Emilio Salgari - Il figlio del Corsaro Rosso

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La marchesa guardò il conte con una certa ansietà, poi disse:

– Sí, mi ha parlato spesso di quei due corsari, ma ve n’era anche un altro, che poi scomparve con la figlia del duca Wan Guld.

– Quello si chiamava il Corsaro Nero – disse il conte – e non fu impiccato come i suoi fratelli. Non sapreste dirmi chi furono quelli che decretarono e che applicarono a quei due gentiluomini la pena di morte?

– No, ma ve lo potrebbe dire mio cognato. Io allora ero bambina e non abitavo a Maracaibo. Ora vorrei sapere perché v’interessate di quell’avvenimento. Avete conosciuto forse quei terribili filibustieri che fecero tremare per tanti anni le nostre colonie del golfo del Messico?

– È un segreto che non vi posso svelare, marchesa, – rispose il figlio del Corsaro Rosso, il quale era diventato cupo. – Mi avete detto che vostro cognato deve trovarsi a Pueblo-Viejo; questo può bastarmi per ora. Qui vostro cognato deve possedere dei beni, quindi deve avere un amministratore ed un segretario.

– Volete parlare del cavaliere Barquisimeto?

– Precisamente, marchesa.

– Si trova infatti qui – rispose la marchesa. – Ma deve partire da un momento all’altro sul galeone la Santa Maria che si reca al Messico. Porterà, io credo, le somme ricavate dalle piantagioni di mio cognato.

– Sulla Santa Maria, avete detto! – esclamò il conte, mentre un lampo vivissimo illuminava i suoi occhi.

– Me lo disse egli stesso tre giorni fa.

– Ora ne so piú di quanto desideravo, marchesa; e vi ringrazio delle preziose informazioni che mi avete date.

– Preziose?

– Piú di quanto crediate – rispose il conte.

– Allora me ne darete altrettante voi, spero.

– È vero: mi avete detto che volevate sapere qualche cosa da me. Parlate, signora; io farò il possibile per accontentarvi.

La marchesa stette un momento silenziosa, guardando a sua volta intensamente il conte; poi, indicando col dito la spada che il corsaro portava al fianco, gli disse: – Ieri sera, durante la festa, non avevate quella spada. L’impugnatura è diversa. Perché l’avete cambiata?

– Perché l’altra la perdei mentre mi imbarcavo sulla scialuppa che doveva condurmi sulla mia fregata – rispose il corsaro, arrossendo come una fanciulla.

– O l’avete lasciata invece nel petto di qualcuno che vi dava noia? – chiese la marchesa con voce grave.

Il conte di Ventimiglia non potè fare a meno di trasalire.

– Signora, – disse con voce grave – da buon gentiluomo io non posso mentire e confesso francamente di aver lasciato la punta della mia lama nel petto del conte di Sant’Iago. Vi giuro però sul mio onore che non sono stato io a provocare la contesa.

– Vi credo, conte; il capitano era un uomo violentissimo ed un grande spadaccino e temevo appunto che vi aspettasse fuori per darvi una stoccata. Mi stupisce invece che l’abbia ricevuta.

– Perché, marchesa?

– Tutti lo temevano, perché si sapeva che era una fortissima lama

– Eh, signora, appartengo ad una famiglia di formidabili spadaccini e molti sono stati spacciati dai conti de Miranda, anche per puntigli d’onore

– E voi l’avete ucciso!

– Dovevo ben difendere la mia vita.

– Da solo!

– Perché mi fate questa domanda?

– Perché mi hanno detto che con voi vi erano due uomini.

– Sí, due miei marinai, i quali, dietro mio ordine, assisterono impassibili al duello. Non avrei certo permesso che s’immischiassero in una faccenda che riguardava me solo. Il capitano era un gentiluomo, non già un bandito che si potesse assalire con tre spade o assassinare a colpi di pistola.

– Siete coraggioso! – esclamò la marchesa, guardandolo con profonda ammirazione. – Nessun spadaccino avrebbe osato assalire il conte di Sant’Iago.

– Di San Domingo forse – rispose il conte. – Io non sono nato nelle isole del grande golfo ed ho avuto per maestri uomini d’arme di Spagna, di Francia e soprattutto d’Italia.

– Sapete che si sospetta di voi?

– Come autore dell’uccisione del capitano?

– Sí, conte.

– Ebbene, che cosa vuol dir ciò? Forse che a San Domingo non è permesso a due gentiluomini di definire una questione a colpi di spada?

– Non dico di no, ma il duello è avvenuto senza testimoni, e poi…

– Scusate, marchesa, vi erano i miei marinai. Ed ora continuate.

– Vorrei chiedervi dove avevate acquistata quella spada che spense il capitano.

Il conte si era alzato e guardava la marchesa con inquietudine.

– Mi avete fatto una domanda che potrebbe avere…

Si interruppe bruscamente vedendo entrare il maggiordomo della marchesa.

– Che cosa volete? – chiese la signora di Montelimar un po’ seccata da quella improvvisa comparsa.

– Perdonate, signora – rispose il maggiordomo. – Vi sono nella stanza vicina due marinai che insistono per comunicare al signor conte una grave notizia.

– Un bianco e un meticcio? – chiese il capitano della Nuova Castiglia.

– Sí, signor conte, e poi…

– Continuate – disse la marchesa.

– Vi è anche giú un capitano degli alabardieri, accompagnato da venti uomini, che domanda di visitare il palazzo.

– Per quale motivo?

– Ha un mandato di arresto.

– Per chi?

– Per il signor conte – rispose il maggiordomo dopo una breve esitazione.

Il conte spiccò un salto e portò la destra sulla guardia della spada.

– Dovranno fare i conti con questa lama! – gridò. – Dite al capitano degli alabardieri che attenda dieci minuti, perché la marchesa di Montelimar possa finire tranquillamente la sua colazione e, se insiste, fatelo bastonare dai servi… Mendoza! Martin!

I due marinai, udendo quella chiamata, si precipitarono nel salotto, spingendo da una parte il povero maggiordomo e sguainando le spade.

– Conte! – esclamò la marchesa, la quale era diventata pallidissima.

– Che cosa significa ciò?

– Ve lo dirò subito, signora – rispose il corsaro. – Permettetemi

d’interrogare prima i miei uomini… Per me si tratta di vita o di morte.

– Che cosa dite?

– Fra mezzo minuto, marchesa. Parla tu, Mendoza!

– Signor conte, pare che si preparino a prenderci, o per lo meno ad arrembarci – rispose il vecchio marinaio. – Tutti i galeoni e le caravelle da qualche ora prendono posizione dinanzi all’uscita del porto, come se avessero intenzione di impedirci di guadagnare il largo. Qualcuno deve aver tradito il nostro segreto.

– Che cosa ha fatto il mio tenente?

– Il signor Verra ha fatto caricare i cannoni, per essere pronto a mitragliare galeoni e caravelle, ed ha comandato a tutti i marinai di armarsi. Non abbiamo a fondo che una sola ancora.

– Benissimo: è un brav’uomo che non si lascia mai cogliere di sorpresa. Ah, i marinai genovesi! Nessuno può eguagliarli.

– Conte, – gridò la marchesa – che cosa dite voi?

– Un momento ancora, signora – rispose il fiero giovane. – Mendoza, sono tutti a bordo i miei uomini?

– Tutti, capitano.

– Siamo in ottanta e faremo sudare freddo quelli che vorranno impedirci di prendere il largo… Ora a voi, signora di Montelimar. Io ho vinto la corsa al gallo e voi mi siete debitrice d’un bacio. Permettete dunque che io ne deponga uno sulle vostre belle mani. Sarà certamente il primo e l’ultimo, poiché, se non accade un miracolo, fra pochi minuti scomparirà anche l’ultimo conte di Ventimiglia, di Roccabruna e di Valpenta!

– Di Ventimiglia, avete detto? – esclamò la marchesa.

– Sí, signora, io sono il figlio di quel Corsaro Rosso che i vostri compatrioti hanno appiccato!

La marchesa stette muta per qualche istante, in preda ad una vivissima emozione.

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