Heather annuì. — Nella pratica terapeutica ho personalmente assistito alla dimostrazione del principio basilare con dei bambini. Un bambino viene a trovarti tutti i giorni, per una settimana. Il primo giorno gli chiedi com’è andata all’ospedale dopo che si è tagliato un dito. Lui ti risponde: “Ma io non ci sono mica stato all’ospedale”. Ed è vero, non c’è stato. Tu però glielo chiedi un’altra volta il giorno dopo, e di nuovo il giorno successivo, e così via. Alla fine della settimana il bambino è convinto di essere stato sul serio all’ospedale. Sarà anche in grado di fornirti un resoconto minuzioso e coerente della sua trasferta ospedaliera e crederà in assoluta buonafede che tutto ciò sia davvero accaduto. I ricordi possono essere inculcati anche solo tramite l’evocazione, più volte reiterata, di fatti e di idee. Se poi un analista amplifica l’effetto tramite ipnosi, è capace di creare falsi ricordi saldi come la roccia.
— Ma perché mai un analista dovrebbe fare una cosa del genere?
Scura in volto, Heather rispose senza esitazioni. — Per citare una vecchia battuta dell’istituto di Psicologia, molte strade conducono alla salute mentale, ma nessuna è redditizia quanto l’analisi freudiana.
Kyle sembrava piuttosto perplesso. Rimase in silenzio per parecchi secondi, apparentemente incerto sull’opportunità o meno di rivolgerle un’altra domanda. Alla fine si decise. — Senti, non per essere polemico, ma il tuo sostegno alla mia innocenza non mi risulta del tutto chiaro. Ti spiacerebbe spiegarmi esattamente perché ritieni che i ricordi di Becky potrebbero essere falsi?
— Perché la sua analista ha insistito a dire che anch’io sarei stata molestata da mio padre.
— Ah — disse Kyle. E poi: — Ah.
Quando Kyle fu uscito per tornarsene a casa, Heather rimase seduta al buio in soggiorno, a pensare. Era stanchissima, ma troppo nervosa per dormire.
C’era una cosa, in particolare, che aveva detto a Kyle buttandola lì senza troppo rifletterci, e adesso stava cercando di decidere se ci credeva davvero.
“Ci sono eventi… come una guerra, un incidente d’auto, persino la morte di un figlio… che possono venir considerati abbastanza comuni. Non si tratta di fatti inconcepibili. In pratica, qualunque genitore normale sta in ansia, se pensa a tutto quello che può succedere ai propri figli.”
A Mary, però, non era capitata una cosa qualunque. No, Mary si era tolta la vita recidendosi i polsi. Heather non si aspettava certo una cosa del genere e neppure aveva mai temuto che si potesse verificare. Era stata, per lei, un’esperienza sconvolgente come… ecco, sì, come l’evento cui Eileen Franklin aveva presumibilmente assistito: lo stupro e l’omicidio, da parte di suo padre, dell’amica d’infanzia.
Ma Heather non aveva innalzato una barriera per difendersi dal ricordo di quanto accaduto a Mary.
Perché…
Forse perché il suicidio non era affatto inconcepibile, per lei.
Non che avesse mai carezzato l’idea di togliersi la vita… non seriamente, a ogni modo.
No, non si trattava di questo. Però il suicidio era effettivamente entrato nella sua esistenza già una volta, in passato.
Non ci pensava spesso.
In effetti erano anni che non le tornava in mente.
Si trattava forse di ricordi rimossi, riportati alla luce dalle recenti emozioni?
No, sicuramente no. Avrebbe potuto senza dubbio ripensarci in qualunque momento, solo che aveva scelto di non farlo.
Era successo tanto tempo prima, quando era ancora molto giovane. Giovane e incosciente.
Diciott’anni, appena diplomata, aveva lasciato per la prima volta la cittadina di Vegreville, nell’Alberta, e percorso mezzo continente sino all’immensa, cosmopolita Toronto. Quante nuove esperienze aveva fatto, durante quel primo anno frenetico! Fra le tante cose, aveva seguito un corso preliminare di astronomia… finendo innamorata pazza dell’assistente, Josh Huneker. Josh, più anziano di sei anni, neolaureato, snello, delicate mani da chirurgo, romantici occhi azzurro chiaro, e i modi più cortesi e premurosi che Heather mai avesse trovato in chiunque.
Non era stato amore, ovviamente, non nel senso pieno del termine. Ma tale, allora, le era sembrato. Alle inequivocabili attenzioni di Heather lui aveva risposto… non con indifferenza, certo, ma come se fosse combattuto da sentimenti antitetici. Si erano conosciuti in settembre, all’inizio dell’anno accademico, e cinque settimane dopo erano amanti.
E fu proprio come Heather aveva sperato. Josh era sensibile, gentile, affettuoso, e dopo l’amore rimaneva a parlare con lei per ore intere… di ecologia, di balene, di foreste equatoriali, dell’umanità, del futuro. Erano usciti insieme per buona parte dell’anno accademico. Senza obblighi precisi, però. Josh non pareva propenso a impegnarsi in un rapporto stabile e a dire il vero neppure Heather. Voleva ampliare le proprie esperienze, non sistemarsi definitivamente.
In febbraio Josh era dovuto partire. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche canadese gestiva un radiotelescopio di quarantasei metri a Lake Traverse, nel parco degli Algonchìni, una vastissima zona di foreste vergini nel nord dell’Ontario. Josh era stato incaricato di trascorrere una settimana lassù, per dare una mano a sorvegliare le apparecchiature.
Poco dopo il suo arrivo, l’altro astronomo di turno all’installazione era stato colpito da un attacco di appendicite. Un’eliambulanza l’aveva quindi trasportato dall’osservatorio all’ospedale di Huntsville.
Josh era rimasto, ma poi l’aggravarsi del maltempo aveva impedito ad altri di raggiungerlo. Si era dunque trovato solo col gigantesco telescopio per una settimana, bloccato dalla neve.
Quando finalmente le strade tornarono percorribili e qualcuno da Toronto poté raggiungere l’osservatorio, Josh fu trovato morto.
Si era ucciso.
Non avendo avuto la loro relazione nulla di ufficiale, la polizia non si prese la briga di avvertire direttamente Heather. E lei venne a saperlo da un articolo del “Toronto Star”.
Diceva che Josh si era ucciso per dissapori col suo amante.
Heather era al corrente che Josh aveva un compagno. di stanza, e diverse volte le era capitato anche d’incontrarlo, quel Barry, uno studente di filosofia dalla barbetta curatissima.
Però non aveva compreso quanto stretto fosse il loro legame, né quanto lei stessa avesse contribuito a complicare la loro già difficile relazione.
No, non ci pensava spesso.
Ma senza dubbio aveva subito il colpo di quella tragedia. E forse era rimasta meno sorpresa di quanto non sarebbe stata la maggior parte delle altre madri, nello scoprire che l’animo di sua figlia doveva avere albergato ossessioni segrete e inconfessate angosce… al punto di togliersi la vita.
Se non era dunque stata un’emozione tanto grande da sconfinare nell’inconcepibile, allora lei non avrebbe mai potuto rimuovere il ricordo della morte di Mary… per quanto ardentemente potesse desiderarlo.
A distanza di qualche chilometro, sdraiato a letto nel suo appartamento da scapolo, neppure Kyle riusciva a prender sonno.
Falsi ricordi…
Ricordi rimossi…
Esistevano, nella sua vita, eventi così traumatici, talmente dolorosi che, potendo, egli avrebbe voluto cancellarli dalla propria mente?
E come no.
L’accusa di Becky.
Il suicidio di Mary.
Le due esperienze peggiori che gli fossero mai capitate.
Sì, se la rimozione fosse stata possibile, senza dubbio avrebbe rimosso quei ricordi.
A meno che… a meno che, come aveva detto Heather, persino quelli non fossero abbastanza inconcepibili da attivare il meccanismo di rimozione.
Si lambiccò, sforzandosi di rammentare altri esempi di cose che avrebbe potuto rimuovere. Pur consapevole di quanto ardua fosse l’impresa: ricordare circostanze che non avrebbe consentito a se stesso di ricordare…
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