La figura di Herrera sparì dallo schermo, mentre ricomparivano la faccia e la voce del telecronista. “Il presidente Herrera ha proseguito dicendo...”
Janas si allontanò di scatto dal video 3D, e gli parve quasi di sentirsi male. “Stupido!” brontolò tra sé. “Maledetto stupido!”
Cercò un posto dove sedersi e riordinare le idee. Apri la borsa, tirò fuori le copie dei rapporti per i quali aveva affrontato quella traversata di anni-luce che l’avrebbe portato sulla Terra solo per consegnare a Altho Franken i rapporti riguardanti i mondi stellari e le forze dei ribelli. Franken, quando Janas gli aveva parlato di quei rapporti, aveva chiesto di vederli, e lo aveva pregato di tornare sulla Terra, per esporgli la sua opinione sull’esito probabile del conflitto. Inoltre s’era impegnato a non prendere decisioni definitive nei confronti della CNS, senza aver prima visto quei rapporti e aver parlato con Janas. E adesso che Janas, dopo aver affrontato distanze di anni-luce, si trovava ad appena 384.000 chilometri dalla Terra, Franken era venuto meno alla promessa fatta e aveva messo il futuro della CNS nelle mani del presidente della CT, Jonal Herrera. Se almeno avesse aspettato quelle poche ore, se prima di decidere avesse parlato con Janas, forse si sarebbe potuta evitare la distruzione dell’intera civiltà.
Janas ricacciò i fogli nella borsa, e chiuse questa con violenza, augurandosi che la nausea gli passasse.
«Comandante Robert Janas» chiamò una voce dagli altoparlanti sospesi attorno alla colonna di sostegno della 3D. «Il comandante Robert Janas è pregato di presentarsi allo sportello prenotazioni della Compagnia di Navigazione Solare, settore A-3.»
Dopo un secondo di silenzio la simpatica voce femminile ripeté il messaggio.
Janas si alzò con cautela e si mosse in direzione dei tavoli. La ragazza seduta al tavolo indossava un vestito che lasciava scoperte molte cose, e che, come si capiva dal taglio e dai colori, era la divisa della CNS. Janas intuì che da quando era partito dalla Terra, laggiù dovevano esserci stati molti cambiamenti. La ragazza gli sorrise.
«Sono Robert Janas.»
«Buongiorno, comandante» disse lei. «C’è una chiamata dalla Terra per voi. Alla cabina dodici, prego» e gli indicò una fila di cabine che si aprivano lungo il corridoio che collegava quel settore con l’edificio principale del terminal.
«Grazie» rispose Janas, dirigendosi verso le cabine.
Pochi minuti dopo, seduto in una comoda poltrona davanti a una parete liscia e vuota, Janas faceva un rapido esame dei due quadri-comando che si protendevano verso di lui. A destra, c’era il quadro-comunicazioni, fornito di una serie di pulsanti che servivano a sintonizzare le immagini e i suoni che avrebbero animato lo schermo appena lui avesse passato la mano davanti alla fotocellula. A sinistra, invece, c’era il bar automatico. La scoperta di quest’ultimo, in quel particolare momento, gli fece un grande piacere. Janas infilò la moneta nella fessura e premette il bottone; un momento dopo un pannello si aprì, e venne avanti un grosso bicchiere di whisky. Sentendosi già subito meglio, Janas passò la mano davanti alla fotocellula.
Finora non si era ancora chiesto chi volesse parlare con lui dalla Terra. Enid non sapeva niente di quel viaggio, e, delle due sole persone che ne erano al corrente, il cittadino Altho Franken, in quel momento, non sentiva certo il bisogno di parlargli.
La parete di fronte s’illuminò un secondo e subito divenne trasparente. Davanti a Janas adesso si apriva un’altra cabina, separata dalla sua soltanto da un foglio sottile di paraglas. La nuova cabina era grande come la sua, ma un po’ più lussuosa e, sulla parete di fronte, spiccava il disco solare circondato dai raggi: cioè l’emblema della Compagnia di Navigazione Solare.
A due metri da Janas, e l’illusione era perfetta, era seduto un uomo piuttosto tarchiato, con la pelle chiara e i capelli rossi, più giovane di lui di una decina d’anni. Lo scarto temporale dovuto alla trasmissione a velocità della luce era l’unico segno che tradisse l’irrealtà dell’immagine.
Quando Janas inserì il trasmettitore, una cinquantina di telecamere lo ripresero in 3D e inviarono l’immagine sulla Terra. Un segnale per arrivare dalla Luna alla Terra impiegava un secondo e tre decimi, ma il segnale di risposta richiedeva molto più tempo per ritornare sulla Luna. Passarono due secondi e mezzo, e finalmente l’immagine sullo schermo parlò e sorrise. «Ciao, Bob.»
«Ciao, Jarl.»
Jarl Emmett, Supervisore alla sede centrale della CNS, si mosse sulla sedia, tirò fuori un sigaro e lo accese.
«Hai sentito la novità, Bob?» chiese Emmett, soffiando una nuvola di fumo contro la pseudo parete che li separava.
«Ho sentito» rispose Janas. Mentre aspettava che il segnale arrivasse sulla Terra e ritornasse, buttò giù un sorso di whisky.
«Altho non ce la faceva proprio più ad aspettare» disse Emmett, rabbiosamente. «Non ci ha detto niente. Io l’ho saputo dal telegiornale, un’ora fa.»
Janas annuì, ma non disse nulla.
«Per la miseria, Bob, non so cosa fare» disse Emmett. «Forse, ma ne dubito, tu riuscirai ancora a parlargli. Ormai si è impegnato e non credo che, anche se volesse, potrebbe più tirarsi indietro.»
«E se chiedessimo la convocazione dell’assemblea?» disse Janas. «Dopotutto, Altho è un funzionario eletto.»
«Già, eletto» brontolò Emmett dopo il solito intervallo. «Scusami, Bob, ma hai mai sentito, tu, che un Franken abbia perso la presidenza?»
Janas scosse lentamente la testa.
«E anche se lo ritenessimo possibile, non siamo abbastanza potenti, in consiglio. Sono mesi che molti consiglieri fanno pressioni perché lui prenda quella decisione.»
«Ma non possiamo, adesso, cedere le armi» disse Janas, freddamente. «Dobbiamo tentare tutto il possibile.»
Emmett, a un tratto, si voltò per guardarsi attorno, come se temesse che qualcuno potesse sentire, anche se sapeva che, senza un apparecchio speciale, non era possibile intercettare il segnale. La Confederazione, però, e Altho Franken possedevano quell’apparecchio.
«Hai ragione» disse alla fine Emmett. «Ne parleremo quando sarai qui. Quando parte il tuo traghetto?»
Janas diede un’occhiata all’orologio. «Tra un’ora e mezza.»
«Benissimo» disse Emmett, dopo il solito intervallo. «Vengo ad aspettarti allo spazioporto. C’è altro?»
Janas per qualche secondo tacque, poi scosse la testa negativamente.
«Buon viaggio allora, Bob» disse Emmett, allungando la mano verso il quadro-comandi di destra.
Janas gli sorrise, ma non disse niente.
La parete di fronte s’illuminò per un secondo, e ridivenne opaca. Janas, ancora per un pezzo, rimase al suo posto.
Finalmente, come oppresso da un grande peso, portò il bicchiere alle labbra e buttò giù il resto del whisky. Si asciugò bruscamente la bocca col dorso della mano, si alzò, raccolse la borsa e uscì dalla cabina.
A sette parsec e mezzo dal Sole e dal suo terzo pianeta, la Terra, capitale e fondatrice della Confederazione Terrestre, in direzione della costellazione dell’Aquila, lontanissimo, oltre la luminosa Altair, si stendeva il cordone delle navi vedetta e dei ricognitori privi di equipaggio, tutti contraddistinti dal simbolo CT della Confederazione, pronti a intercettare l’immensa flotta avversaria che, secondo gli ultimi rapporti, era in rotta verso la Terra, proveniente dai mondi della Cintura.
Una delle navi vedetta, la “Douglas MacArthur”, in agguato nello spazio a distanza di diversi anni-luce dalla stella più vicina, catapultò uno dei suoi dodici ricognitori automatici Anti-spazio. Appena il ricognitore, il MAC-5, si fu staccato di cinquecento chilometri dalla propria unità, si fermò e rimase per lungo tempo immobile ad accumulare energia per le proprie Unità automatiche interne.
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