Questa volta era Parkinson alle corde.
«Però lei non può negare di avere scritto una lettera molto esplicita al dottor Leicester dell’Università di Sydney?»
«Certo che non lo nego. E perchè dovrei? Leicester non sa nulla della Nuvola.»
«Ma lo saprebbe, se avesse ricevuto la lettera.»
«I se e i ma son roba da politici, signor Parkinson. Come scienziato a me interessano i fatti e non i motivi, i sospetti e le bolle di sapone. La realtà è — ed io debbo insistere su questo — che nessuno ha saputo da me nulla di importante su tale questione. Chi davvero sparge in giro le chiacchiere è il Primo ministro. Avevo detto all’Astronomo Reale che sarebbe finita così, ma lui non mi voleva credere.»
«Lei non ha grande rispetto per la mia professione, vero professor Kingsley?»
«Visto che lei vuole che io parli francamente, le risponderò di no. A me i politici sembrano simili agli strumenti sul cruscotto dell’automobile. Mi avvisano di quel che succede nel motore dello Stato, ma non son mai loro a controllarlo.»
All’improvviso Parkinson capì che Kingsley lo prendeva in giro, e parecchio. Scoppiò a ridere, ed anche Kingsley si mise a ridere. Da quel momento i loro rapporti furono assai più facili.
Dopo una seconda tazza di tè e un altro po’ di conversazione generica, Parkinson tornò al dunque.
«Mi lasci dire, e non cerchi di canzonarmi. La sua maniera di raccogliere dati scientifici non è quella più rapida, e nemmeno la più sicura, se vogliamo dare al termine sicurezza il suo significato più ampio.»
«Non ho una maniera migliore, signor Parkinson, e il tempo — non c’è bisogno che glielo ricordi — è prezioso.»
«Forse lei non ha una maniera migliore per il momento, ma può darsi che la troviamo.»
«Non capisco.»
«Il governo intende riunire tutti gli scienziati che debbono essere a conoscenza dei fatti. Mi pare che lei di recente abbia lavorato con un certo signor Marlborough del gruppo dei radioastronomi. La ringrazio dell’assicurazione di non aver dato notizie essenziali al signor Marlborough; ma non le pare che sarebbe meglio trovare un modo più efficace per metterli al corrente dei fatti?»
Kingsley ricordò che all’inizio aveva avuto difficoltà col gruppo dei radioastronomi.
«Senza dubbio.»
«Allora siamo d’accordo. Secondo: Cambridge, o un qualsiasi altra Università, non è il luogo migliore per condurre queste ricerche. Lei fa parte di una comunità integrata e non può sperare di avere insieme segretezza e libertà di parola. Non può coi suoi colleghi formare un gruppo all’interno del gruppo. La maniera giusta è perciò quella di creare uno stabilimento del tutto nuovo una comunità nuova fatta apposta per affrontare la situazione d’emergenza, una comunità alla quale daremo ogni possibile facilitazione.»
«Come Los Alamos, per esempio.»
«Precisamente. Se ci pensa bene mi pare che debba riconoscere che non c’è altra soluzione possibile.»
«Forse dovrei ricordarle che Los Alamos si trova nel deserto.»
«Non credo che sia possibile mettervi nel deserto.»
«E dove volete metterci? Ma che bel verbo, questo metterci.»
«Non credo che avrete di che lagnarvi. Il governo sta per completare la trasformazione di un graziosissimo maniero settecentesco a Nortonstowe.»
«Dove sarebbe?»
«Presso Cotswolds, sull’altipiano, a nord-ovest di Cirencester.»
«Come e perchè lo stanno trasformando?»
«Avrebbe dovuto servire come sede di un istituto ricerche agricole. A un miglio dalla casa abbiamo costruito una serie di edifici nuovissimi per ospitare il personale: i giardinieri, la gente di fatica, le dattilografe, e così via. Le ho detto che vi avremmo dato ogni facilitazione, e posso assicurarle, in tutta sincerità, che dicevo il vero.»
«E quelli dell’agricoltura non avranno nulla da dire, se li buttano fuori per far posto a noi?»
«Non si preoccupi di questo; non tutti considerano il governo alla maniera sua, cioè con tanto poco rispetto.»
«Ma vi sono altre difficoltà di cui non avete tenuto conto. Occorreranno strumenti scientifici… Un radiotelescopio, per esempio. C’è voluto un anno per montarne uno qui. Quanto tempo ci vorrà a rimuoverlo?»
«Quanti uomini sono occorsi per questo lavoro?»
«Venticinque circa.»
«E noi ne impiegheremo mille, diecimila, se occorre. Possiamo garantirle che riusciremo a smontare e rimontare gli strumenti che le paiono necessari in un periodo di tempo ragionevole, diciamo due settimane. Vi sono altri grossi strumenti?»
«Avremmo bisogno di un buon telescopio ottico: non importa che sia molto grande. Il più adatto mi sembra il nuovo Schmidt, qui di Cambridge. Peraltro non so come faremo a convincere Adams. Gli ci son voluti degli anni per ottenerlo.»
«Non credo che farà grosse difficoltà. Sarà contento di aspettare sei mesi per averne poi uno più grande e migliore.»
Kingsley mise altri ceppi nel fuoco e si riaccomodò sulla sedia.
«Smettiamola di girare intorno a questo punto,» disse. «Lei vuole che io mi lasci chiudere in una gabbia, sia pure una gabbia d’oro. Questo è il compromesso che vuole da me, un compromesso piuttosto grande. Ma ora discutiamo un poco del compromesso che io chiedo a voi.»
«Ma come, mi pareva di averne già parlato!»
«Certo, ma solo in maniera vaga. Voglio fissare ogni cosa con precisione. Primo: io ho la possibilità di scegliermi il personale per questo luogo, Nortonstowe, posso dar loro il salario che mi sembra giusto, e servirmi degli argomenti che mi paiono opportuni, fermo restando il segreto sulla situazione reale. In secondo luogo non voglio alcun funzionario governativo a Nortonstowe e non voglio alcun legame politico. L’unica persona con cui tratterò sarà lei.»
«A che cosa debbo questo trattamento di riguardo?»
«A questo: quantunque noi la pensiamo in maniera diversa, e quantunque serviamo differenti padroni, c’è tuttavia un terreno comune che ci consente il colloquio. Un cave raro, che probabilmente non si ripeterà più.»
«Sono davvero lusingato.»
«Allora non mi capisce. Sto parlando proprio sul serio. Le dico con tutta la solennità che se io o il mio gruppo dovessimo trovare a Nortonstowe un signore appartenente alle categorie suddette, lo butteremmo fuori, alla lettera. Se i politici cercheranno di impedircelo, o se i suddetti signori fossero così numerosi da non poterli buttar fuori tutti, allora io l’avverto, con la stessa serietà, che non potrete contare minimamente sulla nostra cooperazione. Se lei crede che io esageri, allora le dirò che lo faccio solo perchè so quanto siano sciocchi gli uomini politici.»
«Grazie tante.»
«Di nulla. Ed ore passiamo al terzo punto. Ci occorre carte e matita. Si segni minutamente, in modo che non vi sia possibilità di errore, tutta l’attrezzatura che deve essere a posto prima della mia partenza per Nortonstowe. Non accetterò scuse per un qualche inevitabile ritardo; non voglio sentirmi dire che la tal cosa arriverà . Ecco, prenda questo foglio di carta e cominci a scrivere.»
Parkinson se ne tornò a Londra con una lista lunghissima, e la mattina dopo ebbe un importante colloquio col Primo ministro.
«Ebbene?» chiese il Primo ministro.
«Sì e no,» rispose Parkinson. «Ho dovuto promettergli di attrezzare quel posto con tutti gli apparecchi scientifici.»
«Ma va benissimo! Non aveva torto Kingsley a dirci che occorrevano altri dati. Tanto meglio sarà perciò averli presto.»
«Non ne dubito, signore. Ma avrei preferito che Kingsley non assumesse tanta importanza nel nuovo stabilimento scientifico.»
«Non vale molto? C’è qualcuno migliore di lui?»
«Oh, come scienziato va benissimo. Non è questo che mi preoccupa.»
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