Il processo, per chiamarlo così, fu brevissimo. Nel giro di un quarto d’ora si riunì la giuria, composta di vicini di casa e di parenti, per ascoltare i capi d’accusa. Lo sventurato non aveva nessuno che lo difendesse: la moglie cercò invano di intervenire a suo favore, ma fu immediatamente trascinata via fra le urla bestiali della folla. Infine fu pronunciata la sentenza: morte per lapidazione. Immediata!
Il povero pescatore, intontito e confuso, che non aveva altra colpa se non di aver messo in dubbio la divinità di Jonal Herrera, ricevette il primo colpo nella schiena, proprio sotto la scapola, e la pietra gli lacerò l’abito e gli scorticò la pelle. Lo sventurato barcollò in avanti e immediatamente un’altra pietra lo raggiunse, sotto l’occhio sinistro. Fontes Silva, accecato e ferito, cadde in ginocchio. Da quel momento i colpi non si contarono più e il poveretto non poté far altro che urlare e morire.
Petrinja era una delle tante città di quel nome che si trovavano nei Balcani. Questa, probabilmente, era la più piccola di tutte, poco più di un paese; praticamente faceva parte del comprensorio di Skopje, benché fosse una cittadina indipendente. A Petrinja c’era un magistrato che si faceva vanto sia della propria conoscenza degli affari spaziali, quanto della fedeltà al grande presidente, Jonal Herrera. Questo magistrato aveva una figlia che, dando prova di scarsa fantasia, aveva chiamato Katrina: e la ragazza, priva di immaginazione come il padre, aveva sposato un giovanotto di nome Peter. Peter, da parte sua, era un ammiratore sfegatato del generale ribelle Henri Kantralas, ciò che non rendeva certo facile la vita in casa del magistrato.
Il giorno in cui si diffuse la notizia della disfatta, il magistrato indisse una riunione straordinaria nel municipio di Petrinja, e Peter vi partecipò, portando un grosso coltello infilato sotto la giacca. Quando il vecchio magistrato maledisse i nomi di Kantralas e della Lega dei Mondi Indipendenti, il giovane Peter balzò dal suo posto e cacciò il coltello nel cuore di suo suocero.
Claude Smith-Henderson, capo della setta dei Fratelli della Liberazione, quando apprese che la battaglia di Armageddon era stata combattuta, si rallegrò per l’imminente venuta sulla Terra del Salvatore. Smith-Henderson, con la lunga barba grigia svolazzante, corse a dire ai fratelli ciò che aveva appreso.
Dopo aver ascoltato il breve sermone ed essersi uniti alla preghiera di invocazione, i Fratelli e le loro mogli abbandonarono le proprie case, nella città di Big Bell, nel Comprensorio di Perth, in Australia, e mossero verso gli altopiani che si trovano a occidente di Meekatharra.
Mentre Smith-Henderson li guidava, prima a nord, poi a ovest, in cerca di un luogo dove il Liberatore potesse più facilmente scoprirli e distinguerli dalla innumerevole moltitudine di peccatori che popolavano la Terra, dalle loro case in fiamme si levava di giorno una nube di fumo e di notte una colonna di fuoco.
Quando finalmente la moltitudine raggiunse il luogo santo, e cioè un monte di terra coperto di erba giallastra, Smith-Henderson costruì un altare e s’inginocchiò per pregare. Poi lui e il suo gregge si prepararono ad attendere la fine del mondo.
Il fumo riempiva il cielo del Complesso di Tientsin, nell’Asia Orientale, quando la folla assalì la casa del Governatore, fracassando finestre, urlando insulti al presidente, violentando le figlie del Governatore, dando alle fiamme l’edificio e chiedendo la resa della Confederazione, prima che le navi ribelli bombardassero la Terra. Il Governatore s’era salvato fuggendo a bordo di un over-car militare, abbandonando le due figlie alla mercé della folla inferocita. Una delle ragazze, che aveva allora quindici anni, scampò al massacro e poté più tardi riferire che cosa era avvenuto.
La cittadina Vivian Franz, una modella di ventitré anni, attrice della 3D, si fermò all’antico quartiere di “Times Square” di Manhattan, nel Comprensorio del Nord Atlantico. Le notizie terribili che aveva sentito pochi minuti prima le turbinavano in capo: la flotta della Confederazione era stata annientata e il generale dei ribelli, Henri Kantralas, aveva giurato di bombardare la Terra, per vendicare le atrocità compiute dalla Confederazione su Antigone.
Lei vedeva già tutto nella sua immaginazione: le navi che scendevano in picchiata nel cielo di Manhattan, la vampa tremenda che avrebbe spazzato via l’antica città, mentre le acque dell’Hudson bollivano e ogni cosa che le era cara veniva distrutta. E lei, che cosa poteva fare in quella immane sciagura?
Vivian si fermò vicino a una statua, coperta dalla patina del tempo, di un antico presidente della Confederazione, di cui ignorava il nome, e posò la borsetta sull’aiuola verde che circondava il monumento.
“Non c’era proprio niente da fare” pensò. Tra pochi giorni, forse tra poche ore, i ribelli sarebbero arrivati fin li, allora Vivian Franz non sarebbe stata più viva!
Scosse la testa, sforzandosi di scacciare quell’idea tormentosa. Poi, a un tratto, si decise. Se davvero era destinata a morire fra brevissimo tempo, lei voleva almeno, prima della morte, compiere una follia, una vera follia, qualcosa che desse un significato, anche pazzesco, agli ultimi istanti della sua vita.
I passanti si fermarono per osservare lo spettacolo, ma nessuno, neanche gli agenti, tentò di fermarla.
Vivian, prima di tutto, si sfilò le scarpe e le posò vicino al muretto che circondava l’aiuola, ai piedi della statua; poi si tolse la camicetta, la piegò e la posò sul marciapiede, accanto alle scarpe. Successivamente fu la volta della gonna e delle calze, che posò sopra alla camicetta.
Ritta in piedi, completamente nuda, sotto lo sguardo imponente della vecchia statua, Vivian Franz si sciolse i capelli: i riccioli bruni le ricaddero sulle spalle. Dopo avere scavalcato il muretto che chiudeva il monumento, si sedette nell’aiuola, ai piedi della statua, e si voltò verso la gente che stava a guardare.
«Dobbiamo morire» disse, con una voce che la stupiva tanto era calma. «Non ci resta più molto tempo.» Tacque e fissò negli occhi un uomo che era in piedi, vicino a lei. «Se qualcuno mi vuole, venga qui.»
Pochi avevano risposto all’invito quando Vivian crollò: le forze le erano venute meno improvvisamente.
Walter Duncan chiuse la porta con cura estrema, e vi ammucchiò contro tutti i mobili che riuscì a spostare. Quando ebbe concluso la sua fatica, fece un passo indietro per contemplare l’opera, mormorando fra sé: “Andava assolutamente fatto!”
«Walt?» Ledith lo chiamava da in cima alle scale. «Per l’amor del cielo, che cosa stai facendo?»
Duncan scostò una ciocca di capelli bianchi dalla fronte e si voltò per guardare quella vecchietta, che era sua moglie.
«Prendo qualche precauzione.»
«Ma non fare lo sciocco» ripeté Ledith. «Sali e vieni immediatamente a letto.»
«Vengo subito» disse Duncan, dando un’occhiata all’antico fucile che era appeso sul falso caminetto. Staccò la vecchia arma da fuoco, e ne controllò il funzionamento. «Saranno cinquant’anni che non è più stata usata» brontolò tra sé.
Dopo essersi messo il fucile sotto il braccio, s’incamminò su per le scale.
«Ma, Walt, cosa credi di poter fare con quell’arnese?» gli chiese Ledith, indignata.
«Tu non pensarci» disse Duncan con aria misteriosa, entrando nella stanza da letto.
Duncan si diresse verso la finestra, scostò la tendina e scrutò in direzione di Alford, che si trovava a due chilometri di distanza. Fuori c’era chiaro sufficiente da permettergli di distinguere le sagome degli edifici punteggiati di luci. Aberdeen era troppo lontana per riuscire a vederla, ma lui sapeva che Aberdeen sarebbe stata sicuramente uno dei bersagli di quei dannati ribelli. “Be’” concluse Ducan “se quei maledetti decidono di attaccare Aberdeen e di muovere verso Alford, troveranno me ad affrontarli!”
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