Arthur Clarke - Culla

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Un missile top secret che svanisce in volo. Un tridente d’oro che cambia sorprendentemente forma. Una caverna subacquea custodita da balene... Qualcosa si nasconde nel fondo marino al largo di Key West, un mistero in parte umano ma nello stesso tempo terribilmente alieno. Il suo potere è immenso e terrificante e potrebbe distruggere ogni forma di vita sulla Terra. Ma qualcuno ha deciso di scoprire il terribile segreto. E da quel momento non esiste più alcuna certezza, nessun luogo sicuro in cui nascondersi, nessuna alleanza su cui poter contare. Intorno a una giornalista bella e ambiziosa, disposta a correre qualsiasi rischio pur di arrivare alla verità, si stringe la rete di una cospirazione implacabile: spie militari, killer spietati, ma soprattutto una forza estranea e sconosciuta, le cui mosse nessuna mente umana potrebbe comprendere e prevedere... L’inesauribile immaginazione di Arthur C. Clarke spazia in questo nuovo romanzo dagli enigmi irrisolti del passato alle soglie indecifrabili del futuro, dagli infiniti oceani di stelle all’imperscrutabile fondo del mare. In un appassionante viaggio ai confini della realtà, Culla esplora i percorsi dell’avventura e dell’ignoto.

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Nel giro di qualche secondo, calarono dal cielo un paio di braccia marrone-scuro a sollevarla. Per la prima volta, lui notò la presenza tutt’intorno di altre persone, di mucchi di persone. La bimbetta era stata raccolta da un uomo che doveva essere il padre: un arabo tozzo sui venticinque anni, in costume da bagno azzurro-brillante. Ora reggeva la piccola con fare protettivo, con l’aria di aspettarsi uno scontro, e consolava la giovane moglie disperata che andava mescolando i suoi singhiozzi ai frenetici strilli della bimba. Entrambi i genitori, intanto, fissavano lui con aria accusatrice, mentre la madre tamponava la ferita della figlioletta con un asciugamano.

«Io non volevo farle del male» disse lui, rendendosi conto, già nel dirle, che queste parole sarebbero state fraintese. «È caduta e ha battuto la testa su qualcosa e io…» La coppia araba arretrò lentamente. Lui si rivolse agli altri, alla dozzina di persone accorse in aiuto agli strilli della piccina, e constatò che anche loro lo guardavano strano. «Io non volevo farle del male» ripeté con forza. «Stavo solo…» Si arrestò. Dal viso gli gocciolavano sulla sabbia delle grosse lacrime. O mio Dio, sto piangendo! Per forza questa gente…

Udì un altro grido. Betty e Hap, apparentemente, gli erano arrivati alle spalle mentre la coppia araba arretrava con la figlioletta sanguinante. Ora, alla vista del sangue sulle mani del padre, il cinquenne Hap era esploso in lacrime a sua volta, nascondendo il viso contro il fianco della madre. E singhiozzava, e singhiozzava… Lui si guardò le mani, poi guardò gli astanti. D’impulso, si chinò e tentò di pulirle nella sabbia. Il suono dei singhiozzi del figlio punteggiò il suo vano tentativo di pulirsi dal sangue.

Mentre stava in ginocchio sulla sabbia, alzò gli occhi a guardare Betty, per la prima volta dall’inizio dell’episodio. E vide sul suo volto un’espressione d’orrore puro. La implorò con lo sguardo di sostenerlo: ma quegli occhi si velarono, e lei cadde a sua volta in ginocchio — compostamente, in modo da non turbare il figlio in lacrime che le si stringeva al fianco. Poi cominciò a pregare. «Signore Iddio» disse a occhi chiusi.

Gli astanti a poco a poco si dispersero, e molti andarono dalla famiglia araba a offrire aiuto. Lui rimase in ginocchio sulla sabbia, sconvolto da quanto aveva fatto. Finalmente, Betty si alzò. «Su, su,» disse, consolando Hap «andrà tutto bene, vedrai.» Poi, senza un’altra parola, raccolse metodicamente borsa da spiaggia e asciugamani e si avviò verso il parcheggio. Lui le andò dietro.

Lasciata la spiaggia, tornarono a Norfolk, dove abitavano. E mai che lei mi abbia chiesto una spiegazione , pensò Winters, seduto, a otto anni di distanza, al tavolo di cucina. Né mai che mi abbia anche solo permesso di parlarne. E questo per tre anni filati almeno. Come se non fosse successo… E adesso, ogni tanto, la tira fuori così, anche se, discusso, non ne abbiamo discusso mai.

Terminò il succo d’arancia e accese una sigaretta. Nel farlo, tornò immediatamente col pensiero a Tiffani e alla notte precedente. Paura ed eccitazione gli si destarono, insieme, al pensiero della sera che lo attendeva. E scoprì di avere anche una strana voglia di pregare. E ora, Signore caro, mi stai di nuovo mettendo alla prova? , disse, incerto. Poi, improvvisamente afferrato dalla rabbia che aveva in corpo: O stai solo ridendo di me? Forse non t’è bastato abbandonarmi, lasciarmi andare alla deriva: per accontentarti, ti ci vuole ancora la mia umiliazione, forse.

Di nuovo provò desiderio di piangere, ma resistette. Schiacciò la sigaretta e si alzò dal tavolo. Andò accanto al frigo e staccò la placca col versetto della Bibbia. Fece per buttarla nella spazzatura, poi, dopo un secondo d’esitazione, cambiò parere e la infilò in un cassetto.

4

Carol nuotava veloce un paio di metri al di sopra della trincea, avvicinandosi alla curva finale. In attesa che Troy la raggiungesse, scattò qualche fotografia; poi, indicato sotto di sé il punto in cui i solchi svoltavano a sinistra, riprese a nuotare, più lentamente stavolta, seguendoli attraverso lo stretto crepaccio che conduceva alla sporgenza. Li non era cambiato nulla. Fatto segno a Troy di stare indietro, s’infilò nella trincea, con cautela, come aveva fatto la prima volta con Nick. Frugò metodicamente sotto la sporgenza, ma non trovò niente.

Segnalò allora a Troy che non c’era nulla e, dopo un’altra rapida sequenza di foto, cominciò a risalire con lui il percorso fatto all’andata, tornando lungo i solchi verso l’area sottostante alla barca dove, un quarto d’ora prima, avevano cercato entrambi invano la fessura vista il giovedì. La fessura era misteriosamente svanita, ma i solchi, sebbene un poco erosi, continuavano a convergere tutti davanti alla scogliera, nel punto in cui, appena due giorni prima, si apriva appunto la fessura. Carol aveva sondato in ogni maniera, arrivando perfino a danneggiare la scogliera in diversi punti (cosa che, come ambientalista, detestava fare — ma, diamine, il foro doveva pur esserci!), ma, di fessura, neanche l’ombra. Se non l’avesse vista anche lui distintamente, prima sullo schermo del telescopio oceanico e poi sulle foto, Troy avrebbe potuto pensare che fosse stata solo un parto della fantasia collettiva di Nick e Carol.

Profondamente immersa nei propri pensieri, Carol non fece troppa attenzione nel girare a destra sopra la trincea principale dopo aver lasciato il sentiero secondario che conduceva alla sporgenza. Sfiorò così un ramo di corallo che s’allungava dalla roccia e si sentì pungere alla mano. Guardò, e la vide sanguinare. Strano , pensò, l’ho appena sfiorato… Il pensiero le tornò immediatamente a dieci minuti prima, quando, nella sua ricerca della fessura, aveva frugato tra corallo e fuco senza complimenti. E nemmeno un graffio…

Nel cervello cominciò vagamente a formarlesi un’idea delle più balzane. Elettrizzata, accelerò il ritmo delle bracciate dirigendosi giù per la lunga trincea verso il punto in cui aveva visto la fessura. Fu una lunga nuotata, ma lei la compì in quattro o cinque minuti, lasciandosi indietro Troy. In attesa che lui la raggiungesse, controllò la pressione del manometro. Dopo lo scambio del segnale di pollice dritto, tentò invano di spiegargli a gesti che cosa avesse intenzione di fare, dopodiché allungò bravamente la mano ad afferrare un pezzo di corallo. Da dietro la maschera, Troy spalancò gli occhi e fece una smorfia: al che lei, aprendo la mano, gli mostrò come su di essa non vi fossero né tagli, né scalfitture, né sangue. Sbalordito, Troy le nuotò accanto per esaminare la colonia corallina da lei appena disturbata. Com’era che anche lui poteva toccare e tener in mano quello strano corallo senza tagliarsi? Strano…

Ora Carol staccava corallo e fuco dalla scogliera. Ed ecco che, sotto gli occhi di un Troy esterrefatto, da essa sembrò staccarsi come pelle, quasi alla maniera di una coperta, un pezzo enorme…

Carol e Troy udirono il grande WUUSH solo millisecondi prima di sentire il risucchio. Nella scogliera alle loro spalle si aprì uno spacco immane, e ogni cosa vicina — lei, lui, branchi di pesci, piante d’ogni genere e un’enorme massa d’acqua — vi venne inghiottita dentro. La corrente era vorticosa, ma il canale non troppo largo, tant’è che Carol e Troy cozzarono un paio di volte contro quelle che sembravano pareti metalliche. Di pensare non c’era tempo: trascinati come lungo uno scivolo acquatico, potevano solo aspettare di giungerne alla fine.

Il buio si trasformò in fosca mezzaluce e la corrente perse sensibilmente di forza. Separati di un sei-sette metri, Carol e Troy si sforzarono entrambi di riacquistare il controllo di sé e di farsi un’idea di quanto stava accadendo. Apparentemente, si trovavano nella corona esterna di una grande vasca circolare, e giravano in tondo, superando delle specie di porte ogni novanta gradi di giro. L’acqua della vasca era profonda circa tre metri. Carol si girò sul dorso a guardare verso l’alto. Sopra di lei incombevano una quantità di grandi strutture, alcune in movimento, che sembravano fatte di metallo o di plastica. Ma Troy, dov’era? Tentò di afferrarsi ai bordi della vasca per fermarsi un poco a guardare se lo vedesse, ma ne venne impedita dalla forza irresistibile della corrente.

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