Giorgio Faletti - Io sono Dio

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Non c’è morbosità apparente dietro le azioni del serial killer che tiene in scacco la città di New York. Non sceglie le vittime seguendo complicati percorsi mentali. Non le guarda negli occhi a una a una mentre muoiono, anche perché non avrebbe abbastanza occhi per farlo. Una giovane detective che nasconde i propri drammi personali dietro a una solida immagine e un fotoreporter con un passato discutibile da farsi perdonare sono l’unica speranza di poter fermare uno psicopatico che nemmeno rivendica le proprie azioni. Un uomo che sta compiendo una vendetta terribile per un dolore che affonda le radici in una delle più grandi tragedie americane. Un uomo che dice di essere dio.

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Ben staccò la sedia dal muro e la lasciò ricadere a terra.

«Sento che stai per cacciarti nei guai.»

Il ragazzo scosse la testa, nascosto dietro al suo non sorriso.

«Io non posso cacciarmi nei guai.»

Si sfilò i guanti di cotone e tese verso Ben le mani coperte di cicatrici.

«Vedi? Niente impronte digitali. Cancellate. Qualsiasi cosa tocchi, non lascio tracce.»

Parve riflettere un istante, come se finalmente avesse trovato per se stesso la definizione giusta.

«Io non esisto più. Sono un fantasma.»

Lo guardò con occhi che chiedevano molto anche se erano disposti a concedere poco.

«Ben, dammi la tua parola d’onore che non dirai a nessuno che sono stato qui.»

«Nemmeno a…?»

Lo interruppe secco, preciso. Prima ancora che avesse il tempo di terminare la frase.

«A nessuno, ho detto. Mai.»

«Altrimenti?»

Un attimo di silenzio. Poi dalla sua bocca martoriata uscirono parole fredde come quelle dei morti.

«Ti uccido.»

Ben Shepard capì che per il ragazzo il mondo era scomparso. Non solo quello che aveva dentro, ma anche quello che gli stava intorno. Un brivido gli percorse la schiena. Era partito con uomini del suo Paese per combattere una guerra contro altri uomini che gli avevano ordinato di odiare e uccidere. Dopo quello che era successo, le parti si erano invertite.

Era tornato a casa e per tutti lui era diventato il nemico.

CAPITOLO 6

Seduto nell’oscurità attendeva.

Da tanto tempo aspettava quel momento e adesso che era arrivato la fretta o l’ansia erano del tutto assenti. Gli sembrava che la sua presenza in quel posto fosse del tutto normale, prevista, contemplata. Come l’alba o il tramonto o qualsiasi altra cosa che doveva essere e che ogni giorno, giorno dopo giorno, era.

Appoggiata sulle ginocchia teneva una Colt M1911, l’arma d’ordinanza dell’esercito. Il buon Jeff Anderson, che era stato privato delle gambe ma non della sua natura di maneggione, gli aveva procurato quella pistola senza fare domande. E, forse per la prima volta in vita sua, non gli aveva chiesto niente in cambio. L’aveva tenuta nella sacca, avvolta in uno straccio, per tutto il viaggio.

L’unica cosa leggera che portasse con sé.

La stanza in cui si trovava era un salotto con un divano e due poltrone al centro, disposti a ferro di cavallo in favore del televisore accostato al muro. Un ordinario arredamento di una ordinaria casa americana, nella quale era chiaro che viveva un uomo da solo. Pochi quadri dozzinali alle pareti, un tappeto che non ispirava un senso di pulizia, qualche piatto di un vecchio pasto nell’acquaio. E odore di sigarette dappertutto.

Davanti a lui, sulla destra, la porta della cucina. A sinistra, un’altra porta attraverso la quale, dopo aver percorso un piccolo vestibolo, si entrava in casa dall’ingresso in giardino. Alle sue spalle, protetto da una sporgenza di muro, l’accesso alle scale che portavano al piano di sopra. Quando era arrivato e si era accorto che la casa era deserta, aveva forzato la porta sul retro e aveva rapidamente perlustrato l’interno.

Mentre lo faceva, aveva nelle orecchie la voce del sergente istruttore a Fort Polk.

Prima di tutto, ricognizione dei luoghi.

Dopo aver preso coscienza della disposizione delle stanze, aveva scelto di attendere nel salotto perché poteva tenere sotto controllo sia l’ingresso principale che quello di servizio.

Scelta strategica della posizione.

Si era seduto sul divano e tolto la sicura alla pistola. Il colpo era scivolato in canna con un rumore secco come la sua bocca.

Controllo dell’efficienza delle armi.

E mentre aspettava, il suo pensiero era ritornato a Ben.

Aveva ancora negli occhi la sua espressione quando lo aveva minacciato.

Nessuna traccia di paura, solo di delusione. Aveva cercato invano di cancellare quelle due parole cambiando discorso. Chiedendo quello che in realtà avrebbe voluto chiedergli dal primo istante del loro incontro.

«Come sta Karen?»

«Bene. Ha avuto il bambino. Te l’aveva scritto. Perché dopo non ti sei fatto vivo con lei?»

Aveva fatto una pausa e poi aveva proseguito, con un tono più basso.

«Quando le hanno detto che eri morto, ha pianto tutte le lacrime che si potevano piangere.»

C’era una nota di rimprovero in quelle parole e in quella voce. Lui si era alzato di scatto, indicando se stesso con le mani.

«Ben, mi vedi? Le cicatrici che ho sul viso le ho su tutto il corpo.»

«Lei ti amava.»

Ben si era corretto subito.

«Lei ti ama.»

Lui aveva scosso la testa, come per scacciare un pensiero molesto.

«Ama un uomo che adesso non esiste più.»

«Io sono certo che…»

Lo aveva fermato con un gesto della mano.

«Le certezze non sono di questo mondo. E quelle poche quasi sempre sono negative.»

Si era girato verso la finestra, perché Ben non lo vedesse in viso. Ma soprattutto per non vedere quello di lui.

«Oh sì, io lo so che succederebbe se andassi da lei. Mi butterebbe le braccia al collo. Ma per quanto?»

Si era girato di nuovo verso Ben. Prima, d’istinto, si era nascosto per un attimo. Ma ora doveva tornare a guardare la realtà in faccia e lasciare che la realtà vedesse in faccia lui.

«Ammesso che tutti gli altri problemi fra di noi fossero risolti, suo padre e tutto il resto, per quanto tempo durerebbe? Io me lo sono chiesto ogni momento, fin dalla prima volta che mi hanno permesso di guardarmi in uno specchio e ho scoperto quello che sono diventato.»

Ben aveva visto nei suoi occhi lacrime che erano diamanti da poco prezzo. Gli unici che poteva permettersi con la paga da soldato. E aveva capito che quelle parole le aveva già ripetute nella sua testa centinaia di volte.

«Te lo immagini cosa vorrebbe dire svegliarsi la mattina e come prima cosa vedere il mio viso? Quanto durerebbe, Ben? Quanto?»

Non aveva atteso risposta. Non perché non volesse saperla, ma perché la sapeva già.

La sapevano tutti e due.

Aveva di nuovo cambiato discorso.

«Sai perché sono partito volontario per il Vietnam?»

«No. Non sono mai riuscito a capire il senso di quella decisione.»

Era tornato a sedersi sul letto e ad accarezzare Walzer. Gli aveva raccontato tutto quello che era successo. Ben era rimasto ad ascoltare in silenzio. Mentre parlava, lo aveva solo guardato in viso, facendo scorrere gli occhi sulla sua pelle martoriata. Quando aveva finito, Ben si era coperto il viso con le mani. La sua voce era filtrata attraverso la barriera delle dita.

«Ma non pensi che Karen…»

Di scatto si era rimesso in piedi e si era avvicinato alla sedia dove stava seduto il suo vecchio datore di lavoro. Come per sottolineare meglio le sue parole.

«Credevo di essere stato chiaro. Non sa che sono vivo e non deve saperlo.»

A quel punto anche Ben si era alzato e in silenzio lo aveva abbracciato di nuovo, con più forza questa volta. Lui non era riuscito a ricambiare quella stretta. Era rimasto con le braccia abbandonate lungo i fianchi, finché l’altro si era staccato.

«Ci sono cose che nessuno dovrebbe provare nella vita, mio povero ragazzo. Non so se è giusto che io lo faccia. Per te, per Karen, per il bambino. Ma per quello che mi riguarda io non ti ho mai visto.»

Quando era uscito, Ben era davanti alla porta del capannone. Non gli aveva chiesto né dove andasse né cosa ci andasse a fare. Ma nei suoi occhi c’era l’amaro convincimento che presto lo avrebbe saputo. Sentiva lo sguardo suo malgrado complice seguirlo mentre si allontanava.

In quel momento c’erano due sole cose certe, per tutti e due.

La prima era che Ben non lo avrebbe tradito.

La seconda che non si sarebbero rivisti mai più.

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