Giorgio Faletti - Io sono Dio

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Non c’è morbosità apparente dietro le azioni del serial killer che tiene in scacco la città di New York. Non sceglie le vittime seguendo complicati percorsi mentali. Non le guarda negli occhi a una a una mentre muoiono, anche perché non avrebbe abbastanza occhi per farlo. Una giovane detective che nasconde i propri drammi personali dietro a una solida immagine e un fotoreporter con un passato discutibile da farsi perdonare sono l’unica speranza di poter fermare uno psicopatico che nemmeno rivendica le proprie azioni. Un uomo che sta compiendo una vendetta terribile per un dolore che affonda le radici in una delle più grandi tragedie americane. Un uomo che dice di essere dio.

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Aveva attraversato la città e percorso a piedi il tragitto fino alla casa al fondo di Mechanic Street. Preferiva farsi qualche miglio piuttosto che chiedere in prestito un’auto a Ben. Voleva evitare in qualunque modo di coinvolgerlo oltre il dovuto in quella brutta storia. E non aveva la minima intenzione di farsi beccare mentre cercava di rubare un’auto.

Mentre camminava, Chillicothe gli era sfilata immobile intorno senza accorgersi di lui, come sempre. Era solo un posto qualunque in America, quello dove si era accontentato di un briciolo di speranza quando molti ragazzi della sua età si muovevano con noncuranza fra cumuli di cose sicure.

Aveva percorso strade ed evitato persone e schivato luci e ogni passo era un pensiero e ogni pensiero…

Il motore di una macchina nel vialetto lo riportò all’attenzione che per un attimo aveva perso. Si alzò dal divano e si avvicinò alla finestra. Scostò una tendina che odorava di polvere e guardò fuori. Una Plymouth Barracuda ultimo modello era parcheggiata con il muso puntato verso la saracinesca del garage. Le luci dei fari morirono sul cemento e uno dopo l’altro dalla macchina scesero Duane Westlake e Will Farland.

Erano tutti e due in divisa.

Lo sceriffo era un poco più corpulento dell’ultima volta che lo aveva visto. Troppo cibo e troppa birra, forse. Forse sempre più pieno di merda.

L’altro era rimasto magro e allampanato e maledetto come lo ricordava.

I due si avvicinarono chiacchierando alla porta d’ingresso.

Non riusciva a credere alla sua fortuna.

Aveva ipotizzato di dover fare due visite, quella notte. Ora il caso gli stava offrendo su un piatto di platino la possibilità di evitarne una. E di fare in modo che ognuno dei due sapesse…

La porta si aprì e prima che la luce invadesse la stanza ebbe modo di vedere le sagome dei due uomini stampate nel riquadro che la luce aveva ritagliato sul pavimento.

Il chiaro e lo scuro.

Il grosso e il secco.

Il male e il peggio.

Si spostò verso le scale e per qualche istante rimase appoggiato al muro ad ascoltare le loro voci. Il dialogo passò nella sua testa come le pagine di un testo teatrale che una volta Karen gli aveva fatto leggere.

Westlake.

«Che ne hai fatto di quei ragazzi che abbiamo fermato? Chi sono?»

Farland.

«Quattro vagabondi di passaggio. Solita roba. Capelli lunghi e chitarre.

Non abbiamo niente contro di loro. Però, in attesa di accertamenti, stanotte la passeranno al fresco.»

Una pausa. Ancora Farland.

«Ho detto a Rabowsky di metterli in cella con qualcuno tosto, se capita.»

Udì un risolino che sembrava lo squittire di un topo. Di certo uscito dalle labbra sottili del vicesceriffo.

Di nuovo Farland.

«Stanotte invece dell’amore faranno la guerra.»

Westlake.

«Magari gli viene la voglia di tagliarsi i capelli e di cercarsi un lavoro.»

Dal suo nascondiglio sorrise con l’amaro in bocca.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Solo che quelli non erano lupi. Erano sciacalli, della peggior specie.

Si sporse con cautela, protetto dalla penombra e dal riparo offerti dal muro. Lo sceriffo andò ad accendere la televisione, gettò il cappello sul tavolo e si lasciò sprofondare in una poltrona. Poco dopo alla luce della stanza si aggiunse il baluginare dello schermo.

E il commento di una partita di baseball.

«Cristo, siamo già quasi alla fine. E stiamo perdendo. Lo sapevo che giocare in California ci avrebbe detto male.»

Si girò verso il suo secondo.

«Se vuoi, c’è della birra in frigo. Intanto che ci vai, prendimene una.»

Lo sceriffo era il capo assoluto e ci teneva a sottolinearlo, anche in caso di ospitalità. Si chiese se si sarebbe comportato nello stesso modo se invece del suo sottoposto ci fosse stato in quella stanza il giudice Swanson.

Decise che quello era il momento. Uscì dal suo nascondiglio con la pistola puntata.

«La birra può aspettare. Alzate le mani.»

Al suono della voce, Will Farland, che stava alla sua destra, ebbe un sussulto. E quando si rese conto del suo aspetto, sbiancò in viso.

Westlake aveva girato la testa di colpo. Vedendolo, rimase un attimo interdetto.

«E tu chi cazzo sei?»

Domanda sbagliata, sceriffo. Sei sicuro di volerlo sapere?

«Per ora non ha importanza. Alzati e mettiti al centro della stanza. E tu vai di fianco a lui.»

Mentre i due si muovevano come aveva loro ordinato, Farland, provò a far scivolare la mano verso la fondina della pistola.

Prevedibile.

Fece un paio di rapidi passi di lato in modo da inquadrarlo completamente e scosse la testa.

«Non ci provare. Quest’arma la so usare molto bene. Mi credi sulla parola o vuoi che te lo dimostri?»

Lo sceriffo sollevò le mani in un gesto che voleva essere tranquillizzante.

«Senti amico, cerchiamo di stare tutti calmi. Io non so chi tu sia e cosa cerchi, ma ti ricordo che la tua presenza in questa casa già costituisce un reato. Inoltre stai minacciando con un’arma due rappresentanti della legge.

Non pensi che la tua posizione sia già abbastanza grave? Prima di fare altre cazzate ti consiglio di…»

«I suoi consigli portano male, sceriffo Westlake.»

Stupito nel sentir pronunciare il suo nome, l’uomo aggrottò le sopracciglia e inclinò un poco la grossa testa di lato.

«Ci conosciamo?»

«Le presentazioni rimandiamole a dopo. Ora Will siediti per terra.»

Farland era troppo interdetto per essere incuriosito. Girò gli occhi verso il suo superiore, incerto sul da farsi.

La voce che si sentì arrivare addosso cancellò ogni dubbio.

«Non è più lui che comanda, pezzo di merda. Sono io adesso. Se preferisci finire a terra da morto, sono in grado di accontentarti.»

L’uomo si piegò sulle lunghe gambe e si sedette aiutandosi con la mano appoggiata sul pavimento. A quel punto, con la canna della pistola, lo indicò allo sceriffo.

«Adesso, con calma e senza movimenti bruschi, sfilagli le manette dalla cintura e legalo con le mani dietro la schiena.»

Westlake si fece rosso in viso per lo sforzo, mentre si piegava ed eseguiva l’ordine. Il doppio e secco clack delle manette che si chiudevano segnò l’inizio della prigionia del vicesceriffo Will Farland.

«Adesso prendi le tue e mettitene una al polso destro. Poi girati tenendo le braccia dietro la schiena.»

C’era rabbia negli occhi dello sceriffo. Ma di fronte a quegli stessi occhi c’era anche una pistola. Obbedì all’ordine e subito dopo una mano sicura fece scattare l’altra manetta al polso libero.

E quello fu l’inizio della sua prigionia.

«Siediti accanto a lui, adesso.»

Lo sceriffo non poteva aiutarsi con le mani. Piegò le ginocchia e cadde a terra in un modo goffo, appoggiando con violenza la sua mole contro la spalla di Farland. Per poco non finirono tutti e due distesi sul pavimento.

«Chi sei?»

«I nomi vanno e vengono, sceriffo. Solo i ricordi restano.»

Sparì per un attimo dietro il muro che nascondeva le scale. Quando tornò reggeva in mano una tanica piena di benzina. Durante l’ispezione della casa l’aveva trovata nel garage, accanto a una falciatrice. Di certo era una riserva che lo sceriffo si teneva in casa per non restare a secco quando tosava il prato. Questa insignificante scoperta gli aveva fatto venire in testa una piccola idea e messo addosso una grande gioia.

Infilò la pistola nella cintura e si avvicinò ai due uomini. Con calma iniziò a versare loro addosso il contenuto della tanica. I loro vestiti si macchiarono di scuro mentre l’odore acre e oleoso della benzina si spargeva nella stanza.

Will Farland si scostò d’istinto per evitare di prendere il getto sul viso e diede una testata alla tempia dello sceriffo. Westlake non ebbe nessuna reazione. Il dolore era stato anestetizzato dal panico che iniziava ad affiorare nei suoi occhi.

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