«Lo so.» Charles strappò qualche tovagliolo dal contenitore metallico al centro del tavolo e asciugò il caffè versato. «Ma, vede, la sua teoria piace davvero a tutti. Sarà difficile forzare lo sceriffo ad accettare la sua confessione. Adesso provi i legumi.»
«Lei sapeva…» Si passò una mano tra i capelli, le dita sottili come artigli. «Io volevo dirlo a Tom. Ogni giorno, ho desiderato dirglielo. Non riesco a dormire la notte. Continuo a sentire il rumore del sasso che colpisce il cranio di Babe.»
«Non deve raccontarmi niente di tutto questo.»
«Ma sì che devo» esclamò lei, un po' troppo forte. La gente seduta al tavolo vicino si girò a guardarla. Darlene abbassò il capo. «Voglio raccontarglielo.» La sua voce, adesso, era un sospiro. «Ho bisogno di parlare con qualcuno.» Giocherellò con la fede nuziale, facendola scorrere lungo il dito. «Vidi che Babe lasciava la macchina alla stazione di servizio. Si stava dirigendo al ponte sull'Upland Bayou. Io l'ho seguito mentre i dottori stavano operando mio figlio. Ma non è quel che crede, non è per quello che aveva fatto alle mani di Ira.»
Anche l'anello era troppo largo adesso, c'era così poca carne intorno alle ossa.
Charles fissava il proprio riflesso nel portatovagliolo di metallo. Non riusciva più a guardarla negli occhi. Stava soffrendo troppo mentre gli raccontava la violenza commessa sulla strada che portava a Casa Shelley.
«Non sapevo se l'avessi ucciso o no. Urlai quando vidi tutto quel sangue e corsi all'auto. Ero certa che qualcuno mi avesse sentita o vista. Lo lasciai lì per strada e tornai all'ospedale ad aspettare lo sceriffo. Ero certa che da un momento all'altro Tom sarebbe entrato ad arrestarmi. Quando il dottore venne nella sala d'aspetto per parlarmi, non notò che c'era del sangue fresco sul mio tailleur: era quello di Babe, mischiato a quello di Ira.»
Si coprì il volto con le mani dalle unghie martoriate.
«Mangi qualcosa.» Era quel che gli diceva sempre sua madre nei momenti di difficoltà.
Darlene prese la forchetta e distrattamente rigirò i piselli. «Mi sentivo impazzire all'idea di quel che sarebbe accaduto a mio figlio se io fossi finita in prigione. Non ce la facevo più a resistere.»
La forchetta le scivolò di mano e i piselli si sparpagliarono sul tavolo. «Ma non gli dissi niente. Chi avrebbe badato a Ira?»
Darlene spinse di lato il piatto e prese la confezione di cellophane con la torta. «Come ha fatto a scoprirlo, Charles?»
«Questo è l'ospedale dove Cass fece fare i test sul sangue di Ira. Quando lei lo ha portato qui per le fratture alle mani, il medico ha consultato il computer e le ha chiesto se Ira avesse seguito la cura per la sifilide. I dati a video erano incompleti, e il medico necessitava di un'anamnesi il più possibile accurata: è la procedura normale.»
«È stata l'infermiera dell'accettazione, non un dottore.» Con le mani cercava di aprire l'involucro della torta, senza riuscirci.
«Non sapevo di cosa stesse parlando quella donna. Le dissi che c'era un errore. Ira era stato curato per l'epatite, non per la sifilide.»
Charles si chiese se fosse il caso di aiutarla ad aprire l'involucro.
«Be', per me non aveva senso, allora l'infermiera mi portò nel seminterrato, dove tengono l'archivio cartaceo.»
L'involucro resisteva. Lei cercò di sfondarlo con un dito, dimenticando di non avere più unghie. «Trovammo una cartella che corrispondeva al numero di Ira sul computer. Non c'erano nomi, solo date e parametri per i test effettuati su un bambino di sei anni, un ragazzo di tredici e uno di diciannove. L'archivista disse all'infermiera che erano nella stessa cartella perché il medico, Cass Shelley, stava cercando di ricostruire il percorso dell'infezione.»
«Il ragazzo di tredici anni era Jimmy Simms.»
«Lo immaginai. E Babe aveva compiuto diciannove anni proprio allora. Tutti in paese sapevano della sua festa per lo scolo. Era una leggenda. E poi ci fu la cerimonia pubblica di guarigione. Ira non fu più lo stesso, dopo. Così pensai che avesse stuprato mio figlio in quell'occasione. Gli aveva fracassato le mani. Avevo buone ragioni per crederlo colpevole, no?»
«Non ne sembra più così sicura adesso.»
«Dopo che l'ho ucciso…» Non volendo incontrare i suoi occhi, fissò l'invincibile involucro di cellophane. «Voglio dire, più tardi, quella stessa sera, mi resi conto che mio marito doveva essere al corrente della sifilide di Ira. Devono notificarlo ai genitori, no? E questo spiega il suo litigio con Cass. Forse lei lo accusò di aver violentato il suo stesso figlio.»
La fede nuziale le scivolò dal dito e rotolò sul tavolo.
«Deve essere andata così» disse, torcendo fra le mani la busta con la torta, sbriciolandola. «Ira ora è sano. Mio marito lo fece curare, prima di schiantarsi contro quel palo del telefono.»
«Quindi adesso crede di aver ucciso l'uomo sbagliato?»
«Ho sentito che Ira le ha detto che fu suo padre a lanciare la prima pietra. Rappresenta una prova, no? Cass stava per rendere pubblica l'intera sporca faccenda, così mio marito…»
Le mani riposavano sul piano del tavolo troppo stanche per lottare ancora.
«Suo marito non fece del male a Ira» chiarì Charles, coprendole un mano con la sua. «Probabilmente gli dissero che Cass lo aveva accusato. Qualcosa di simile accadde al vicesceriffo Travis. Malcolm gli lesse la lettera di Cass, e lo indusse a credere che la dottoressa intendesse accusare lui , Travis, di aver violentato un ragazzo: Jimmy, immagino. In punto di morte Travis disse che Cass, con la sua scienza, stava per rovinarlo. Era innocente, ovvio, ma l'accusa, una volta pubblica, sarebbe stata di per sé un marchio infamante, indelebile. Malcolm gli ficcò la paura nella mente, e una pietra in mano.»
Con un sasso e un'idea fissa in mente anche Darlene si era macchiata di un crimine orribile… Ma Travis aveva colpito solo il cane.
«Nell'archivio del laboratorio di analisi c'è il referto negativo dell'esame del sangue di suo marito.»
«La lettera di cui Malcolm si servì per manipolare mio marito?»
«Credo di sì. La data coincide con quella del linciaggio. Una copia di quel referto era destinata a suo marito. Ma quando gli fu spedita, Cass era già morta.»
«Fu per questo che si uccise?»
«Sì» rispose Charles. «Forse suo marito e Cass litigarono quando lei gli chiese di sottoporsi a un prelievo di sangue. Si sarà sentito offeso. Era innocente, ma lei voleva eliminarlo dalla lista dei sospetti. Cass aveva i risultati degli esami in mano quando si recò dal vero violentatore di bambini, ed era furibonda.»
«Allora era Babe.»
«Non c'è modo di saperlo per certo.»
«Chi altro potrebbe esser stato?» strillò Darlene. «Babe prese l'infezione prima degli altri!» La sua voce echeggiava acuta al di sopra del brusio della caffetteria. Le mani si allargarono nell'aria come per riprendere le parole e abbassarne il volume. Tutt'intorno le conversazioni si interruppero e i giornali dei clienti solitari si abbassarono sui tavoli.
Strinse le labbra. A stento aveva ripreso il controllo. «So che Babe era il ragazzo di diciannove anni citato in quella cartella. Nel suo caso la sifilide era in uno stadio molto più avanzato. Me lo disse l'infermiera.»
«Quella cronologia, in sé, non prova nulla su chi contagiò chi.»
«Se solo Ira me l'avesse detto…»
«I bambini sono i migliori cospiratori» commentò Charles. «È così facile spaventarli, che non parlano quasi mai. Jimmy non parlò, e nemmeno Babe, all'epoca in cui gli toccò subire uno stupro.»
«Babe?»
«Secondo l'autopsia, il suo era uno stadio di sifilide molto avanzato. Ma lavorando solo su un cadavere, il patologo non aveva modo di accertare la data dell'infezione. Il coroner non sapeva delle convulsioni, della debolezza, degli attacchi d'ira che affliggevano Babe da anni. Babe Laurie doveva essere un bambino quando contrasse la malattia.»
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