“Il nostro prototipo di elaboratore quantico, che abbiamo battezzato Democrito, non possiede soltanto trenta registri, bensì mille, ciascuno dei quali è costituito da un solo atomo. Il risultato consisterà in una serie di frange d’interferenza che un altro elaboratore… quello là… analizzerà e presenterà in forma numerica. Tutto chiaro? Allora procediamo.”
Si avvicinò al disadorno pannello nero dietro il quale si nascondeva Democrito. Tanto per fare un po’ di scena avevano piazzato un vistoso interruttore a coltello, degno del laboratorio di Frankenstein, sul fianco dell’apparecchio. Kyle abbassò la manopola e chiuse il contatto. Si accese un vivido LED rosso e…
…e tutti trattennero il respiro. Kyle non distolse lo sguardo da Democrito, che ovviamente lavorava in perfetto silenzio. Altri tennero d’occhio l’orologio digitale sulla parete, accanto alla vistosa insegna dell’uscita di emergenza.
Trascorsero dieci secondi.
Ancora altri dieci.
Poi gli ultimi dieci.
Infine il LED si spense.
Kyle lasciò andare il respiro.
— Fatto — disse, col cuore che gli martellava.
Fece segno ai presenti di seguirlo dall’altra parte della stanza, dove il secondo elaboratore stava analizzando il risultato fornito da Democrito.
— Ci vorranno all’incirca cinque minuti per decodificare le frange d’interferenza — spiegò. Poi si concesse un sorriso. — Se state pensando che è molto più di quanto ci sia voluto per produrre l’immagine, avete ragione… ma ricordate che adesso abbiamo a che fare con un elaboratore convenzionale.
— Quante operazioni occorrono per scomporre in fattori un numero così grande? — s’informò la preside, decisamente incuriosita.
— Intorno a dieci elevato alla cinquecentesima — rispose Kyle.
— E non c’è modo di arrivarci in meno passaggi? Democrito non potrebbe prendere una scorciatoia?
Kyle scosse il capo. — No, per calcolare i fattori di un numero tanto elevato servono davvero dieci alla cinquecentesima passaggi.
— Ma evidentemente Democrito non li ha eseguiti tutti.
— Questo Democrito no. Lui, in effetti, ha compiuto una sola operazione, utilizzando i mille atomi come palline del suo abaco, per così dire. Ma se tutto è andato bene, altri dieci alla cinquecentesima Democrito, in altrettanti universi, avranno compiuto anch’essi un’operazione ciascuno… mettendo in gioco, ovviamente, un totale di mille volte dieci alla cinquecentesima atomi, cioè dieci elevato a cinquecentotré. E questo, amici miei, è un numero assai significativo.
— Perché? — volle sapere il capodipartimento.
— Ecco, il valore preciso non è importante. Quel che importa è il suo rapporto col totale degli atomi del nostro universo. — Sorrise, in attesa dell’inevitabile domanda.
— E quanti atomi ci sarebbero, nel nostro universo? — chiese la preside.
— Ho chiamato la professoressa Holtz, ai Laboratori di Fisica McLennan, e l’ho chiesto a lei. La risposta, con un margine di un paio di ordini di grandezza in più o in meno, è che nel nostro universo ci sono dieci alla ottantesima atomi.
Qualcuno dei presenti rimase a bocca aperta.
— Capite? — continuò Kyle. — In quei trenta secondi, per scomporre in fattori il numero proposto, Democrito deve avere utilizzato molti trilioni di volte più atomi di quanti ve ne siano nell’intero universo. Precedenti prove di calcolo quantico non hanno mai utilizzato un numero di bit realmente superiore alla quantità di atomi disponibili nel nostro universo, lasciando aperto qualche dubbio circa l’effettivo coinvolgimento di mondi paralleli. Ma se questo esperimento dà esito positivo, ciò significa necessariamente che il nostro Democrito ha lavorato in tandem con altri elaboratori di altri universi.
Il calcolatore convenzionale cui stavano di fronte emise un bip e uno dei suoi monitor si risvegliò. Sullo schermo apparvero due stringhe di numeri, ciascuna di varie decine di cifre.
— Quelli sarebbero i primi due fattori? — domandò l’avvocato.
Kyle provò un tuffo al cuore. — Be’, no. In effetti… — Deglutì. Una punta di nausea prese a vellicargli la bocca dello stomaco. — Cioè, sì, certo, sono sicuramente fattori del numero di partenza, però… però…
Uno dei giovani laureati guardò Kyle, poi disse le parole che, in quel momento, Kyle non era capace di pronunciare. — Sullo schermo non doveva apparire nulla finché tutti i fattori non fossero stati pronti. A meno che, per qualche miracolo, il numero di partenza non abbia solo due fattori, l’esperimento non ha funzionato.
Il capodipartimento si avvicinò allo schermo e pose l’indice sull’ultima cifra del secondo numero: un quattro. — È un numero pari, quindi devono esserci per forza fattori più piccoli che qui non appaiono.
Kyle stava scuotendo la testa. — Comunque ha funzionato… in un certo senso. Democrito ha eseguito un calcolo solo, quindi l’altro numero deve provenire da un universo parallelo.
— Purtroppo non può dimostrarlo — replicò la preside. — Due sole operazioni comportano il coinvolgimento di duemila atomi, non di più.
— Lo so — ammise Kyle. Sospirò. — Chiedo scusa a tutti. Continueremo a lavorarci.
La preside si accigliò, pensando probabilmente a tutti i soldi che erano stati già spesi. Uscì in silenzio. Il capodipartimento poggiò brevemente una mano sulla spalla ingobbita di Kyle, poi sgombrò il campo pure lui, seguito a ruota dall’avvocato.
Kyle scrutò i suoi studenti e si strinse nelle spalle. Ultimamente non c’era nulla che andasse per il verso giusto…
Dopo che anche gli assistenti se ne furono andati, Kyle sedette di fronte al quadro comandi del suo elaboratore preferito.
— Mi spiace — disse Cita.
I — Eh, già — sospirò Kyle. Scosse la testa. — Eppure avrebbe dovuto funzionare.
— Sono convinto che riuscirà a scoprire che cosa è andato storto.
— Speriamo. — Sollevò lo sguardo al poster del Corpus hypercubicus. — Ma forse non funzionerà mai. Sono più di vent’anni che i ricercatori tentano inutilmente di ottenere quel risultato. — Lo sguardo gli ricadde a terra. — E io non faccio altro che sprecare il mio tempo dietro progetti che continuano a rivelarsi infruttuosi.
— Come me — osservò Cita in tono pacato.
Kyle non rispose.
— Io però ho fede in lei — continuò Cita.
Kyle fece un suono strano, di gola, come una risata venuta male.
— Chissà. Forse è tutto lì, il problema. Dev’essere la mia mancanza di fede…
— Vuol dire che Dio la punisce perché è ateo?
Kyle scoppiò a ridere, ma senza allegria. — Non quel genere di fede lì. Mi riferivo alla mia fede nella fisica dei quanti. Quand’ero studente, nulla mi entusiasmava più della meccanica quantistica… una disciplina che faceva volare la mente, dal fascino inesauribile. E nutrivo in me la certezza che un bel giorno ogni concetto avrebbe trovato la sua collocazione e il quadro sarebbe stato completo, percepibile nella sua globalità. Quel giorno avrei davvero compreso. Invece non ci sono mai riuscito. Certo, afferro le equazioni in modo astratto, ma il senso profondo mi sfugge, capisci? Sarà, come dicevo, che forse non ci credo veramente.
— Non riesco a seguirla — replicò Cita.
Kyle allargò le braccia e cercò un esempio per vedere di spiegarsi meglio. — Una volta ero a una festa ed ecco che arriva un grassone con una sezione di geode assicurata in fronte da una fascia. Io faccio finta di nulla, ognuno si concia come gli pare, è bene non immischiarsi. Ma la sua compagna, una donna magra come un chiodo, si accorge che ho fatto caso al geode, così viene da me e dice: “Lui è Cory. Ha il dono del terzo occhio”. Cristo santo, penso allora io, alla larga! Più tardi però mi si avvicina Cory e dice: “Ehi, amico, che ore sono?”. E io penso, ma che te ne fai del terzo occhio se non sai nemmeno che ore sono?
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