Henry Roth si fece da parte. Charles fece scivolare il blocco fin sul carrello. Poi, appoggiando la spalla alla pietra, lo spinse lungo il piano inclinato della rampa. Lo scultore lo ringraziò con un sorriso, poi a segni disse: « Io ci metto un'ora a scaricare un blocco di quelle dimensioni » .
Poco dopo Roth chiuse la porta e i due uomini si allontanarono dalla cappella per tornare verso la casa. Prima di salutarsi, si diedero appuntamento per la mattina successiva nella piazza del paese; Roth diceva di aver escogitato un modo per evitare lo sceriffo e le sue domande.
Charles sali sulla Mercedes e partì. Ripercorse la strada sterrata, girando intorno al cimitero. Vicino al ponte c'era un palo sormontato da una freccia di legno. Tutto quel che restava della scritta era una "y" finale. La freccia misteriosa puntava verso una strada laterale, uno stretto tunnel ricoperto da un fitto intreccio di rami. Un altro cartello affisso su un albero avvertiva di non entrare nella palude nei pressi del Finger Bayou, un fiumiciattolo che correva parallelo alla strada senza nome.
L'indicazione per l'Upland Bayou era dipinta di fresco, fissata alle travi metalliche del ponte. Quel secondo corso d'acqua, più ampio, si muoveva lento, fiancheggiato da alberi ricoperti di muschio.
Sulla sponda più lontana c'erano case di legno poggiate su zoccoli di mattoni, e piccole barche a fondo piatto ormeggiate a banchine su palafitte.
Dopo aver attraversato il ponte, Charles si trovò a un bivio. Alla sua destra c'era la deviazione per la statale, e campi di canna da zucchero a perdita d'occhio. Prese la strada a sinistra, che portava al paese. Sui due lati della Dayborn Avenue i bambini giocavano nei giardini delle case e le finestre si illuminavano a mano a mano che gli inquilini rientravano dal lavoro. A parte il caldo torrido e qualche albero di banane, avrebbe potuto essere qualsiasi angolo d'America.
Charles arrivò nella piazza principale e accostò la macchina davanti al Dayborn bed & breakfast.
Lì c'era tutto quel che gli aveva promesso il depliant: un collage di storia dell'architettura. L'austero edificio georgiano all'estremità della piazza doveva essere il municipio. I muri erano dipinti di verde e la cupola bianca del tetto voleva imitare quella del duomo nella capitale dello Stato. Accanto si allungava una serie di case in mattoni, con l'intonaco viola, rosa, blu e giallo.
Il massiccio edificio coloniale che gli stava di fronte era il più vecchio di tutti. Il tetto spiovente del Dayborn bed & breakfast aveva cinque abbaini e un comignolo su ogni lato, e le assi di copertura dipinte di scuro scendevano fino alle colonne del portico.
Portò le valigie su per le scale e incontrò la padrona di casa, Betty Hale, una donna con i capelli bianchi, dalle forme generose e dal sorriso simpatico. Dopo avergli mostrato la camera, lo ricondusse sul portico. Gli altri ospiti sedevano su delle sedie allineate lungo la ringhiera. Guardavano verso nord con dei binocoli.
Betty si tolse dal collo il suo e glielo porse. «Signor Butler, mi spiace tanto che si sia perso la gara serale dei pipistrelli. Ma se si sbriga riuscirà ancora a vedere qualcuno dei perdenti.»
Seguì la direzione del suo dito fino alla sommità triangolare della casa di Augusta Trebec, al di sopra degli alberi lontani. Mise a fuoco le lenti e vide tre pipistrelli che volavano oltre il tetto.
«Ora guardate sull'altro lato della piazza, sopra l'ufficio dello sceriffo» disse Betty a tutti gli ospiti. Le teste si girarono insieme. «Vedete quella luce che si è appena accesa? Vedete le sbarre alla finestra? È lì che è imprigionata la donna che ha ucciso Babe Laurie, anche se la finestra della sua cella si apre sul vicolo, fra l'ufficio dello sceriffo e la sede dei pompieri.»
Diede una pacca sulle spalle a Charles, rivolgendosi solo a lui: «Al cimitero potrà vedere qualcuno che le assomiglia molto. Se vuole domattina c'è la visita guidata; è inclusa nel prezzo della stanza».
Sbigottito, Charles afferrò solo in parte quel che diceva Betty Hale riguardo agli orari della colazione e della partenza per la visita. Era ancora più inconcepibile dell'accusa di assassinio. Mallory era diventata un'attrazione turistica.
Sprofondò nella seggiola e fissò la finestra illuminata.
Ecco dove sei. Così vicina.
Restò sul portico a lungo. A notte inoltrata, quando ormai sul bed & breakfast era calato il silenzio, Charles era ancora lì. Fissò la luce della finestra di fronte, finché non si spense.
Buona notte, Mallory.
Era molto tardi, ma Lilith Beaudare rimase con la vecchia cugina finché tutte le storie di famiglia non furono raccontate, a colmare i vuoti dei lunghi anni passati dall'ultima visita.
Il viso dell'anziana donna si illuminò alla luce di un fiammifero. Si accese un sigaro spuntato e soffiò il fumo nell'aria notturna.
«Sai,» fece Lilith, con aria saccente «non dovresti fumare. Vuoi rovinare gli anni d'oro della tua vita con un'enfisema polmonare?»
«Hai assolutamente ragione» rispose Augusta. «Smetterei subito se avessi un briciolo di buonsenso.» Il fumo le roteava intorno mentre parlava. «Dovrei imparare la disciplina e rinunciare ai piaceri.»
Lilith annuiva.
Augusta proseguì: «Così, quando avrò novant'anni e sarò cieca per la cataratta, rattrappita dall'artrite e con il seno amputato per un cancro, potrò dire: "Be', grazie a Dio non ho l'enfisema"». Augusta rovesciò la testa e rise. La sua risata era maliziosa e vivace.
Ogni ruga, ogni segno dell'età si smarrivano nel buio. Rimanevano visibili il corpo slanciato e i lunghi capelli, tracce di una bellezza che, un bicchiere dopo l'altro, aveva ubriacato parecchi giovanotti.
Da ragazza Augusta era stata un'abile cavallerizza. Anni prima, Lilith era rimasta incantata nel vederla cavalcare senza sella in cima all'argine. Ma il momento migliore era stato quando Augusta aveva lanciato il cavallo giù per la ripida discesa della diga, dando l'impressione che l'animale corresse sollevato da terra. Quando Lilith pensava a quella giornata, le tornava in mente il cavallo con le ali.
Augusta smise di ridere.
«Ho visto l'angelo, quando sono passata dal cimitero» disse la ragazza.
«Ci sono sedici angeli in quel cimitero.» Augusta inclinò la tazza per bere l'ultimo goccio di caffè e allungò la mano per riprendere la caffettiera dal tavolino di vimini.
Lilith frenò l'impulso di mettere in guardia la cugina dai pericoli della caffeina. «Voglio dire quell' angelo. Avevo dimenticato quanto fosse bella Cass Shelley. Allora, la prigioniera è davvero Kathy?»
«Se lo sapessi, non avrei bisogno dell'aiuto del signor Butler, non credi?»
Augusta lasciava trapelare un filo di irritazione, Lilith fu certa che nascondesse qualcosa. «Ma hai sentito quel che si dice in paese. Tu credi che…»
«Ti prego di smetterla con gli interrogatori» sbottò Augusta.
«Sono solo curiosa, tutto qui» mentì Lilith.
«Bene. Fingeremo che io sia davvero la vecchia svampita che pensi tu.» Si sistemò meglio appoggiandosi allo schienale della sedia. La tensione fra di loro era palpabile. «Ammettiamo che la prigioniera sia Kathy. Ricordati che è nata in Louisiana, e che il temperamento e il carattere si acquisiscono con il latte materno. Ma, a quanto dicono, parla come una del Nord, perché deve essere rimasta là tutto questo tempo. Un misto di Nord e Sud.» Si girò verso Lilith con un sorriso poco gentile. «Una combinazione infernale. Non ti spaventa, Lilith? Eppure dovrebbe.»
La giovane serrò le labbra per reprimere una battuta che le avrebbe inimicato la cugina. Augusta proseguì: «Oh, so bene quel che hai in mente. Ma se dovessi fare una scommessa su come va a finire, non rischierei un soldo su di te».
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