Ben Bova - La vendetta di Orion

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La vendetta di Orion: краткое содержание, описание и аннотация

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Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.

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“Chi sono io?” Con un’improvvisa scossa di paura, mi resi conto che non riuscivo a ricordare niente di me tranne il nome. — Io sono Orion — mi dissi. Ma non riuscii a ricordare nient’altro. La mia memoria era vuota, quasi fosse stata completamente cancellata come la lavagna di un’aula pronta per una nuova lezione.

Strinsi forte gli occhi e mi obbligai a pensare alla donna che avevo amato e a quella fantastica nave lanciata fra le stelle. Non riuscivo nemmeno a ricordare il suo nome. Vidi fiamme, sentii grida. La tenevo tra le braccia mentre il calore copriva di bolle la nostra pelle e rendeva le pareti di metallo intorno a noi rosse come l’inferno.

— Ci hanno battuto, Orion — mi diceva lei. — Moriremo insieme. Questa è la sola consolazione che avremo, amore mio.

Ricordavo il dolore. Non semplicemente l’agonia della carne che bruciava, si spaccava, si cuoceva al vapore mentre i nostri occhi venivano consumati dal fuoco, ma la tortura di essere diviso per sempre dall’unica donna che amassi in tutto l’universo.

La frusta schioccò di nuovo sulla mia schiena nuda.

— Più forte! Tira più forte, figlio di puttana, o per gli dèi sacrificherò te invece che un vitello quando toccheremo terra!

L’uomo si chinò sopra di me, la faccia sfregiata rossa d’ira, e mi colpì di nuovo con la frusta. Il dolore non fu niente. Lo allontanai senza pensarci due volte. Riuscivo sempre a controllare completamente il mio corpo. Se avessi voluto, avrei potuto spezzare in due quella pesante pagaia e piantarne l’estremità scheggiata nel cranio solido del capo rematore. Ma cos’era la fitta di dolore della sua frusta paragonata all’agonia della morte, alla sua irreparabilità?

Remammo intorno al promontorio roccioso e avvistammo un’insenatura riparata. Lungo la spiaggia curva c’erano dozzine di navi come la nostra, tirate in secca sulla sabbia. Baracche e tende erano ammucchiate tra gli scafi neri, come frammenti di carta che ingombrano una strada cittadina dopo una parata. Qua e là, un sottile fumo grigio che saliva dai fuochi delle cucine. Una cappa di fumo più denso e più nero si levava a ondate in lontananza.

Più all’interno, a circa un chilometro di distanza, su un promontorio a picco che sovrastava la spiaggia, si ergeva una città o fortezza che fosse. Alte mura di pietra con torri quadrate si alzavano al di sopra dei merli. In lontananza, si stagliavano scure colline boscose che lasciavano gradatamente il posto a montagne più alte che fluttuavano scintillando nell’azzurra foschia del calore.

I giovani a poppa sembrarono innervosirsi ancora di più alla vista della città cinta di mura. Le loro voci erano basse, ma io li sentivo abbastanza facilmente.

— Eccola là — disse uno ai suoi compagni. La sua voce era severa.

Il giovane vicino a lui annuì e disse una sola parola. — Troia.

2

Atterrammo, letteralmente, spingendo la barca su quella spiaggia finché la carena non sfregò contro la sabbia e non potemmo andare più avanti. Poi il capo rematore cominciò a sbraitare ordini mentre ci sporgevamo dai parapetti, afferravamo delle funi e sforzandoci, imprecando, slogandoci i tendini delle braccia e delle spalle, trainavamo sulla spiaggia lo scafo nero come la pece finché solo la poppa e il timone toccarono l’acqua.

Sapevo che difficilmente ci sarebbero state correnti degne di essere chiamate tali. Una volta attraversate finalmente le Colonne d’Ercole e passati nell’Atlantico, lì sì avremmo incontrato le correnti vere. Poi mi domandai come facessi a saperlo.

Non ebbi tempo per chiedermelo a lungo. Il nostro capo ci lasciò qualche magro attimo per riprendere fiato, poi cominciò a farci scaricare la nave. Urlava e minacciava, agitando la frusta multipla verso di noi, la barba rosso cannella ispida e aggrovigliata e la cicatrice sulla guancia sinistra che risaltava, bianca, sul viso florido dagli occhi di rana. Io trasportavo balle e pecore che belavano e si dimenavano e maiali puzzolenti, mentre i gentiluomini con i mantelli, le tuniche di lino e i sandali puliti scendevano lungo una passerella, ognuno seguito da due o più schiavi che portavano i loro bagagli, soprattutto armi e armature, da quello che potevo vedere.

— Sangue fresco per la guerra — borbottò l’uomo vicino a me, accennando ai giovani nobiluomini. Aveva l’aspetto sudicio che mi sentivo io, un vecchio tutto nervi con la pelle asciugata e raggrinzita quanto il cuoio segnato dalle intemperie. I suoi capelli erano radi, grigi, appiccicati per il sudore; la barba era sporca e scarmigliata. Come me non indossava altro che un perizoma; le gambe magre e le ginocchia nodose sembravano a malapena abbastanza forti per sopportare il carico che trasportava.

C’erano moltissimi altri uomini, laceri e sudici quanto noi, che ricevevano le balle e il bestiame che passavamo loro. Sembravano felici di farlo. Mentre andavo avanti e indietro dalla barca vidi che quella lingua di spiaggia era protetta da un bastione di terra, puntellato qua e là da paletti appuntiti.

Finalmente, portammo a termine il nostro compito scaricando un centinaio di massicce anfore da vino, mentre il sole toccava il promontorio che avevamo doppiato durante la mattinata. Doloranti, esausti, ci sdraiammo intorno a un fuoco e ci vennero distribuite ciotole di legno fumanti di lenticchie e verdure bollite. Un vento freddo soffiava da nord mentre il sole scivolava dietro l’orizzonte, mandando le scintille del nostro piccolo fuoco a brillare verso il cielo che si faceva scuro.

— Non avrei mai creduto che mi sarei trovato qui nella pianura di Ilio — disse il vecchio che aveva lavorato vicino a me. Si portò la ciotola alle labbra e inghiottì la minestra avidamente.

— Da dove vieni? — gli chiesi.

— Da Argo. Mi chiamo Polete. E tu?

— Orion.

— Ah, come il Cacciatore.

Annuii, mentre una debole eco di memoria mi fece rizzare i capelli sulla nuca. Il Cacciatore. Sì, ero un cacciatore. Una volta. Molto tempo prima. O… era molto tempo da allora ? Il futuro e il passato erano confusi nella mia mente. Ricordavo…

— E da dove vieni, Orion? — chiese Polete, distruggendo le fragili immagini che si stavano formando a metà nella mia mente.

— Oh — feci un gesto vago — da un posto a ovest di Argo. Molto a ovest.

— Più in là di Itaca?

— Al di là del mare — risposi, senza sapere perché ma sentendo istintivamente che quella era la risposta più onesta che potessi dare.

— E come sei arrivato qui?

— Mi strinsi nelle spalle. — Sono un vagabondo. E tu?

Avvicinandosi di più, Polete corrugò le sopracciglia e si grattò i capelli radi. — Niente vagabondo. Io sono un cantastorie, ed ero felice di passare i miei giorni nell’agorà, e guardare le facce della gente mentre parlavo. Soprattutto i bambini, con i loro grandi occhi. Ma questa guerra ha messo fine al mio narrare.

— Come mai?

Si pulì la bocca con il dorso della mano sudicia. — Il mio signore Agamennone può aver bisogno di più guerrieri, ma la sua infedele consorte vuole più thetes.

— Schiavi?

— Ah! Peggio che schiavi. Molto peggio — borbottò. Indicò gli uomini esausti sdraiati intorno al fuoco morente. — Guardaci! Senza casa e senza speranza. Almeno uno schiavo ha un padrone su cui contare. Uno schiavo appartiene a qualcuno; è membro di una famiglia. Un thes non appartiene a niente e a nessuno; non ha terra, né casa, è escluso da tutto tranne che dal dolore e dalla fame.

— Ma tu facevi parte di una famiglia ad Argo, no? — Lui chinò la testa e strinse gli occhi, come per allontanare un doloroso ricordo.

— Una famiglia, sì — disse con voce bassa. — Finché l’uomo della regina Clitennestra non mi ha scacciato dalla città perché ripetevo quello che anche i cani e i gatti randagi dicevano ad Argo; che la regina si era presa un amante mentre il suo reale marito era qui a combattere sotto le mura di Troia.

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