Richard Meredith - Il cielo era pieno di navi

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Il cielo era pieno di navi: краткое содержание, описание и аннотация

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Che cosa bolle ai confini della Galassia? Si parla di stragi “locali” e rappresaglie “limitate” su lontani pianeti come Odino, Cassandra, Antigone; si dice che la Lega dei Mondi Indipendenti voglia ribellarsi al governo centrale terrestre; si teme una guerra totale. Ma il solo a sapere come stanno realmente le cose è il capitano Robert Janas, un neutrale, un uomo di buona volontà e di buon senso, dal cui rapporto dipende il destino di miliardi di uomini. E Janas, come spesso accade a chi dice semplicemente la verità, non trova nessuno disposto a credergli.

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Lanciando in aria una boc­cata di fumo, Enid Campbell guardò giù, lungo i quindici piani che si allungavano sotto di lei fino a terra. Non riusciva a vedere l’uomo che aspettava immobile, nascosto nell’ombra dell’edificio dall’altra parte della strada, ma sapeva con assoluta certezza che l’indivi­duo era ancora li, come del resto vi era stato per tutta la giornata.

“Chi era?” si chiedeva la ragazza. “Che cosa voleva?” Ma non era ben certa di volere conoscere la risposta.

Finalmente si scostò dalla finestra, abbassò le tende e andò verso l’apparecchio a 3D, posato su un tavolino in un angolo della stanza.

Le ci volle un grande sforzo di volontà per non chiamare una certa camera della Resi­denza Ufficiali di Central, ma sapeva che, se l’avesse fatto, sarebbe stato pericoloso.

Si sdraiò sul letto e accese un’altra sigaretta, mentre pen­sava a suo fratello. Quel matti­no in cui lei e Bob erano tornati dalla gita, Rod non era rientrato a casa, e, da allora, lei non era più riuscita a met­tersi in contatto con lui né con i suoi amici. Purtroppo sapeva dov’era, anche se dentro di sé sperava che non fosse vero che quella testa calda di suo fratel­lo avesse preso lo strato-jet per Ginevra, pistola in pugno, per andare ad ammazzare il presidente. “Rod” diceva tra sé la ragazza, “sei un vero pazzo!”

Enid si alzò, andò alla fine­stra, guardò la baia e, mentre si augurava che quella giornata interminabile finalmente finis­se, provava un senso di paura per la notte imminente.

A circa novemilaseicentottanta chilometri a est dal Com­prensorio San Francisco-Oa­kland, sulle rive del fiume Ro­dano, c’era l’antica città di Ginevra. Al centro di un parco altrettanto antico, che aveva nome “La Place Neuve”, si levava un insieme di edifici che ricordavano vagamente il vec­chio palazzo della Società del­le Nazioni, che sorgeva nella stessa località millecinquecen­to anni prima.

Benché fossero le undici di sera, il traffico continuava a fluire lungo le vie della capita­le della Confederazione Terre­stre, con la stessa intensità delle ore diurne, e l’ora tarda non impedì al presidente dal convocare in seduta d’emer­genza il Parlamento, per ratifi­care, seduta stante, un altro dei suoi decreti.

All’esterno del palazzo, a mezzo chilometro dall’aula del Parlamento, sei giovanotti percorrevano il viale alberato che conduceva alla sede delle Ca­mere. I sei erano stati avvertiti che tra poco sarebbe arrivato Jonal Constantine Herrera e non volevano mancare al suo passaggio: erano fermamente decisi a ucciderlo.

I sei giovanotti, che faceva­no parte delle squadre d’azio­ne de “I figli della Libertà” erano armati tutti di pistole a ago, nascoste sotto i consueti e inverosimili abbigliamenti ter­restri. Ma, per uno dei sei, la pistola pesava un quintale, per­ché quel giovane era stato desi­gnato a mettere fine alla vita del despota che governava la traballante Confederazione. Si era offerto volontario e ormai non poteva più ritirarsi.

Rod Campbell si passò la lingua arida sulle labbra e os­servò le due guardie che erano di servizio ai due lati dell’in­gresso in cima alla scalinata di marmo, dove si apriva l’entrata principale della Camera.

«Dove volete andare?» chiese la guardia più vicina, mentre il gruppetto saliva le scale.

«Non lo sappiamo nean­che noi» balbettò Campbell. «Vorremmo dare un’occhiata in giro.»

«Qui non si può» disse la guardia. «Stasera no. Andate da un’altra parte.» E li allon­tanò con un gesto della mano.

Campbell finse di grattarsi la testa e, al segnale, cinque pistole ad ago furono puntate e cinque raggi di energia parti­rono contro le guardie. I tre agenti federali morirono prima ancora di essere riusciti a estrarre le armi.

Campbell, pistola in pugno, si lanciò verso le porte, le spa­lancò con un calcio e, tra lo squillo delle suonerie di allar­me, piombò nell’immensa aula del Parlamento.

Rod Campbell non ebbe neppure il tempo di vedere il presidente.

Il sistema di allarme a cir­cuito chiuso a 3D entrò in azione nell’istante in cui il giova­ne spalancava con un calcio la porta. Al segnale, un agente che era di guardia in una stan­za sopra le Camere, premette immediatamente il pulsante che azionava due fucili a ener­gia, puntati contro l’ingresso.

Una cortina di fuoco avvol­se, per pochi secondi, Camp­bell, che presto non fu più che un’ombra scura in mezzo a quell’inferno incandescente. Poi quella forma cessò di esistere, divenne vapore e cenere, mentre gli altri cinque attenta­tori morirono a loro volta, sebbene non così in fretta come Campbell.

23

Janas, a tutta prima, non riu­scì a ricordare dove fosse e perché fosse finito laggiù, e come mai avesse le caviglie e la spalla sinistra doloranti. Poi, a poco a poco, il buio in cui si aggirava cominciò a diradarsi, e mentre le coscienza gli torna­va, lui apri gli occhi.

Allora si voltò con fatica e cercò a tastoni attorno a sé, finché toccò qualcosa di mor­bido e di caldo.

«Maura!» esclamò Ja­nas.

«Comandante!» rispose la ragazza, nel buio.

«Siete ferita?»

«No, non credo» rispose la ragazza. «E voi?»

«Devo essermi contuso le caviglie» disse Janas. «Nien­te di grave, però.»

«Bob» disse una voce, a sinistra. «Sono io, Jarl. Non ci sono riusciti, vero?»

«Non ancora» rispose Ja­nas. «Ma non credo che sperassero di farci fuori; al­meno, non con questo sistema. Ti sei fatto male?»

«Ho battuto la testa. Per il resto, tutto a posto. Se non c’erano i paraurti sul fondo, eravamo spacciati.»

«Altho?» chiese Janas. «Bilthor?»

Altho Franken brontolò qualcosa, poi disse: «Bilthor ha perso i sensi.»

«Se la caverà» disse Ja­nas. «L’urto non è stato abbastanza violento da causare fratture. Adesso, ascoltatemi bene. C’è qualcuno che sta cercando di impedirci di invia­re il contrordine, ed evidente­mente si tratta di agenti di Herrera.»

«Io non c’entro» disse Franken.

«Ci credo» gli disse Ja­nas. «Questa gente vuole fer­marci con qualunque mezzo, anche a costo di ammazzare te: non dimenticartene.»

Nel frattempo, Emmett si era alzato in piedi, e cercava di aprire le porte dell’ascensore.

«Dammi una mano» dis­se a Janas.

«Aspetta» gli disse Janas.

«Ma perché?»

«Chiunque sia l’autore di questo attentato» disse Janas «è là fuori che ci aspetta, armato. E, fra tutti noi, abbia­mo appena una pistola.»

«Ma non possiamo rima­nere qui seduti a aspettare» disse Emmett. «Non ne ab­biamo il tempo.»

«A quest’ora i nostri si saranno resi conto che è suc­cesso qualcosa e verranno a darci una mano» disse Janas.

«Sì, però...» Emmett fu interrotto da qualcuno che bussava alla porta dell’ascenso­re.

«Jarl?» diceva una voce soffocata.

«Chi è?» chiese Emmett.

«Hal Danser» rispose la voce. «Che cos’è capitato?»

Janas ebbe l’impressione che Franken tirasse un sospiro di sollievo.

«C’è stato un guasto ai freni» rispose Emmett. «Tiraci fuori di qui.»

«Un momento!»

Janas si avvicinò a Emmett e gli sussurrò all’orecchio: «Sta’ lontano dalla porta.»

«Perché?» chiese Em­mett.

«Non è il caso di correre rischi.»

«Con Hal? Ma mi fido di lui come di te.»

«Tu sai chi è la spia?»

«No. Potrebbe essere uno qualunque di noi.»

«Appunto. Per questo ti dico di stare lontano dalla porta.»

«Non preoccuparti per Danser» disse Franken nel buio.

«Cosa volete dire?» scat­tò Emmett.

«Danser vuole far fuori me» spiegò Franken. «Lavo­rava per me: come credete che io fossi informato dei vostri piani?»

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