Carol O'Connell - Il Volo Dell'angelo Di Pietra

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"Le parole della O'Connell sono lucide e affilate come un bisturi." (Carlo Lucarelli)
A volte la violenza esplode quando e dove meno te l'aspetti. Come a Dayborn, graziosa cittadina sprofondata nella calda, languida atmosfera della Louisiana. E' lа che, diciassette anni fa, la dottoressa Cass Shelley и morta sotto i colpi di una folla inferocita, lapidata senza pietа per una colpa immaginaria. Da allora, tutti a Dayborn hanno fatto del loro meglio per dimenticare. Tutti tranne Tom Jessop, lo sceriffo che da quasi vent'anni si interroga sul destino della piccola Kathy Shelley, scomparsa subito dopo l'omicidio della madre. Quella bambina oggi и una donna, a tutti nota con il nome di Kathy Mallory, detective della Crimini Speciali di New York. Messo da parte il distintivo e la sua nuova vita, Kathy torna a Dayborn decisa a ottenere non semplice giustizia, ma 'vendetta'. Per stanare gli assassini di sua madre deve affrontare un'indagine intricata e rischiosa, ai margini della legalitа. Solo quando la veritа verrа a galla in tutto il suo orrore, Cass Shelley potrа riposare in pace nella tomba vegliata dall'angelo di pietra.
"Una O'Connell in splendida forma per un thriller da non perdere." (Booklist)
"Ancora una volta Carol O'Connell avvince il lettore fino all'ultima pagina." (Publishers Weekly)
"Brava da morire." (Richard North Patterson)

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Il cane latrò di nuovo, e Lilith ritornò sulla terra. I piedi ripresero a battere ritmicamente sul terreno compatto. Guardò gli alberi avvolti nell'oscurità. Un soffio di vento, scivolandole sulle spalle, le avvolse la pelle sudata in un manto di brividi.

La detenuta giaceva supina, fissando il soffitto. Rettangoli di luce dorata galleggiavano sul muro, in un gioco di ombre e riflessi che dal lampione in strada rimbalzavano fra le sbarre della finestra.

Mallory ascoltava i latrati del suo cane, pensando che non era ancora arrivata a casa.

4

Alle otto del mattino Lilith Beaudare pronunciò il giuramento come vicesceriffo del distretto di St. Jude, guadagnandosi il titolo di "ragazza". Era così che la chiamava lo sceriffo Tom Jessop, talvolta usando la variante «Ehi, ragazza».

Mezz'ora più tardi, una donna di nome Jane, ben piazzata con i capelli grigi, rincarò la dose, dicendo: «Ehi, ragazzina, credo di riuscire a trovare la cella da me. Non ho bisogno della scorta». Quindi imboccò le scale per portare il vassoio con la colazione alla detenuta, senza lasciare alla vicesceriffo fresca di nomina alcuna possibilità di fermarla. Tranne una pallottola nella schiena.

Una tentazione non indifferente.

Ma le delusioni erano appena cominciate.

Lilith fissò esterrefatta un vecchio telefono che avrebbe potuto benissimo essere definito un buon pezzo d'antiquariato. Quella stazione di polizia formato giocattolo era un maledetto museo.

Come tutti gli oggetti che affollavano la scrivania, anche il computer era coperto da uno strato di polvere. Nel fax erano ammonticchiati una dozzina di fogli, e dalle date, Lilith si accorse che la macchina era stata ignorata dal giorno dell'infarto di Travis. Evidentemente fax e computer erano di dominio del vicesceriffo.

Lilith doveva ancora vedere la famosa detenuta. Lo sceriffo Jessop era al piano di sopra, dove si trovavano le celle, mentre lei era bloccata accanto a un telefono che non squillava mai. La sua scrivania era di fronte alla porta aperta dell'ufficio privato dello sceriffo. Alle pareti c'erano delle vetrinette con alcune pistole del primo Ottocento. Alle spalle dello scrittoio di mogano, una mappa ingiallita raffigurava il Mississippi molto prima che gli argini venissero costruiti. Allora aveva un corso diverso, e le sue acque scorrevano limpide, non ancora minacciate dagli scarichi delle industrie chimiche.

Dietro la scrivania dello sceriffo c'era una scaffalatura bassa piena di documenti, libri e una sacca da viaggio in pelle nera che sembrava sul punto di scivolare per terra. Lilith riconobbe l'etichetta color arancione che la contrassegnava come prova. Doveva appartenere alla detenuta. Il giorno dell'omicidio di Babe Laurie era stata consegnata allo sceriffo da Betty Hale, la padrona del bed & breakfast.

Lilith lanciò un'occhiata alla scala alla sua destra. Di certo i vecchi gradini avrebbero scricchiolato quando lo sceriffo fosse sceso. Entrò con passi felpati nell'ufficio e aprì la sacca. In un sacchetto di plastica trasparente c'era una pistola 357 Smith & Wesson. Strano, il manuale della Scuola di polizia diceva a chiare lettere che la carta, e non la plastica, era il materiale migliore per preservare le impronte su una superficie liscia.

Scosse il capo pensando alla dabbenaggine della generazione più anziana.

Sotto il sacchetto con la pistola c'erano dei vestiti. Le scarpe da corsa erano del tipo più costoso, e i blue jeans esibivano il marchio di un famoso stilista. Il blazer rivelava tutti i dettagli di un indumento sartoriale, ma nel punto della fodera in cui avrebbe dovuto trovarsi l'etichetta della griffe c'era un piccolo buco. A parte la biancheria di seta, non c'erano oggetti personali che collegassero la detenuta a un nome o un luogo.

Nella tasca laterale della sacca trovò un fascio di cavetti e una scatola di metallo grande come un pacchetto di sigarette alla quale era attaccato un bastoncino d'argento. Sembrava un palmare, ma non poteva esserlo, perché non aveva un display. Eppure alla base c'erano porte di accesso per il computer. Forse era un accessorio del portatile che era nell'altra tasca. Lo tirò fuori e, dopo averlo avviato, cercò di aprire un file, ma il menu principale scomparve, senza neppure consentirle di provare a digitare una password.

Astuta.

Così alla detenuta piacevano computer, pistole potenti e bei vestiti.

Lilith rimise ogni cosa nella sacca e ritornò alla sua scrivania. Alle nove in punto, come le aveva richiesto lo sceriffo, si mise in contatto con l'FBI per ottenere i risultati delle analisi condotte sul proiettile e il numero di serie della pistola. Le risposero che non avevano ancora nulla e che l'avrebbero contattata loro.

Con il pretesto di riferirgli la novità, raggiunse lo sceriffo al piano di sopra.

Su tre celle, una sola era occupata.

Lilith esitò accanto alla porta in cima alla rampa. La aprì con precauzione, per non far cigolare i cardini. Poco prima aveva irritato Jessop facendo stridere la sua sedia girevole.

Ai tempi dell'infanzia di Lilith, lo sceriffo era stato grande amico di suo padre. La loro amicizia era nata nei bar di Dayborn, alimentata da fiumi di alcol e di chiacchiere. Ma il Tom Jessop che conosceva Lilith non poteva essere la stessa persona che Guy Beaudare ricordava come un uomo eccezionale. I suoi occhi erano cambiati; ora erano più spenti, stanchi.

Per qualche motivo Jessop era regredito, era diventato un uomo qualsiasi, come molti altri.

Quando Lilith aprì la porta, lo sceriffo era nel corridoio davanti alla cella di Mallory. La pancia gli debordava oltre la cintura e i capelli radi, un tempo folti e neri, erano ormai grigi. Dove l'ampia falda dello Stetson gli proteggeva la fronte, la pelle era rimasta pallida, in forte contrasto con il naso e le guance bruciate dal sole.

Lo sceriffo si allontanò dalla cella e si appoggiò al muro del corridoio, dando la possibilità a Lilith di dare una prima occhiata alla detenuta. Mallory indossava un abito a strisce con la scritta: «Prigione distrettuale di St. Jude».

Lilith trattenne il respiro.

Era l'angelo del cimitero in carne e ossa. I capelli le scendevano sulle spalle in luminosi riccioli biondi. Gli occhi, innaturalmente verdi, parevano quelli di un animale in agguato. Per un attimo si focalizzarono su Lilith, poi passarono oltre. Benché Mallory fosse dietro le sbarre, Lilith portò istintivamente la mano alla pistola. Dal suo sguardo era chiaro che quella donna non era un angelo, ma una creatura diabolica.

Lo sceriffo le si rivolgeva nel tono che gli adulti riservano ai bambini innocenti.

Che sciocco.

Poi si rese conto che Jessop non stava parlando con Mallory, ma con il ricordo che aveva di lei a sette anni.

«Allora, Kathy» disse, prendendo una sigaretta dal taschino e infilandosela nell'angolo della bocca. «Di' un po'» e aprì una scatola di fiammiferi, si accese la sigaretta e osservò il fumo che entrava nella cella, «com'è tornare a casa dopo tutti questi anni?»

«Non sarebbe poi così male,» rispose Mallory «se solo la gente non impiegasse mezza giornata a finire una frase.» E poi, rivolta al muro: «Non chiamarmi Kathy».

La testa di Jessop si girò di scatto. Si era improvvisamente accorto che in fondo al corridoio era apparsa la sua vice. «Che c'è? Parla.»

«Ho chiamato l'FBI, signore.» La voce di Lilith era bassa e debole.

Merda.

Raddrizzò le spalle e disse, più forte: «Non hanno ancora scoperto la provenienza della pistola ma ci stanno lavorando, signore».

«Bene, ragazza. Grazie infinite per essere salita fin qui per darmi questa informazione inutile. Ora tornatene giù al tuo posto. E bada al telefono.»

Lilith si morse le labbra per paura che le sfuggisse una rispostaccia. Non sarebbe stato bello essere licenziata il primo giorno di lavoro. Come Augusta aveva intuito, Lilith era ambiziosa.

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