«Sono querce del Sud, Quercus virginiana » illustrò la signorina Trebec, stile guida turistica. «E la casa in fondo al viale risale al 1850.»
Charles aveva visto in passato delle querce centenarie, ma nessuna di dimensioni tanto imponenti. Certo dovevano essere più vecchie di…
«Hanno trecento anni, decennio più, decennio meno» spiegò la signorina Trebec.
Charles respinse l'idea che gli stesse leggendo nel pensiero. Era impossibile, come era impossibile che ci riuscissero gli amici che regolarmente lo battevano a poker. Era la sua faccia, mobile ed espressiva, a lasciar trapelare tutto quanto gli passasse per la mente, in ogni circostanza.
«Significa che le querce furono piantate per una casa precedente?»
Lei annuì. «Per iniziativa di un esperto, senza dubbio. Ce ne sono quattordici varietà nell'area qua attorno» e con la mano indicò i boschi circostanti.
«La prima casa fu distrutta da un'inondazione e la mia fu costruita sopra le macerie.»
«Ecco spiegata la collina.»
«Proprio così, signor Butler. È una casa molto solida. Difficile distruggerla.» A giudicare dal tono, la considerava una sfida.
A ovest, oltre i tronchi, s'intravedeva una distesa verde che arrivava fino all'argine. Un uccello planò tra le felci.
In fondo al viale comparve Casa Trebec. Al pian terreno, le finestre e una porta erano incastonate in una parete di mattoni grigi, sormontata da un'imponente struttura simile a un tempio greco. Otto colonne bianche alte due piani sostenevano il pesante frontone del tetto, nel quale si apriva una finestra rotonda. Il tutto versava in uno stato di evidente trascuratezza.
Un denso manto di foglie circondava la casa, allungando robusti tentacoli verdi fin sulle colonne.
Due scalinate simmetriche elegantemente ricurve salivano da terra per incontrarsi al piano nobile. In fondo alla veranda si apriva una massiccia porta scolpita.
«Le chiamano scale da corteggiamento» spiegò Augusta, indicandole. «Ai tempi di mio nonno, una ragazza non saliva mai davanti a un gentiluomo. E questo per proteggere il giovanotto. Una sola occhiata alle caviglie della fanciulla era sufficiente a rendere il fidanzamento praticamente inevitabile. Con queste scale, invece, uomini e donne potevano salire separatamente.»
Charles seguì la padrona di casa in un atrio semibuio, e di lì in una stanza grande e luminosa.
«Questa cucina risale soltanto al 1883» continuò la donna. «Quella originale era situata in un edificio separato, là dove adesso ci sono le scuderie.» Con la mano accennò a una finestra attraverso la quale Charles scorse un cavallo in un recinto.
Gli piacevano le cucine, e quella era una meraviglia, così piena di sole. Era accessoriata con tutte le comodità del Ventesimo secolo: forno a microonde, lavastoviglie, macinacaffè automatico. Pentole e tegami di rame pendevano dalla mensola di un focolare di pietra grande abbastanza da contenere un bue intero. Su un'ampia tavola coperta da una tovaglia a scacchi campeggiava un blocco aperto sul disegno di un gufo bianco. Accanto c'era un fascio di bozze con alcune correzioni riportate in rosso.
Augusta colse la direzione del suo sguardo. «Scrivo monografie sugli uccelli locali.»
Charles posò la borsa della spesa sul ripiano e un sibilo attrasse la sua attenzione: in cima al frigorifero un grosso gatto di un giallo rossiccio lo studiava con occhi a fessura.
«Avanti, signor Butler, si metta seduto un attimo» lo invitò la signorina Trebec.
Rivolgendosi alla donna, Charles fissava l'animale che dall'alto del frigo seguiva ogni sua mossa. «L'uomo che Mallory è accusata di aver ucciso…»
«Babe Laurie?» Augusta mise ì barattoli di succo di arancia surgelato nel freezer, spostando la coda del gatto per chiudere lo sportello. Poi azionò la macchina del caffè.
« Babe? » fece Charles in tono perplesso.
« Baby Laurie è il nome sul certificato di nascita. Era l'ultimo di undici figli. Quando, appena dopo il parto, il dottore chiese alla madre che nome gli avrebbe dato, lei rispose: "Lo chiamerei baby…" e morì senza riuscire a completare la frase.»
Mentre preparava le tazze per il caffè, gli raccontò che Babe Laurie aveva iniziato a fare il predicatore itinerante in tenera età. Con gli anni era diventato la figura più rappresentativa e carismatica della New Church, nata tre decenni prima, quando Babe portava i calzoni corti e tutti lo chiamavano ancora Baby.
«Non mi scandalizzerei troppo se saltasse fuori che l'ha ammazzato la sua amica. Non piaceva nemmeno a me.» Portò in tavola una zuccheriera e una lattiera appartenenti a due servizi diversi, ciascuna un pezzo da museo dal valore inestimabile.
«Alloggerà al Dayborn bed & breakfast?»
Charles annuì e trasse di tasca il foglio di giornale con la foto dell'angelo di pietra. «Immagino che lo scultore, il signor Roth, conoscesse molto bene Cass Shelley.»
«Sì. E conosceva bene anche Kathy. La bambina passava giornate intere nello studio di Henry. Le ho detto che il corpo di Laurie è stato trovato vicino alla vecchia casa degli Shelley?»
«Chi è stato a scoprirlo?»
«La sua amica. Si è imbattuta nel cadavere di Babe abbandonato sul ciglio della strada, mentre stava riportando in paese il vicesceriffo infartuato. Perché è stata lei a salvare l'inutile vita del vicesceriffo, accompagnandolo al pronto soccorso con la macchina della polizia. Travis è ancora in ospedale, in condizioni critiche.»
«Ma se il vicesceriffo era con lei quando Mallory ha trovato il cadavere…»
«Il vicesceriffo guidava verso Dayborn quando ha avuto l'infarto… Babe era un po' più indietro, in un tratto di strada che Kathy, procedendo in direzione opposta, aveva già percorso. Avrebbe potuto ucciderlo prima d'incontrare Travis.»
A un tratto il gatto balzò sul tavolo, proprio accanto alla mano di Charles.
«Poco fa ha detto che Mallory ha riportato in paese la macchina della polizia. Era a piedi?»
La donna fece segno di sì. «Era diretta alla sua vecchia casa. È su questo lato del ponte, non troppo distante dalla piazza del paese.» La signorina Trebec gli servì il caffè e finì di riporre la spesa.
Quando l'ospite mosse la mano verso la zuccheriera, il gatto soffiò, inarcando la schiena. Evidentemente Charles aveva violato qualche norma del galateo vigente in quella casa. Con cautela allontanò la mano dallo zucchero e la lasciò bene in vista accanto alla tazza. Il gatto si sdraiò, allungando il corpo snello sulla tovaglia quadrettata. Al secondo tentativo di Charles di procurarsi lo zucchero, il gatto tese i muscoli pronto al balzo, per rilassarsi solo quando la mano tornò ubbidiente al suo posto. L'animale lo teneva sotto controllo.
Augusta Trebec tornò verso il tavolo. «Non tocchi la gatta. Non le piace la gente. È randagia, cresciuta nei boschi. Quando l'ho trovata, aveva la pelliccia lacerata in più punti e delle piume di gallina in bocca. Capii subito che era una ladra. Sa essere davvero crudele. Pensi che a volte fa le fusa appena prima di attaccare.»
Charles scrutò con attenzione gli occhi obliqui del felino. Mallory, sei tu?
La signorina Trebec rimproverò la gatta, spiegandole che quando c'erano visite non doveva salire sul tavolo. L'animale ci pensò un po' su prima di scendere. Poi sbandierò alta la coda, spiccò un salto e sparì.
«Allora, ha pensato a una storia da rifilare allo sceriffo?»
Lui scosse il capo. Raccontare frottole non era il suo forte. I suoi rari tentativi di mentire, quasi sempre intrapresi su istigazione di Mallory, si erano sempre rivelati fallimentari. «Non potrebbe portarle un messaggio lei? Dirle che sono qui e che intendo aiutarla?»
«Mi spiace deluderla, ma è una pessima idea,» rispose la donna. «Tra me e lo sceriffo Jessop non corre buon sangue. Sono anni che ci punzecchiamo a ogni occasione. Non mi lascerebbe sola con quella ragazza neanche un secondo.»
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