Emilio Salgari - Le meraiglie del Duemila
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«Un mezzo un po’ brutale, signor Holker, e anche inumano.»
«Se non si facesse così, le nazioni si vedrebbero costrette ad avere delle truppe per mantenere l’ordine. E del resto siamo in troppi in questo mondo, e se non troviamo il mezzo d’invadere qualche pianeta, non so come se la caveranno i nostri pronipoti fra altri cent’anni, a meno che non tornino, come i nostri antenati, all’antropofagia. La produzione della terra e dei mari non basterebbe a nutrire tutti, e questo è il grave problema che turba e preoccupa gli scienziati. Ah! se si potesse dar la scalata a Marte che ha invece una popolazione così scarsa e tante terre ancora incolte!»
«Come lo sapete voi?» chiese Toby, facendo un gesto di stupore.
«Dagli stessi martiani» rispose Holker.
«Dagli abitanti di quel pianeta!» esclamò Brandok.
«Ah, dimenticavo che ai vostri tempi non si era trovato ancora un mezzo per mettersi in relazione con quei bravi martiani.»
«Scherzate?»
«Ve lo dico sul serio, mio caro signor Brandok.»
«Voi comunicate con loro?»
«Ho anzi un carissimo amico lassù che mi dà spesso sue notizie.»
«Come avete fatto a mettervi in relazione coi martiani?»
«Ve lo dirò più tardi, quando avrete visitato la stazione elettrica di Brooklyn. Eh! Sono già quarant’anni che siamo in relazione coi martiani.»
«È incredibile!» esclamò il dottor Toby. «Quali meravigliose scoperte avete fatto voi in questi cent’anni!»
«Molte che vi faranno assai stupire, zio. Appena vi sarete completamente rimessi, vi proporrò di fare una corsa attraverso il mondo. In sette giorni saremo nuovamente a casa.»
«Il giro del mondo in una settimana!…»
«È naturale che ciò vi stupisca. Ai vostri tempi s’impiegavano quarantacinque o cinquanta giorni, se non m’inganno.»
«E ci sembrava d’aver raggiunto la massima velocità.»
«Delle tartarughe» disse Holker, ridendo. «Poi faremo anche una corsa al polo nord a visitare quella colonia.»
«Si va anche al polo, ora?»
«Bah!… è una semplice passeggiata.»
«Avete trovato il mezzo di distruggere i ghiacci che lo circondano?…»
«Niente affatto, anzi io credo che le calotte di ghiaccio che avvolgono i due confini della terra siano diventate più enormi di quello che erano cent’anni fa; eppure noi abbiamo trovato egualmente il mezzo di andare a visitarli e anche a popolarli. Vi abbiamo relegati là…»
Un sibilo acuto che sfuggì da un foro aperto sopra una mensola che si trovava in un angolo della stanza, gl’interruppe la frase.
«Ah, ecco la mia corrispondenza che arriva» disse Holker, alzandosi.
«Un’altra meraviglia!» esclamarono Toby e Brandok alzandosi.
«Una cosa semplicissima» rispose Holker. «Guardate, amici miei.»
Premette un bottone al disotto d’un quadro che rappresentava una battaglia navale. La figura scomparve, innalzandosi entro due scanalature, e lasciando un vano d’un mezzo metro quadrato. Dentro v’era un cilindro di metallo coperto di numeri segnati in nero, lungo sessanta o settanta centimetri, con una circonferenza di trenta o quaranta.
«Il mio numero d’abbonamento postale è il 1987» disse Holker. «Eccolo qui, e in un piccolo scompartimento sono state collocate le mie lettere.»
Mise un dito sul numero, s’aprì uno sportellino e trasse la sua corrispondenza, poi fece ridiscendere il quadro e premette un altro bottone.
«Ecco il cilindro ripartito» disse. «Va a distribuire la corrispondenza agli inquilini della casa.»
«Come è giunto qui quel cilindro?» chiese Brandok.
«Per mezzo d’un tubo comunicante coll’ufficio postale più vicino, e rimorchiato da una piccola macchina elettrica.»
«E come si ferma?»
«Dietro il quadro vi è uno strumento destinato ad interrompere la corrente elettrica. Appena il cilindro vi passa sopra, si ferma e non riparte se io prima non riattivo la corrente premendo quel bottone.»
«Vi è un cilindro per ogni casa?»
«Sì, signor Brandok; devo avvertirvi che le abitazioni moderne hanno venti o venticinque piani e che contengono dalle cinquecento alle mille famiglie.»
«La popolazione d’uno dei nostri antichi sobborghi» disse il dottore. «Non ci sono dunque più case piccole?»
«Il terreno è troppo prezioso oggidì, e quel lusso è stato bandito. Non si può sottrarre spazio all’agricoltura. Ma comincia a far buio; sarebbe tempo d’illuminare il mio salotto. Ai vostri tempi che cosa si accendeva alla sera?»
«Gas, petrolio, luce elettrica» disse Brandok.
«Povera gente» disse Holker. «E come doveva costar cara allora l’illuminazione!»
«Certo, signor Holker» disse Brandok. «Ora invece?»
«Abbiamo quasi gratis la luce ed il calore.»
Dal soffitto pendeva un’asta di ferro che finiva in una palla, composta d’un metallo azzurro.
Il signor Holker l’aprì facendola scorrere sopra l’asta e tosto una luce brillante, simile a quella che mandavano un tempo le lampade elettriche, si sprigionò, inondando il salotto.
Ciò che la produceva era una pallottolina appena visibile che si trovava infissa sotto la sfera, e la luce che tramandava, espandeva un dolce calore assai superiore a quello del gas.
«Che cos’è?» chiesero ad una voce Brandok e Toby.
«Un semplice pezzetto di radium» rispose Holker.
«Il radium!» esclamarono i due risuscitati.
«Si conosceva ai vostri tempi?»
«L’avevano già scoperto» rispose Toby. «Ma non si usava ancora a causa dell’enorme suo costo. Un grammo non si poteva avere a meno di tre o quattromila lire. E poi non s’era potuto trovare ancora il modo di applicarlo, come avete fatto ora voi. Tutti però gli predicevano un grande avvenire.»
«Quello che non hanno potuto fare i chimici del 1900 l’hanno fatto quelli del Duemila» disse Holker. «Quel pezzetto lì non vale che un dollaro e brucia sempre, senza mai consumarsi. È il fuoco eterno.»
«Meraviglioso metallo!…»
«Sì, meraviglioso, perché oltre a darci la luce, ci dà anche il calore. Ha detronizzato il carbon fossile, la luce elettrica, il gas, il petrolio, le stufe ed i camini.»
«Sicché anche le vie sono illuminate con lampade a radium?» chiese Toby.
«E anche gli stabilimenti, le officine e così via.»
«E nelle miniere di carbone non si lavora più?»
«A che cosa servirebbe il carbone? Poi cominciavano già ad esaurirsi.»
«La forza necessaria per far agire le macchine degli stabilimenti, chi ve la dà ora?»
«L’elettricità trasportata ormai a distanze enormi. Le nostre cascate del Niagara, per esempio, fanno lavorare delle macchine che si trovano a mille miglia di distanza. Se noi volessimo, potremmo dare di quelle forze anche all’Europa, mandandole attraverso l’Atlantico. Ma anche laggiù hanno costruito delle cascate sui loro fiumi e non hanno più bisogno di noi.»
«Amico James,» disse Toby «ti penti d’aver dormito cent’anni per poter vedere le meraviglie del Duemila?»
«Oh no!» esclamò vivamente il giovane.
«Credevi di veder il mondo così progredito?»
«Non mi aspettavo tanto.»
«E il tuo spleen?»
«Non lo provo più, tuttavia… non senti nulla tu?»
«Sì, un’agitazione strana, un’irritazione inesplicabile del sistema nervoso» disse Toby. «Mi sembra che i muscoli ballino sotto la mia pelle.»
«Anche a me» disse Brandok.
«Sapete da che cosa deriva?» chiese Holker.
«Non saprei indovinarlo» rispose Toby.
«Dall’immensa tensione elettrica che regna ormai in tutte le città del mondo ed a cui voi non siete ancora abituati. Cent’anni fa l’elettricità non aveva ancora raggiunto un grande sviluppo, mentre ora l’atmosfera ed il suolo ne sono saturi. Ma vi abituerete, ne son certo. E per oggi basta. Andate a riposare e domani mattina faremo una corsa attraverso Nuova York sul mio Condor.»
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