«Travis gettò le pietre solo al cane. C'era anche Alma, ma lei il sasso se lo portò a casa. Se Mallory sentì…»
«Charles, sei patetico.»
«Era Malcolm, e non Babe, il burattinaio che guidava le azioni della folla inferocita.»
«Tutti i membri della folla sono responsabili, lo dice la legge. Anche quella di Mallory!» Riker rimase per un po' in silenzio, cercando di calmarsi.
«Comunque hai ragione, Charles» proseguì. «Malcolm fece in modo di coinvolgere nell'omicidio ogni possibile testimone, chiunque avrebbe potuto parlare allo sceriffo di quella lettera, la lettera azzurra. Anche se alcuni di loro non scagliarono neppure una pietra, tutti assistettero alla morte di Cass. Non fecero nulla per aiutarla. Non dissero una parola. Nessuno di loro può dirsi innocente.»
Riker si avvicinò alla finestra e la aprì. Giù in strada lo sceriffo era appoggiato alla macchina.
«Ehi Tom, due minuti, va bene?»
«Fa' con comodo.»
Riker richiuse la finestra e si girò, deciso a liquidare Charles Butler. Con garbo , raccomandò a se stesso.
«Certo, credo che sia stata lei. Ecco perché ho confermato la bugia dello sceriffo. In quel momento ero così contento che Mallory non avesse fatto fuori tutto il paese…»
Charles si limitava a fissarlo con occhi tristi.
«Cosa vuoi da me?» Riker prese la valigia e la posò vicino alla porta. Niente da fare: Charles continuava a sbarrargli l'uscita.
«Non ritratterò quella dichiarazione, Charles. È inutile. Allo sceriffo non interessa chi abbia ucciso Babe Laurie. Non interessa a nessuno.» A nessuno, tranne che a lui stesso e a Charles. Ma Mallory ormai ne era fuori. Non l'avrebbero processata per omicidio.
«Non è stata Mallory» dichiarò Charles.
Dal suo tono Riker seppe che era vero.
Decise di mentire: «Sappiamo che Babe Laurie violentò due bambini. Ma è probabile che le sue vittime siano state molte di più. Quell'omicidio fu un bene per tutti».
No, un omicidio non era mai giustificabile. Era il delitto peggiore.
«A conferma della tua tesi hai solo la dichiarazione di Jimmy Simms» disse Charles. «Lui raccontava e tu scrivevi, vero? Ma Jimmy era sconvolto, piangeva, scommetto che non era del tutto coerente.»
«Stai insinuando che potrei essermi perso qualcosa?»
Charles rimase zitto.
«Charles, perché mi stai facendo questo?»
«Volevo solo essere sicuro che stavolta fossi tu a fingerti cieco. E così, non vuoi sapere chi ha ucciso Babe Laurie? Non ti importa? Bene.»
Charles si voltò per andarsene.
«Aspetta. Chi è stato?»
«E se fosse stato lo sceriffo? È solo un'ipotesi, bada. A proposito, ti ho detto che aveva un movente e nessun alibi? Ma sono certo che saresti felice di perdonarlo, come eri disposto a fare con Mallory. È uno dei vantaggi di fare il tuo mestiere, evidentemente: i tuoi amici possono uccidere qualcuno e passarla liscia.»
«Lo sceriffo? Vuoi dire…»
«Non ti dirò chi è stato. Io lo so, ma a te non importa.»
«Chi lo ha ucciso, Charles?»
«Non importa, sono le tue precise parole.» Spalancò la porta.
«Non farmi impazzire. Chi…?»
«Fai buon viaggio, Riker.»
Si richiuse la porta alle spalle.
Riker non sentiva più gli uccelli. Rimase fermo accanto alla finestra e guardò in giù, verso l'auto dello sceriffo. I poliziotti non potevano uccidere i loro indiziati, per nessuna ragione e in nessuna circostanza: era la legge di Riker. Ma finalmente aveva ritrovato la fiducia in Mallory. I suoi sospetti sul conto dell'uomo che lo aspettava giù da basso erano il male minore: conviverci sarebbe stato infinitamente più facile.
Grazie, Charles.
Ira dormiva in un soffice nido di bende bianche e lenzuola di lino. Sua madre era seduta di fianco al letto e stava leggendo una rivista. Darlene Wooley, oggi, non indossava il tailleur, ma una semplice gonna e una camicetta scura, che accentuava il pallore della sua pelle.
Charles si chiese se negli ultimi quattro giorni avesse visto la luce del sole.
Darlene alzò lo sguardo e gli sorrise. Ripiegò una pagina della rivista per tenere il segno, poi guardò Ira come se temesse che il fruscio della carta avesse potuto disturbare il suo sonno. Con un cenno invitò Charles a seguirla fuori della camera, nel corridoio.
Con precauzione accostò la porta, dicendo: «È il primo giorno che è uscito dalla terapia intensiva. Il dottore dice che sta recuperando bene».
«Mi fa piacere sentirlo. Ho buone notizie per lei. Mi permetta di offrirle un caffè.»
Mentre percorrevano il corridoio, lui notò che gli abiti le stavano larghi e che le sue unghie erano state rosicchiate fino alla carne, senza pietà.
«Sa,» disse Darlene «quando è sveglio lascia che gli tenga la mano. Sono sicura che detesta ancora essere toccato. Lo fa per farmi un regalo.»
Le sue dita salirono meccanicamente alla bocca. Ma poi, consapevole dello stato delle sue unghie, affondò tutte e due le mani nelle tasche della gonna. «Quando Ira era piccolo, mi portava regolarmente dei fiori dal giardino di Cass. Ho sempre pensato che fosse un'idea della dottoressa, un aspetto della terapia. Ma Mallory mi ha detto di no. Quando è passata di qua l'altra sera, mi ha detto che Ira chiedeva a Cass il permesso di cogliere fiori per sua madre.»
Charles pensò che fosse una storia bellissima. E, se l'aveva inventata Mallory, era ancora più bella.
Nella luce fluorescente della caffetteria l'incarnato di Darlene pareva ancora più pallido. Charles la accompagnò al tavolo più vicino. Temeva che, se non si fosse seduta, sarebbe caduta. Quand'era l'ultima volta che aveva dormito?
«Aspetti qui, vado a prenderle un caffè.»
Ma poi mise sul vassoio anche una porzione di verdure, e un piatto di carne che galleggiava in una salsa acquosa. Il pièce de résistance fu una fetta di torta al cioccolato avvolta nel cellophane. Voleva farla ingrassare.
Quando depose il vassoio sul tavolo, Darlene scoppiò a ridere.
Era un progresso.
Una volta seduto, Charles le porse la lettera di ammissione al Centro Dallheim.
Lei la lesse in silenzio, poi il foglio le cadde di mano. «Lo vogliono! Vogliono Ira!»
«Oh, sì. Sono molto interessati al suo caso. Ma adesso mangi qualcosa.»
Per giorni aveva tormentato il direttore del progetto con storie raccolte grazie a Betty, Mallory e Augusta, trasformando Ira in qualcosa di più di un semplice numero: un essere umano.
«Comincerà non appena starà abbastanza bene da potersi spostare fino a New Orleans. Non le sarà permesso di vederlo per i primi tre mesi. Ma dopo potrà portarlo a casa ogni fine settimana.»
«Capisco. Lei pensa che ci sia davvero una possibilità che Ira un giorno riesca a badare a se stesso?»
«Grazie a lei. Se non avesse continuato la terapia, a quest'ora sarebbe una causa persa. La prego, mangi qualcosa. Ci potrebbero volere anni di lavoro, ma col tempo acquisterà autonomia.»
«Così, se mi dovesse accadere qualcosa…»
«Non sarà ricoverato in un manicomio statale.»
Per qualche momento sembrò felice. Poi la tristezza di sempre affiorò nel suo sguardo.
«Bene… splendido.» Era più calma adesso. «C'è qualcosa che devo fare. Ho solo bisogno…»
«Assaggi la carne, Darlene. Sono molto curioso di scoprire a quale specie appartenga.»
Lei impugnò forchetta e coltello e fece per affettarla. All'improvviso le vennero a mancare le forze, e le posate caddero nel piatto.
«Non è molto allettante, vero? Mi dispiace.»
«Devo assolutamente parlare allo sceriffo» biascicò. «C'è qualcosa…»
«Ha sentito che lo sceriffo pensa che sia stato Fred Laurie a uccidere Babe?»
«Non è stato Fred.» Con la mano urtò la tazza di caffè e un fiotto di liquido scuro si sparse sul tavolo.
Читать дальше