Il volto dello sceriffo era paonazzo, a conferma del suo pessimo carattere. «Cosa diavolo stai aspettando, ragazza?»
Mallory fissava Lilith con un sorriso inquietante e pieno di disprezzo: «Non dovresti permettergli di chiamarti "ragazza", a meno che non ti autorizzi a chiamarlo "grassone"».
Lo sceriffo puntò il dito contro la sua vice e urlò: «Muoviti, ragazza! Subito!».
E Lilith si mosse, sbattendosi la porta alle spalle e scendendo i gradini a due alla volta.
Arrivata in fondo alle scale si trovò di fronte una donna di mezza età in tailleur grigio che sbraitava fissandola con occhi furibondi.
Dietro la donna c'era un ragazzo magro, più o meno dell'età di Lilith.
Aveva occhi nocciola con ciglia folte, e capelli castano chiaro come quelli della donna. Ma, diversamente da lei, era tranquillo. Troppo tranquillo. Aveva tutte e due le mani bendate.
Forse era sotto sedativi?
Cominciò a disegnare cerchi con le mani. Quella semplice attività pareva impegnare tutta la sua attenzione.
Io ti conosco, vero?
Certo. Portava le solite calze rosse e la camicia dello stesse colore ben infilata nei blue jeans. Dall'aspetto innocente e dal vorticare nervoso delle mani, Lilith comprese che il bambino di cui aveva ricordo non era mai cresciuto. Gli altri ragazzini lo chiamavano l'idiota, e a sei anni Lilith aveva creduto che quello fosse il suo vero nome. Suo padre l'aveva fatta ricredere a suon di schiaffoni.
«Ciao, Ira» gli disse. «Come va?»
La donna urlante si calmò. Il volto irato si distese in un sorriso quando si rivolse al figlio.
«Saluta la vicesceriffo, Ira.»
«Saluta la vicesceriffo» ripeté Ira.
Charles Butler fissava sbalordito la vetrina dell'emporio. C'erano pile di T-shirt multicolore sulle quali erano stampati il nome e la foto del predicatore assassinato, tra cui una raffigurante la Vergine Maria con in braccio Babe Laurie adulto. Dietro le magliette c'era uno scaffale zeppo di libri tascabili, occhiali da sole e confezioni di filo interdentale, più bambole vudù e gli altri articoli con cui i turisti si riempiono le borse.
Charles tornò sui suoi passi fino al vicolo tra l'ufficio dello sceriffo e la sede dei pompieri. Henry Roth aveva individuato la finestra di Mallory e stava dicendole qualcosa con le mani. Charles attraversò la piazza per cercare di decifrare i segni dello scultore.
Mentre si avvicinava, vide un uomo seduto su una panca di legno davanti all'ufficio dello sceriffo. Charles notò la somiglianza con la faccia stampata sulle T-shirt. Poteva avere trentacinque anni. Aveva capelli color sabbia che gli arrivavano al colletto della camicia. Gli occhi azzurri non avevano la stessa espressione spiritata di quelli di Babe Laurie, ma denotavano una certa intelligenza. L'uomo lo salutò con un cenno del capo e la familiarità di un vecchio amico. Charles fu sul punto di dirigersi verso di lui, poiché l'invito era chiaro e ineludibile. Vieni da me , diceva la sua espressione tranquilla. Siediti e chiacchieriamo un po'.
Poi, ricordando che aveva altre cose da fare, cambiò direzione e raggiunse Henry Roth. Gli occhi dello scultore erano fissi su una finestra del primo piano. Due mani bianche e affusolate fecero capolino tra le sbarre. Charles lesse le parole sulle dita di lei. « Digli di andarsene. »
Abbassò lo sguardo. Andarsene? Aveva viaggiato per più di mille chilometri per sentirsi dire questo?
Voltò le spalle ai due e si diresse verso la fontana della piazza, in mezzo alla quale si ergeva la scultura di bronzo di uno stallone. Charles si trovava proprio di fronte al posteriore del cavallo.
Molto opportuno.
Ripensò a tutto il sonno che aveva perso per causa di Mallory. Dopo un attimo di autocommiserazione, l'ira ebbe il sopravvento sulle buone maniere. Raggiunse l'ufficio dello sceriffo, spalancò la porta d'ingresso ed entrò.
La prima persona che si trovò davanti fu la giovane cugina di Augusta. Lilith Beaudare stava pulendo lo schermo del suo computer, ma la sua attenzione era concentrata su quanto accadeva nell'ufficio di fronte. Anche Charles guardò attraverso la porta aperta.
Una donna con un tailleur grigio era in piedi di fronte a un uomo in jeans e camicia. Un blazer di cotone tutto stropicciato, con una stella dorata sul risvolto, pendeva dalla spalliera di una sedia. Benché fosse vestito in modo molto meno formale della donna, lo sceriffo trasudava autorità. Le braccia conserte sul petto le comunicavano che qualsiasi cosa volesse, non l'avrebbe ottenuta. Le mani di lei, posate sui fianchi, dicevano che non si sarebbe mossa finché l'uomo non le avesse dato soddisfazione.
In piedi accanto alla coppia c'era un giovane mingherlino dallo sguardo vacuo: aveva entrambe le mani fasciate.
Mentre Charles si avvicinava alla porta dell'ufficio, la vicesceriffo Lilith Beaudare lo guardò in silenzio.
«Ho una dichiarazione di Malcolm» disse lo sceriffo. «Malcolm dice che Babe, in modo molto garbato, ha chiesto a tuo figlio di smettere di suonare sempre le stesse maledette cinque note. Il ragazzo ha perso la testa e ha aggredito Babe. Malcolm dice che suo fratello si è semplicemente difeso.»
La donna lo fissò con sguardo attonito. «Babe si è solo difeso? Fratturando le dita di Ira con il coperchio del pianoforte?»
Esasperata levò le mani. «Hai mai sentito che mio figlio abbia commesso qualche violenza? Ira detesta ogni forma di contatto fisico, e lo sai bene! Malcolm Laurie ha mentito.»
Il giovane con le mani bendate era incantato dalle pale del ventilatore che vorticavano sopra di lui. Con la testa reclinata all'indietro, lo sguardo in trance, oscillava seguendone il movimento.
«Be', considerato che Babe è morto,» ribatté lo sceriffo, «non ha molto senso presentare una denuncia contro di lui. Non ti pare, Darlene?»
«Non sono venuta per questo.» La donna stava frugando nella borsa nera che le pendeva da una spalla. «È ancora qui, la giovane che hai arrestato? Voglio pagare la sua cauzione. Se davvero è stata lei a far fuori quel bastardo, è il minimo che possa fare per ringraziarla.» Darlene estrasse un libretto di assegni e una penna.
Lo sceriffo rifiutò l'offerta con un gesto della mano. «Non è prevista nessuna cauzione.»
«Tom Jessop, non hai il diritto di tenere in carcere quella ragazza. Per quel che ne sai, Babe potrei averlo ucciso io. Non t'è mai passato per la mente, vero?»
Jessop sorrise. «Ti sbagli, Darlene. Sei al primo posto nella mia lista dei sospetti, davanti alla vedova di Babe Laurie e alla detenuta. Per il momento non ci sono uomini tra gli indiziati. Il circolo femminile di Dayborn mi eleggerà certamente femminista dell'anno.»
Lo sceriffo si sedette sulla poltrona di pelle verde, dietro alla scrivania più disordinata che Charles avesse mai visto. Fece ruotare la sedia dando le spalle a Darlene.
Ma lei non si diede per vinta. Girò intorno alla scrivania. «Nessuno mi ha chiesto dov'ero quando Babe Laurie è stato ucciso.»
«Non ce n'era bisogno.» Jessop parlò in tono distratto, ma poi sorrise di nuovo. «La tua macchina è stata vista procedere nella stessa direzione di quella di Malcolm e Babe. Ma mentre loro si sono fermati alla stazione di servizio, tu hai proseguito di volata verso l'ospedale.»
Girò ancora la sedia per guardare le pile disordinate di fogli e cartellette sparse sulla scrivania. Sollevò un foglio e glielo porse, agitandolo come una bandiera. «Hai presente Manny, l'addetto al distributore di benzina? Questa è la sua dichiarazione. Il tuo modo di guidare l'ha molto impressionato.»
Lo sceriffo estrasse un secondo documento. Charles si chiese come fosse riuscito a localizzarlo in quella tempesta di carte.
«E questa è la dichiarazione del dottore. Dice che sei uscita dall'ospedale quando era già buio.» Lo sceriffo restituì il foglio al marasma della scrivania.
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