Ma d’un tratto qualcosa riemerse… un fatto della sua infanzia. Una cosa che non era mai riuscito ad accettare. Una cosa che gli era costata la fede in Dio. Ecco, in momenti di tranquilla meditazione gli capitava ancora d’ipotizzare l’esistenza di un Creatore, ma sin da quando aveva quindici anni, a partire da un giorno ben preciso, non credeva più nel Dio benevolo proclamatogli dalla sua chiesa.
Quella sera i suoi genitori erano usciti dopo cena e lui aveva deciso di rimanere alzato il più possibile. Quando suo padre era a casa non gli permetteva certo di giocare col telecomando, così adesso si sfogava a cambiare canale, con la speranza di trovare qualche trasmissione un po’ spinta. Però, imbattendosi in un documentario naturalistico, si soffermò. Non si sa mai, magari poteva entrare in scena una di quelle africane con le poppe al vento.
Apparve, invece, una leonessa che faceva la posta a un branco di zebre nei pressi di uno stagno. Il fulvo mantello della belva era quasi invisibile, fra le alte erbe giallastre. C’erano centinaia di zebre, ma la predatrice era interessata solo agli animali ai margini del branco. “La leonessa cerca un capo sbandato” spiegò il commentatore. “Vuole individuare uno dei membri deboli del branco.”
La leonessa rimaneva immobile in agguato. Fra i rumori di fondo si distinguevano lo zoccolìo delle zebre sul suolo arido, il fruscio dell’erba, i richiami degli uccelli, il ronzio degli insetti. Le ombre dense e brevi rasentavano le membra degli animali come timidi fanciullini aggrappati alle gambe dei genitori.
D’improvviso la leonessa balzò innanzi, le zampe incontenibili pistoni, le fauci spalancate. Si avventò sul fianco di una zebra e vi immerse profondamente le zanne. Le altre zebre presero a fuggire al galoppo con rumor di tuono, sollevando nubi di polvere nella loro scia. Gli uccelli si alzarono in volo e presero a volteggiare schiamazzando.
Fra le strisce bianche e nere dell’animale aggredito si vedevano adesso colare striature vermiglie. La zebra* cadde in ginocchio, spinta giù dalla furia della leonessa. Il sangue s’impastò col terreno riarso formando una melma rossiccia. La belva era affamata, o quanto meno assetata, e continuando ad azzannare ferocemente la carne della vittima disvelse una massa umidiccia di muscoli e tessuto connettivo. Nel frattempo la zebra non cessava di muovere la testa e battere le palpebre.
Quella disgraziata è ancora viva, pensava Kyle. Sta spargendo il suo sangue per tutta la savana, sta per essere mangiata, ed è ancora viva.
Una zebra. Genere Equus, avrebbe sentenziato il professore di scienze. Insomma, una specie di cavallo.
D’estate, al campeggio, Kyle aveva fatto qualche passeggiata in groppa. E sapeva quanto fossero intelligenti, quanto fossero ricettivi, quanto fossero sensibili i cavalli. Una zebra non poteva essere tanto diversa. Quel povero animale doveva soffrire tremendamente, dibattersi in preda al panico, provare un terrore assoluto.
Un pensiero lo colpì. Aveva quindici anni e fu colpito come da una tonnellata di mattoni.
Perché non si trattava solo di quella zebra, ovviamente. Ma di quasi tutte le zebre e le gazzelle e le giraffe e gli gnu.
E non capitava soltanto in Africa.
Ma a tutte le vittime di predatori in ogni parte del mondo.
Gli animali non muoiono di vecchiaia. Non si spengono tranquillamente dopo una vita lunga e piacevole.
No.
Essi vengono fatti a pezzi, sbranati lentamente, dissanguati, di solito mentre sono ancora coscienti, ancora consapevoli, ancora sensibili al dolore.
La morte è, quasi senza eccezione, un avvenimento orribile, atroce.
Il nonno di Kyle se n’era andato l’anno prima. Kyle non aveva mai pensato sul serio che il fatto d’invecchiare riguardasse anche lui, ma d’improvviso gli tornò in mente la sequela di termini udita spesso intonare dai suoi genitori durante la malattia del nonno.
Cardiopatia. Osteoporosi. Cancro alla prostata. Cataratta. Demenza senile.
Durante l’intero corso della storia anche la maggioranza della gente aveva fatto morti tremende. Di solito gli esseri umani non erano vissuti abbastanza a lungo da conoscere la vecchiaia; all’evoluzione, che come gli avevano insegnato a scuola si era presa la briga di mettere a punto con tanta precisione gran parte della fisiologia umana, era mancata in pratica l’opportunità di dedicarsi alla soluzione di tali incresciosi problemi, per il semplice motivo che quasi nessuno, nelle generazioni precedenti, era vissuto abbastanza da giungere a farne esperienza.
La zebra sventrata dal leone.
Il topo inghiottito intero dal serpente.
L’insetto paralizzato che si sente mangiar vivo dalle larve innestategli dentro.
Tutti quanti senza dubbio consapevoli di quel che gli sta accadendo.
Tutti quanti torturati sino all’ultimo istante.
Niente morti veloci.
Niente morti misericordiose.
A Kyle non era rimasto che posare il telecomando. La voglia di sbirciare petti muliebri l’aveva completamente abbandonato. Infilatosi a letto, era rimasto sveglio per ore a rimuginare.
Da allora in poi, ogni volta che cercava di volgere il pensiero a Dio, gli si ripresentava immancabilmente l’immagine della zebra, del suo sangue zampillato a macchiare lo stagno.
Un ricordo che ancora, per quanto ci avesse provato, non era stato capace di rimuovere.
Heather non riusciva proprio a farsi venir sonno. Si alzò dal divano, andò all’armadio in camera da letto e tirò fuori alcuni vecchi album fotografici. Poi tornò a sedersi sul divano, ripiegò una gamba sotto di sé, scelse uno degli album e se lo spalancò in grembo.
Le foto risalivano a una quindicina d’anni prima: roba d’inizio secolo, insomma. La vecchia casa di Merton. Dio, come le mancava.
Voltò pagina. Le foto erano protette da una pellicola di acetato, tenuta ferma da un leggero strato adesivo sui fogli di supporto.
La festa per il quinto compleanno di Becky, l’ultima organizzata nella casa di Merton.
Già, quella volta che Doreen, la sorella di Heather, non si era fatta vedere, e Becky c’era rimasta così male che la zia non fosse venuta. Heather non gliel’aveva mai perdonata. Pensare che aveva sempre partecipato con tanto impegno ai compleanni dei ragazzi di Doreen, preparando i dolci, scegliendo i regali e tutto il resto. Ma già, Doreen aveva avuto troppo da fare, di certo si era tirata indietro perché le era capitata un’offerta più allettante.
Voltò pagina di nuovo e…
Ma che strano!
Altre fotografie della festa.
Ed ecco lì Doreen. Allora era venuta anche lei, dopotutto.
Heather sollevò la pellicola trasparente, poi prese la foto e lesse l’appunto che aveva scritto sul retro: “5° compleanno di Becky”. E a fugare ogni eventuale dubbio c’era la data impressa dal fotolaboratorio, esattamente due giorni dopo il compleanno.
E pensare che per quella questione erano quindici anni che portava rancore a sua sorella. Doreen doveva aver detto inizialmente che non sarebbe venuta, per poi cambiare idea all’ultimo momento. Heather aveva ricordato la prima parte e dimenticato completamente la seconda.
Ma lì c’era la foto: Doreen accovacciata accanto a Becky.
Le foto non mentono.
La memoria, invece, è un meccanismo senza dubbio imperfetto.
Heather sospirò.
Le foto servivano ovviamente a rinfrescarle la memoria, ma le rivelavano anche cose che aveva sempre ignorato, o completamente dimenticato.
Però, quanti rullini di pellicola poteva aver scattato in vita sua? Forse un duecento, e ciò significava che sparse fra album e scatole da scarpe dovevano esistere alcune migliaia d’immagini del suo passato. Senza contare, naturalmente, qualche video amatoriale e le istantanee elettroniche salvate su disco.
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