo i pannelli colorati delle camere precedenti. In mezzo al salone si fronteggiavano due porte. A parte gli strumenti musicali, che ora sembravano del tutto fuori posto così raccolti in blocco a un capo dell’immenso salone, l’unico altro oggetto visibile era un tappetino contro la parete sinistra. Dinnanzi a Carol, sulla parete al capo opposto del salone, distante una cinquantina di metri, si apriva quella che sembrava un’ampia finestra sull’oceano, oltre la quale si vedevano passare dei pesci riconoscibili per tali.
Il primo impulso di Carol fu quello di affrettarsi alla finestra. Ma, quando fu circa a mezza strada e all’altezza delle porte, si fermò qualche secondo per scattare qualche foto dell’alquanto insulso salone. Strano… Il tappetino non era più dove lei lo ricordava, ma si era spostato durante la sua avanzata. Gli si avvicinò molto piano, comprensibilmente cauta dopo le inquietanti esperienze vissute dal momento del risucchio nell’oceano. Nell’avvicinarsi, constatò che l’oggetto steso sul pavimento non era affatto un tappeto. Visto così dall’alto, presentava un intricato disegno interno, simile a una complessa rete di sofisticati microcircuiti elettronici, ed esibiva in superficie misteriose spirali e figure geometriche. A lei, tutto ciò non diceva nulla di particolare, ma le ricordava i disegni frattali visti una sera nell’appartamento del dottor Dale. L’oggetto lasciava vedere le proprie simmetrie; ciascuno dei suoi quattro quarti era anzi identico.
L’oggetto aveva una lunghezza sui due metri, una larghezza di circa uno, e uno spessore di circa cinque centimetri. Il colore dominante era il grigio-ardesia, ma con tutta una serie di varianti. Alcune delle componenti maggiori dovevano essere state colorate secondo un preciso disegno, perché si distinguevano gruppi di elementi simili colorati in rosso, giallo, azzurro e bianco. L’armonia cromatica dell’insieme dimostrava, nella sua bellezza, che i disegnatori s’erano sforzati di obbedire anche a considerazioni d’ordine estetico.
Carol s’inginocchiò accanto al tappeto per esaminarlo. La superficie era fittamente impaccata, e, più la si studiava, più rivelava particolari. Straordinario… Ma che accidenti è? E come ha fatto a spostarsi? A meno che non me lo sia immaginato io… Posò la mano sulla superficie superiore esposta, e avvertì un leggero pizzichìo, come di lievissima scossa elettrica. Passò la mano sotto il bordo e sollevò leggermente. Era pesante. Ritirò la mano.
Il desiderio di fuggire da quel misterioso mondo superò ora la sua curiosità. Presa una foto dall’alto del tappeto, si avviò alla finestra. Dopo svariati passi, si girò di scatto sulla sinistra per dare un’altra occhiata al tappeto. S’era mosso di nuovo, e stava sempre alla sua altezza nel salone! Continuò allora verso la finestra, ma osservandolo con la coda dell’occhio. Dopo dieci passi, la sua visione periferica la colse in atto di arcuarsi di scatto lungo una linea orizzontale e di trascinare in avanti la parte posteriore. Mezzo secondo dopo, la sua estremità frontale tornava a scattare in avanti e il centro a ricadere piatto sul pavimento. La manovra si ripeté sei o sette volte in rapida successione, quanto bastava perché il tappeto si riportasse alla sua altezza nel salone.
Carol scoppiò a ridere suo malgrado. Era tesa e traboccante di adrenalina, ma quel tappeto multicolore capace di strisciare come un verme aveva decisamente qualcosa di buffo. «Ah,» disse ad alta voce «eccoti preso! Adesso mi devi una spiegazione.»
Non che se ne aspettasse una a voce, beninteso; ma, dopo un breve indugio, il tappeto… cambiò comportamento. Prima generò delle piccole onde pulsanti in superficie, con quattro o cinque creste da un capo all’altro; poi, dopo aver abilmente variato più volte la direzione di movimento delle stesse, tenne il capo frontale fisso sul pavimento, come se avesse sotto delle ventose, e sollevò in alto tutta la parte restante. Erto così sul metro e ottanta, rimase là come se guardasse Carol.
Lei restò a bocca aperta: «Be’, questa me la sono voluta io» disse a voce alta, sempre divertita dalla stravaganza. Ora il tappeto sembrava indicarle di andare alla finestra. Mi ha proprio dato di volta il cervello , pensò. Aveva ragione Troy: forse siamo morti. Il tappeto s’arcuò sul pavimento e si mise a caprioleggiare verso la finestra alla maniera di uno sgattaiolante animaletto-giocattolo. Carol lo seguì. Questa è materia pura , pensò, alla vista del tappeto che attraversava la finestra per passare nell’oceano. E Alice pensava di essere nel paese delle meraviglie!
Il tappeto giocava nell’acqua, urtando i banchi di pesci di passaggio e stuzzicando un riccio di mare abbarbicato alla scogliera. Poi, dopo un po’, rientrò nel salone e tornò a rizzarsi, sgocciolante. Messa quindi in moto una rapida serie di onde simultanee, per il lungo e per il largo, si liberò del tutto del liquido residuo. Dopodiché, piantandosi davanti a Carol, le segnalò chiaramente di passare a sua volta attraverso la finestra.
«Ehi, senti un po’, amico piatto» cominciò lei, tentando di immaginare cosa dirgli. Ora so proprio di essere pazza , le balenò. Eccomi qui a parlare a un tappeto! E, fra un secondo, penserò anche che mi possa rispondere… «Io, scema non sono,» continuò «e quindi capisco che stai tentando di invitarmi a passare nell’oceano. Solamente, c’è qualche cosetta che tu non…»
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