Robert Sawyer - I transumani

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Ascoltare messaggi che vengono dalle stelle è un compito che i radioastronomi eseguono da anni nella speranza che possano arrivarci rivelazioni in grado di cambiare la nostra visione dell’universo. Ed è probabile che un giorno queste comunicazioni arrivino davvero, e che oltre a cambiare tutto ciò che sapevamo di là fuori mettano in discussione ciò che noi stessi siamo (o credevamo di essere). Quando questo avverrà, è probabile che non ci sia più posto per le illusioni dell’homo sapiens. E comincerà la lotta per consentire, o stroncare sul nascere, l’evoluzione di una nuova specie di uomini.

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Poi c’erano i diari e le copie di vecchie lettere.

E vari cimeli e ricordini che riportavano alla memoria eventi da lungo tempo trascorsi.

Tutto qui. Quanto al resto, era conservato unicamente nel suo inattendibile cervello.

Richiuse l’album. Sulla copertina in vinile marroncino campeggiava impressa in grandi lettere dorate la parola RICORDI. Ma la doratura stava venendo via.

Il suo sguardo corse in fondo al corridoio. Laggiù c’era il suo computer. Quello di Kyle era installato al piano di sotto, quando lui viveva ancora lì.

Tutti e due avevano adottato precauzioni per la sicurezza dei dati. Ogni mattina, andando al lavoro, lei recava in borsetta un memowafer contenente l’ultimo backup del drive ottico di Kyle; un disco di quel genere era difficile che si guastasse, ma conservare una copia dei dati fuori casa era l’unico modo sicuro per garantirsi contro incendi e furti. Kyle, ugualmente, si portava in laboratorio un memowafer col backup di Heather.

Per conservare gli episodi più importanti della loro esistenza, tuttavia, non potevano far ricorso ad archivi né copie di sicurezza.

Le cadde lo sguardo sul complesso stereo. C’erano sopra alcune foto incorniciate. Di lei, di Kyle, di Becky, e sì, anche di Mary.

Che cos’era accaduto, in realtà?

Come sarebbe stato bello se fosse esistito un archivio dei nostri ricordi… una qualche infallibile registrazione di ogni avvenimento.

Una prova inoppugnabile, in un senso o nell’altro.

Chiuse gli occhi.

Come sarebbe stato bello.

9

Kyle aveva in vista un’eccezionale dimostrazione, di grande importanza per garantire l’ininterrotto finanziamento del suo progetto di ricerca. Vi si sarebbe dovuto dedicare con ogni sua energia e invece, in quel periodo, era continuamente preoccupato per l’accusa di Becky.

Sinora, oltre a Heather e Zack, non ne aveva parlato con nessuno, eccetto Cita. L’unica persona con cui si fosse confidato non era affatto una persona. E invece aveva bisogno di parlarne a una persona vera. Ma di chi fidarsi? Difficile scelta. Alla facoltà d’Informatica nessuno faceva al caso suo; molto meglio lasciare il luogo di lavoro fuori da quella storia, a parte le sue chiacchiere segrete con Cita. Nei mesi a venire, quel laboratorio avrebbe anche potuto rappresentare il suo unico rifugio.

Mullin Hall sorgeva a due passi dal Newman Centre, che ospitava il cappellano cattolico dell’Università. Kyle accarezzò brevemente l’idea di parlare a costui, ma non avrebbe funzionato. Dopotutto anche una tonaca è bianca e nera, proprio come il mantello di una zebra.

Poi gli venne in mente.

La persona ideale.

Kyle non lo conosceva molto bene, ma negli ultimi anni si erano incontrati in tre o quattro commissioni e di tanto in tanto avevano pranzato assieme, o per lo meno nello stesso gruppo, al Club di Facoltà.

Kyle sollevò il micro dell’ufficio e pronunziò il nome desiderato: — Elenco interno. Bentley, Stone.

Il telefono segnalò il contatto, poi una voce stridula ne scaturì. — Pronto?

— Stone? Sono Kyle Graves.

— Chi? Ah… Kyle, sì. Ciao.

— Stone, ti volevo chiedere se non avresti tempo per un goccio con me stasera.

— Uh, sì, va bene. Al Club di Facoltà?

— No, no. Da qualche parte fuori del campus.

— Ti andrebbe l’Abbeveratoio di College Street? — propose Stone. — Lo conosci?

— L’ho visto da fuori.

— Bene, allora passa dal mio ufficio alle cinque. Persaud Hall, stanza 222.

— Ci sarò.

Kyle riattaccò, chiedendosi che cosa avrebbe detto esattamente a Stone.

Heather entrò in ufficio. Non era certo un ambiente enorme, ma per fortuna le università non avevano mai assegnato cubicoli al corpo insegnante. Di solito divideva il locale con Omar Amir, anche lui professore associato, che però trascorreva tutto luglio e agosto alla villetta di famiglia nel Kawartha. Così, per lo meno durante l’estate, Heather aveva agio di pensare e lavorare in assoluta tranquillità. Oltretutto, mentre in alcuni degli uffici più recenti venivano adottati pannelli terratetto in vetro smerigliato accanto a porte sottilissime, la stanza di Heather e Omar aveva l’aspetto di uno studio privato vecchio stile, con una porta di legno massiccio che cigolava sui cardini e una normale finestra con vista a oriente sul cortile in cemento fra Sid Smith e St. George Street. C’erano persino le tende, un tempo probabilmente di un bel rosso borgogna, ma ridotte attualmente a marrone chiaro. Ottime, da chiuse, per schermarsi dal sole insistente del mattino.

Il radiomessaggio alieno del giorno innanzi campeggiava ancora sul monitor. Poiché l’intervallo fra l’inizio di un messaggio e l’inizio del messaggio successivo era di trenta ore e cinquantuno minuti, ciascun messaggio incominciava, ogni giorno, quasi sette ore più tardi rispetto a quello precedente. L’ultimo era stato ricevuto mercoledì mattina alle 4.54, ora della costa orientale; l’inizio di quello odierno era dunque previsto per le 11.45 antimeridiane. I messaggi venivano captati dai radiotelescopi di varie nazioni, a seconda di quale zona del globo terrestre fosse diretta verso Alpha Centauri all’ora della ricezione, e immediatamente si provvedeva alla loro diffusione sul Web. Esisteva inoltre un ricevitore orbitale costantemente puntato verso la sorgente dei segnali.

Heather continuava a sperare che un bel giorno avrebbe guardato l’ultimo messaggio e il significato complessivo le sarebbe scaturito chiaro nella mente. Rimpiangeva la limpidezza dei primi undici messaggi… semplici raffigurazioni del teorema di Pitagora, di formule chimiche, di sistemi planetari. Doveva ammettere però che anche quelli ponevano dei quesiti: i composti chimici descritti nelle formule, per esempio, erano stati sintetizzati senza difficoltà, ma nessuno era ancora riuscito a comprendere a che cosa potessero servire.

Heather si versò una tazza di caffè e guardò di nuovo il messaggio del giorno prima.

Come sempre, il messaggio era rappresentato come due reticoli rettangolari. Ciascun messaggio consisteva in una stringa di circa centomila cifre binarie ricevuta nell’arco di due o tre ore. Il numero totale delle cifre componenti ciascun messaggio era sempre il prodotto di due numeri primi e ciò significava che le cifre potevano essere disposte in due diversi modi. Secondo l’intestazione del Centro Segnale Alieno di Karachi, Pakistan, in quel messaggio c’erano 108.197 bit. Essendo tale numero il prodotto dei numeri primi 257 e 421, le cifre potevano essere disposte come 257 righe di 421 colonne o, viceversa, come 421 righe di 257 colonne. A volte una delle due immagini appariva a occhio più corretta dell’altra, mostrando quadrati o cerchi mentre lo schema inverso dava semplicemente luogo a un guazzabuglio senza capo né coda. Ma siccome nessuno aveva ancora stabilito che cosa mai quei messaggi dovessero in realtà rappresentare, non si poteva esser certi di quale fosse veramente l’interpretazione corretta.

Quando, nel 2007, i messaggi erano cominciati ad arrivare, milioni di persone si erano dedicati a decifrarli. Ma, col passare degli anni, il numero di ricercatori era andato via via scemando. Heather sapeva che attualmente meno di trecento erano attivamente impegnati nell’analisi di ciascun nuovo messaggio.

La versione teoricamente più corretta dell’ultimo messaggio mostrava tre rettangoli e due cerchi immersi in una distesa apparentemente senza senso di quadratini bianchi e neri; ciascun bianco rappresentava la cifra binaria uno, ciascun nero la cifra binaria zero. Nel fissare lo schema, Heather si sentì invadere dalla frustrazione. Doveva avere trascurato, ne era certa, qualcosa di elementare. Da qualche parte, fra le centinaia di milioni di bit già pervenuti da Alpha Centauri, doveva esserci una stele di Rosetta, una chiave d’interpretazione che avrebbe dato senso a tutti gli altri messaggi.

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