Lanciando in aria una boccata di fumo, Enid Campbell guardò giù, lungo i quindici piani che si allungavano sotto di lei fino a terra. Non riusciva a vedere l’uomo che aspettava immobile, nascosto nell’ombra dell’edificio dall’altra parte della strada, ma sapeva con assoluta certezza che l’individuo era ancora li, come del resto vi era stato per tutta la giornata.
“Chi era?” si chiedeva la ragazza. “Che cosa voleva?” Ma non era ben certa di volere conoscere la risposta.
Finalmente si scostò dalla finestra, abbassò le tende e andò verso l’apparecchio a 3D, posato su un tavolino in un angolo della stanza.
Le ci volle un grande sforzo di volontà per non chiamare una certa camera della Residenza Ufficiali di Central, ma sapeva che, se l’avesse fatto, sarebbe stato pericoloso.
Si sdraiò sul letto e accese un’altra sigaretta, mentre pensava a suo fratello. Quel mattino in cui lei e Bob erano tornati dalla gita, Rod non era rientrato a casa, e, da allora, lei non era più riuscita a mettersi in contatto con lui né con i suoi amici. Purtroppo sapeva dov’era, anche se dentro di sé sperava che non fosse vero che quella testa calda di suo fratello avesse preso lo strato-jet per Ginevra, pistola in pugno, per andare ad ammazzare il presidente. “Rod” diceva tra sé la ragazza, “sei un vero pazzo!”
Enid si alzò, andò alla finestra, guardò la baia e, mentre si augurava che quella giornata interminabile finalmente finisse, provava un senso di paura per la notte imminente.
A circa novemilaseicentottanta chilometri a est dal Comprensorio San Francisco-Oakland, sulle rive del fiume Rodano, c’era l’antica città di Ginevra. Al centro di un parco altrettanto antico, che aveva nome “La Place Neuve”, si levava un insieme di edifici che ricordavano vagamente il vecchio palazzo della Società delle Nazioni, che sorgeva nella stessa località millecinquecento anni prima.
Benché fossero le undici di sera, il traffico continuava a fluire lungo le vie della capitale della Confederazione Terrestre, con la stessa intensità delle ore diurne, e l’ora tarda non impedì al presidente dal convocare in seduta d’emergenza il Parlamento, per ratificare, seduta stante, un altro dei suoi decreti.
All’esterno del palazzo, a mezzo chilometro dall’aula del Parlamento, sei giovanotti percorrevano il viale alberato che conduceva alla sede delle Camere. I sei erano stati avvertiti che tra poco sarebbe arrivato Jonal Constantine Herrera e non volevano mancare al suo passaggio: erano fermamente decisi a ucciderlo.
I sei giovanotti, che facevano parte delle squadre d’azione de “I figli della Libertà” erano armati tutti di pistole a ago, nascoste sotto i consueti e inverosimili abbigliamenti terrestri. Ma, per uno dei sei, la pistola pesava un quintale, perché quel giovane era stato designato a mettere fine alla vita del despota che governava la traballante Confederazione. Si era offerto volontario e ormai non poteva più ritirarsi.
Rod Campbell si passò la lingua arida sulle labbra e osservò le due guardie che erano di servizio ai due lati dell’ingresso in cima alla scalinata di marmo, dove si apriva l’entrata principale della Camera.
«Dove volete andare?» chiese la guardia più vicina, mentre il gruppetto saliva le scale.
«Non lo sappiamo neanche noi» balbettò Campbell. «Vorremmo dare un’occhiata in giro.»
«Qui non si può» disse la guardia. «Stasera no. Andate da un’altra parte.» E li allontanò con un gesto della mano.
Campbell finse di grattarsi la testa e, al segnale, cinque pistole ad ago furono puntate e cinque raggi di energia partirono contro le guardie. I tre agenti federali morirono prima ancora di essere riusciti a estrarre le armi.
Campbell, pistola in pugno, si lanciò verso le porte, le spalancò con un calcio e, tra lo squillo delle suonerie di allarme, piombò nell’immensa aula del Parlamento.
Rod Campbell non ebbe neppure il tempo di vedere il presidente.
Il sistema di allarme a circuito chiuso a 3D entrò in azione nell’istante in cui il giovane spalancava con un calcio la porta. Al segnale, un agente che era di guardia in una stanza sopra le Camere, premette immediatamente il pulsante che azionava due fucili a energia, puntati contro l’ingresso.
Una cortina di fuoco avvolse, per pochi secondi, Campbell, che presto non fu più che un’ombra scura in mezzo a quell’inferno incandescente. Poi quella forma cessò di esistere, divenne vapore e cenere, mentre gli altri cinque attentatori morirono a loro volta, sebbene non così in fretta come Campbell.
Janas, a tutta prima, non riuscì a ricordare dove fosse e perché fosse finito laggiù, e come mai avesse le caviglie e la spalla sinistra doloranti. Poi, a poco a poco, il buio in cui si aggirava cominciò a diradarsi, e mentre le coscienza gli tornava, lui apri gli occhi.
Allora si voltò con fatica e cercò a tastoni attorno a sé, finché toccò qualcosa di morbido e di caldo.
«Maura!» esclamò Janas.
«Comandante!» rispose la ragazza, nel buio.
«Siete ferita?»
«No, non credo» rispose la ragazza. «E voi?»
«Devo essermi contuso le caviglie» disse Janas. «Niente di grave, però.»
«Bob» disse una voce, a sinistra. «Sono io, Jarl. Non ci sono riusciti, vero?»
«Non ancora» rispose Janas. «Ma non credo che sperassero di farci fuori; almeno, non con questo sistema. Ti sei fatto male?»
«Ho battuto la testa. Per il resto, tutto a posto. Se non c’erano i paraurti sul fondo, eravamo spacciati.»
«Altho?» chiese Janas. «Bilthor?»
Altho Franken brontolò qualcosa, poi disse: «Bilthor ha perso i sensi.»
«Se la caverà» disse Janas. «L’urto non è stato abbastanza violento da causare fratture. Adesso, ascoltatemi bene. C’è qualcuno che sta cercando di impedirci di inviare il contrordine, ed evidentemente si tratta di agenti di Herrera.»
«Io non c’entro» disse Franken.
«Ci credo» gli disse Janas. «Questa gente vuole fermarci con qualunque mezzo, anche a costo di ammazzare te: non dimenticartene.»
Nel frattempo, Emmett si era alzato in piedi, e cercava di aprire le porte dell’ascensore.
«Dammi una mano» disse a Janas.
«Aspetta» gli disse Janas.
«Ma perché?»
«Chiunque sia l’autore di questo attentato» disse Janas «è là fuori che ci aspetta, armato. E, fra tutti noi, abbiamo appena una pistola.»
«Ma non possiamo rimanere qui seduti a aspettare» disse Emmett. «Non ne abbiamo il tempo.»
«A quest’ora i nostri si saranno resi conto che è successo qualcosa e verranno a darci una mano» disse Janas.
«Sì, però...» Emmett fu interrotto da qualcuno che bussava alla porta dell’ascensore.
«Jarl?» diceva una voce soffocata.
«Chi è?» chiese Emmett.
«Hal Danser» rispose la voce. «Che cos’è capitato?»
Janas ebbe l’impressione che Franken tirasse un sospiro di sollievo.
«C’è stato un guasto ai freni» rispose Emmett. «Tiraci fuori di qui.»
«Un momento!»
Janas si avvicinò a Emmett e gli sussurrò all’orecchio: «Sta’ lontano dalla porta.»
«Perché?» chiese Emmett.
«Non è il caso di correre rischi.»
«Con Hal? Ma mi fido di lui come di te.»
«Tu sai chi è la spia?»
«No. Potrebbe essere uno qualunque di noi.»
«Appunto. Per questo ti dico di stare lontano dalla porta.»
«Non preoccuparti per Danser» disse Franken nel buio.
«Cosa volete dire?» scattò Emmett.
«Danser vuole far fuori me» spiegò Franken. «Lavorava per me: come credete che io fossi informato dei vostri piani?»
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