Carol O'Connell - Il Volo Dell'angelo Di Pietra

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"Le parole della O'Connell sono lucide e affilate come un bisturi." (Carlo Lucarelli)
A volte la violenza esplode quando e dove meno te l'aspetti. Come a Dayborn, graziosa cittadina sprofondata nella calda, languida atmosfera della Louisiana. E' lа che, diciassette anni fa, la dottoressa Cass Shelley и morta sotto i colpi di una folla inferocita, lapidata senza pietа per una colpa immaginaria. Da allora, tutti a Dayborn hanno fatto del loro meglio per dimenticare. Tutti tranne Tom Jessop, lo sceriffo che da quasi vent'anni si interroga sul destino della piccola Kathy Shelley, scomparsa subito dopo l'omicidio della madre. Quella bambina oggi и una donna, a tutti nota con il nome di Kathy Mallory, detective della Crimini Speciali di New York. Messo da parte il distintivo e la sua nuova vita, Kathy torna a Dayborn decisa a ottenere non semplice giustizia, ma 'vendetta'. Per stanare gli assassini di sua madre deve affrontare un'indagine intricata e rischiosa, ai margini della legalitа. Solo quando la veritа verrа a galla in tutto il suo orrore, Cass Shelley potrа riposare in pace nella tomba vegliata dall'angelo di pietra.
"Una O'Connell in splendida forma per un thriller da non perdere." (Booklist)
"Ancora una volta Carol O'Connell avvince il lettore fino all'ultima pagina." (Publishers Weekly)
"Brava da morire." (Richard North Patterson)

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Charles credeva alla teoria secondo la quale i dinosauri non si erano estinti, ma si erano trasformati in uccelli. Osservò lo storno spiccare il volo verso il sole basso all'orizzonte. Solo allora notò che gran parte delle tombe e dei monumenti guardava a est. Forse una tradizione locale voleva che i morti riposassero rivolti verso il punto in cui nasce il sole, simbolo della resurrezione.

Solo una tomba era rivolta a nord.

Strano.

Si avvicinò per osservarla meglio. Era una piccola cappella, con una porta in ferro battuto e due finestre dalle splendide vetrate istoriate. A una prima occhiata avrebbe detto che la cappella appartenesse al periodo coloniale, ma poi si accorse che era stata costruita con una pietra morbida e porosa. Considerata la raffinatezza dell'insieme, l'impiego di un materiale così scadente pareva fuori da ogni logica.

Sopra la porta un bassorilievo raffigurava la testa di un uomo. Gli occhi di pietra ai lati del naso ormai sbriciolato fissavano Casa Trebec. Il nome inciso sull'architrave era scomparso per l'erosione, e il cognome era a malapena leggibile.

Trebec?

Già, proprio così. Cosa avrebbe pensato il fu signor Trebec della sua casa in rovina?

Charles fece il giro della tomba e imboccò di nuovo il sentiero che portava all'abitazione di Henry Roth. Prima di uscire dal cerchio d'alberi, si voltò verso il monumento dedicato a Cass Shelley, visibile oltre uno stretto corridoio di tombe. L'angelo di pietra era rivolto a sud.

E lei cosa stava guardando?

Una violenta raffica di vento irruppe fra gli alberi, strappando mazzi di foglie e trascinandole con sé all'altro lato del cimitero. Poi d'improvviso il fruscio dei rami cessò, come se il vento avesse chiuso una porta dietro di sé. L'aria era fredda e immobile. Non si sentivano rumori d'insetti né richiami d'uccelli. Le pietre allungavano le loro ombre, appiattite dalla luce del crepuscolo.

Cosa sarebbe stato capace di fare il cugino Max con un'ambientazione del genere!

I cimiteri erano un palcoscenico perfetto per un illusionista.

Mentre usciva dalla zona alberata, Charles sentì il rumore d'un motore. La sua automobile era parcheggiata nel viale d'accesso della casa di Roth. In giro non si vedevano altre vetture. Si avvicinò alla porta d'ingresso. Il rumore del motore s'interruppe di colpo. Doveva essere molto vicino.

Seguì il vialetto che girava intorno alla costruzione, superando un grande pollaio adiacente a un garage vuoto. La stradina lo portò in mezzo a un boschetto. Una vecchia cappella fatta di grandi blocchi grigi appena sgrossati era quasi completamente ricoperta da pesanti rami. Solo gli archi delle finestre e le porte spalancate non erano oscurate dal fogliame.

Un grosso blocco di pietra torreggiava sul retro di un pick-up rosso parcheggiato lì accanto. Charles fece il giro del pick-up e salì una breve scalinata. Fermatosi sulla soglia della cappella, sbirciò all'interno. Due ampi lucernari si aprivano nel soffitto.

L'interno, sgombro da panche e altri arredi religiosi, era a stento illuminato dalla luce del tramonto, che creava ombre inquietanti. In fondo all'abside, sagome spettrali coperte da teli bianchi formavano un cerchio su una pedana rialzata. Sculture di granito e di marmo erano disposte qua e là, senza un ordine preciso. Molte erano figure alate, apparentemente sul punto di spiccare il volo dalle loro basi non ancora scolpite.

Un ometto piccolo, dalle fattezze delicate, danzò in mezzo alla cappella insieme alla statua di una donna. La strana coppia scivolò oltre un lungo tavolo da lavoro, e Charles poté scorgere le rotelle del carrello su cui poggiavano i piedi dell'uomo e la sua partner di pietra.

Charles stava per chiamarlo, quando si ricordò che Henry Roth era sordo. Lo raggiunse alle spalle mentre stava sistemando un telo su una statua. Per nulla sorpreso, lo scultore si girò per guardare in faccia l'ospite inatteso. Charles immaginò che avesse avvertito le vibrazioni dei suoi passi sulle assi di legno del pavimento.

Lo scultore non era di razza bianca e nemmeno nera. Aveva la pelle dorata, gli occhi color nocciola spruzzati di pagliuzze verdi e i capelli bianchi e ricci. L'espressione del suo volto esprimeva una muta curiosità.

Sulle prime Charles gesticolò impacciato. Ma il linguaggio dei segni era stato la sua prima lingua, e nonostante fossero passati vent'anni dalla morte di suo padre non impiegò molto a ritrovare l'antica disinvoltura. Muovendo le mani e scandendo le lettere, gli disse: « Mi chiamo Charles Butler. Lei è il signor Roth? » .

L'uomo annuì. Charles mosse ancora le mani. Quando aveva un vuoto di memoria, scandiva le lettere della parola a una a una invece di miniarla in un unico movimento fluido. Ogni tanto faceva un errore, ma in generale se la cavava più che bene. Usando le mani e la mimica facciale, riuscì a descrivere il proprio rapporto con Kathy Mallory, che Henry Roth ricordava con il nome di Kathy Shelley. Sollevava le sopracciglia per esprimere un punto interrogativo quando aveva bisogno di aiuto, stringeva le labbra per significare un punto esclamativo.

Solo gli ignoranti pensavano che il linguaggio dei segni fosse un rozzo alfabeto di gesti. Era invece una lingua tridimensionale, molto sofisticata. La mano di Charles scese in picchiata come un falco, poi le dita fluttuarono nello spazio per riassumere la storia che Augusta aveva raccontato a Lilith.

Durante la lunga e complicata spiegazione dei fatti, Henry Roth si era dimostrato attento e paziente. Ma quando Charles finì di parlare, fece un gran sorriso e con le mani gli disse: « Non sono sordo, sono solo muto » . Poi rise senza emettere alcun suono.

«Mi spiace.» Charles parlò ad alta voce, stavolta. «Non avrei dovuto dare per scontato…»

« Lo fanno tutti » rispose a segni il muto. « La gente del posto lo fa da sessantacinque anni. » Continuò spiegando che lui non ci faceva caso, anzi, spesso ci si divertiva, perché le persone dicevano le cose più sorprendenti pensando che lui non sentisse.

Quando la conversazione ritornò su Mallory, Charles disse: «Non voglio allarmarla presentandomi così, senza alcun preavviso. Potrebbe pensare che io abbia spifferato qualcosa allo sceriffo».

Sicuramente avrebbe dato per scontato che l'avesse fatto. Mallory sapeva di aver sprecato il proprio tempo insegnandogli l'arte dell'inganno e del bluff. Nonostante l'alto quoziente d'intelligenza di Charles, Mallory lo riteneva piuttosto lento nell'apprendimento.

«Mi vuole aiutare? Sarebbe disposto ad anticiparle la mia visita e ad assicurarle che Augusta confermerà che mi sto occupando del passaggio testamentario?»

Lo scultore usò tutte e due le mani per dirgli che forse l'indomani avrebbe parlato a Mallory, ma solo se lo sceriffo non gli avesse fatto molte domande, cosa piuttosto improbabile. Non gli piaceva l'idea di mentire a un uomo che conosceva da tanti anni. Charles non doveva contare troppo sul suo aiuto. Le mani gli ricaddero inerti lungo i fianchi.

Charles abbassò lo sguardo, annuendo deluso. «Capisco.» Certo che capiva. Quell'uomo non lo conosceva neppure. Perché avrebbe dovuto aiutarlo oppure mentire per lui?

Henry Roth si strinse nelle spalle per significare che non poteva offrirgli nulla di più. Poi gli disse che aveva del lavoro da fare e doveva portarlo avanti.

Charles lo seguì fino alla porta. Dopo aver steso una rampa di metallo pieghevole sopra i gradini, lo scultore avvicinò un carrello al retro del pick-up.

Sebbene il carrello avesse delle buone rotelle, Charles immaginò che trasportare il blocco dal veicolo allo studio avrebbe messo a dura prova le forze di quell'omino, non più alto di un metro e cinquanta. In un attimo si tolse la giacca e si arrotolò le maniche della camicia. «Permetta che faccia io.»

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