Emmett brontolò qualcosa e Janas lo senti muoversi verso Franken.
«Lascia perdere, Jarl» disse. «Ci penseremo dopo. Per il momento tienti indietro.»
Emmett si addossò alla parete della cabina; Janas invece tirò fuori la 45, si appoggiò contro il riquadro della porta cercando di non pesare troppo sulle caviglie, e aspettò.
Finalmente una spranga metallica fu insinuata tra i due battenti, che si scostarono di pochi centimetri, lasciando passare un raggio di luce nella cabina oscura. Janas non riuscì a distinguere altro che la punta dell’arnese infilato tra le due lastre di metallo.
«Tra un secondo sarete fuori» diceva la voce di Hal Danser, mentre un altro scalpello veniva inserito nella fessura. «Fate forza tutti assieme» continuò. «Quando dico tre, spingete. Uno. Due. Tre.»
Si sentì uno schianto, e subito diverse mani afferrarono i battenti e li spalancarono. La luce inondò la cabina buia.
Janas, per un momento, rimase abbagliato, non al punto però da non distinguere le sagome dei tre uomini e le armi che impugnavano. Senza aspettare premette il grilletto della 45.
Quelli di fuori, evidentemente, non avevano previsto una reazione così violenta da parte degli occupanti della cabina. Il più vicino dei tre barcollò all’indietro, lasciandosi sfuggire l’arma a energia che impugnava, e alzò la sinistra come per arrestare il sangue che sgorgava dal braccio destro.
«Butta via quella pistola, Janas!» ordinò Danser, puntando l’arma ad ago verso il comandante spaziale. «Mira a Franken» gridò all’altro uomo.
Janas sparò due volte di seguito. Il primo proiettile mancò Danser e si perdette nel corridoio, ma il secondo arrivò a segno. Danser barcollò all’indietro, mentre la sua pistola a ago si scaricava in aria lasciando dietro di sé una scia di fumo e un odore di metallo arroventato.
Il terzo uomo aveva già preso di mira Altho Franken, quando Janas gli scaricò addosso l’automatica. Il raggio a energia mancò per pochissimo Franken, che era riuscito a buttarsi di lato.
La mira della 45 era troppo bassa per uccidere, ma abbastanza alta per cogliere al ginocchio l’attaccante, che barcollò all’indietro, contorcendosi per il dolore. Janas sparò ancora e stavolta prese in piena faccia l’uomo che morì sul colpo.
Janas, dopo aver appena avuto il tempo di riprendere il fiato, si voltò verso l’interno della cabina.
«Tutti bene?» chiese.
«Mi pare di sì» rispose Emmett. «Bilthor ha ripreso i sensi.»
«E Maura?» chiese Janas.
«Eccomi» rispose la ragazza, con voce tremante.
«Non è stato Herrera» disse Franken, scosso. «Non avrebbe mai cercato di farci fuori.»
«Ma non ti rendi conto di che razza di uomo è, Al?» disse Janas, poi si rivolse a Emmett: «È meglio che usciamo di qui.»
«Riesci a camminare?» chiese Emmett.
«Sì.» E voltandosi verso i fratelli Franken, disse: «Uscite!»
Mentre il presidente e il vice-presidente della CNS uscivano dalla cabina, una mezza dozzina di uomini arrivava di corsa, guidati da Juan Kai.
«Che cosa è capitato, Jarl?» gridò Kai.
Emmett indicò Hal Danser.
«Era una spia, Juan» disse Emmett, freddamente. «Ha tentato di farci fuori tutti, per ordine di Herrera!»
Janas un po’ gridò, un po’ trascinò Altho Franken attraverso la sala del grande calcolatore, verso il grosso tavolo che gli aveva indicato Emmett. Bilthor Franken, ancora intontito per la botta, lo segui, sospinto da un’arma a energia puntata nelle costole.
Emmett, rivolgendosi a Janas, gli mostrò una serie di schermi e di video a 3D, allineati lungo la parete. «Qui ci sono i radar e le camere 3D» disse. «Così possiamo vedere che cosa succede di sopra.»
Sullo schermo più vicino, appariva una veduta d’insieme delle terrazze del grattacielo Operazioni. Lassù si notavano diversi uomini armati, più numerosi di prima, intenti a guardare per aria. Nel limpido cielo azzurro ruotava una dozzina di elicotteri dei Neri e, più indietro, si distingueva appena, grossa come un punto, la sagoma lontana di una nave spaziale. Per quanto la nave fosse ancora molto distante, Janas riconobbe immediatamente un’unità della Confederazione.
«Sei stato ottimista, Jarl» disse, con voce smorzata. «La Confederazione è già qui.»
Emmett si sentì gelare. «Dio mio!» mormorò.
Alle spalle c’era il grigio dell’Anti-spazio e davanti splendeva l’antico disco del Sole. L’ammiraglia “Shilo” scese verso il piano dell’eclittica e puntò decisamente in direzione del duplice mondo Terra-Luna, verso il pianeta azzurro e verde e il suo pallido satellite.
L’unità ormai era entrata in contatto radio con la Terra, benché le comunicazioni tra la madrepatria e la nave avvenissero ancora con un certo ritardo.
Il Grande Ammiraglio Abli Juliene diede ordine alla squadra comunicazioni: “Comunicare alla Terra tutto ciò che sappiamo”.
Il rapporto, dopo avere precisato le perdite subite dalla Confederazione e aver indicato una valutazione approssimativa delle forze dei ribelli, diceva: “Poco dopo essere rientrata nello spazio normale, la flotta della Confederazione ha trasmesso l’informazione che le forze ribelli erano a loro volta penetrate nello spazio normale e avanzavano a breve distanza, a pochi minuti-luce dalla Terra. Le navi della Confederazione non hanno tempo per scendere sulle basi della Luna, per rifornirsi di carburante e riparare i danni”. Il rapporto dell’ammiraglio concludeva chiedendo dove la flotta avrebbe dovuto sbarcare.
Al quartier generale della Confederazione, a Ginevra, scoppiò il pandemonio. Tutto era accaduto troppo presto, troppo rapidamente. Gli esperti avevano sottovalutato le forze del nemico e la sua aggressività.
Tra i pochissimi che a Ginevra non persero la testa in quei momenti terribili c’erano gli ufficiali dello Stato Maggiore della Confederazione, che continuarono a trasmettere gli ordini per la estrema difesa della Terra. I Forti Orbitali furono messi in stato di preallarme. La guarnigione lunare ricevette l’ordine di portarsi nello spazio e di ruotare in orbita attorno alla Terra, in modo da costituire una linea avanzata di difesa, a centomila chilometri dal pianeta, concentrando le proprie forze nel punto in cui si prevedeva l’attacco nemico. Le navi superstiti del corpo di spedizione terrestre ebbero disposizione di unirsi alle unità della guarnigione lunare, al comando dell’ammiraglio Abli Juliene. Il corpo di difesa territoriale doveva essere tenuto di riserva, sotto il comando del capo di Stato Maggiore. Le navi pattuglia della Compagnia di Navigazione Solare, che in quel momento si trovavano nel sistema solare, avrebbero costituito, agli ordini dei rispettivi comandanti, un corpo speciale alle dirette dipendenze dell’ammiraglio Juliene. Le altri navi della CNS che attualmente si trovavano fuori del sistema solare, avrebbero agito di loro iniziativa, mantenendosi in collegamento con il capo di Stato Maggiore. Così la Terra si preparava a sostenere l’assalto del nemico.
A Ginevra ci fu un altro personaggio che, nonostante le circostanze, non perse la testa, e cioè il cittadino Jonal Constantine Herrera, presidente della Confederazione, il quale per prima cosa si preoccupò di mettere in stato di allarme il proprio incrociatore personale. Quando l’unità fu pronta a salpare e appena il pieno di carburante fu fatto, Herrera diede ordine di partire. Non era certo così stupido da rimanere a Ginevra, in caso di vittoria dei ribelli, e d’altra parte, la sua morte non avrebbe risolto niente; mentre con una fuga, chissà...
C’era, in un punto dell’universo, un lontano pianeta, poco conosciuto, a cui Herrera aveva pensato da tempo, nell’eventualità di una fuga, benché non avesse mai creduto sul serio di doversi rifugiare lassù. Il pianeta era pronto a riceverlo, ed era un posticino piacevolmente sistemato per accogliere, vita natural durante, il presidente Herrera, i suoi fedeli, i suoi amici, il suo harem, e da permettere al presidente quella vita lussuosa a cui era abituato. E quel pianeta era abbastanza lontano da permettergli di godere, in tutta tranquillità, di quella vita.
Читать дальше