Anton Barrili - L'undecimo comandamento - Romanzo
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– Eh, pensiamoci pure; – disse il sottoprefetto con aria di condiscendenza, temperata da un sorrisetto e da una crollatina di spalle. – Se in Parlamento penseranno a votarmi una legge contro il celibato, non dubiti, mi metterò subito in campagna, con una mezza dozzina di carabinieri. Signor Prospero, Lei mi aiuterà, chiamando sotto le armi la guardia nazionale.
– Propongo un altro metodo; – entrò a dire il ricevitore del registro. – Sono quattordici, i frati di San Bruno? Si va col sindaco e con quattordici ragazze da marito.
– Bella trovata! – gridò la signora Morselli. – Resta a vedersi se le ragazze di Castelnuovo si degneranno di fare la strada per quei quattordici sciocchi. Già m'immagino che saranno anche brutti.
– No, signora mia; – rispose il duca di Francavilla; – li ho veduti in refettorio e…
– A proposito. Ella deve continuare la sua storia, signor duca. Era rimasto… Dov'era rimasto?
– In vista del convento. Ma il resto del viaggio può esser soppresso, senza nuocere alla chiarezza del racconto.
– No, no, vogliamo tutto, dall'a fino alla zeta.
– Non le facciamo grazia d'una virgola.
– Capisco, – disse il duca ridendo, – non mi permettono di far punto.
– Incominci, la prego, a non far punto e virgola; – gridò quel capo ameno del ricevitore.
– Obbedisco; – replicò il duca di Francavilla, inchinandosi. – Dalla svolta a cui eravamo rimasti, fino al convento, sono forse mille passi, e la strada scende insensibilmente fin là. Non si direbbe che, in un luogo alpestre come quello, si nasconda una valle, e direi quasi una conca, di così dolce declivio. Ah, non è questo che vogliono, signore mie? Accettino dunque il mio metodo; prendiamo la via più breve ed entriamo difilati in convento. È fabbricato come tutti gli altri, ha un portone, un androne, un parlatoio; certi santi dipinti a fresco lungo le pareti, e i miracoli di san Bruno nelle lunette tra i cornicioni delle mura e gli archetti della vôlta; un cortile con un porticato in giro, il pozzo nel mezzo, e gli ortaggi intorno al pozzo. Dico male; ortaggi, no; ci hanno piantato dei fiori. E questi fiori mi hanno dato da pensare. Perchè dei fiori, nel convento dei matti? Non è una comunità di odiatori delle donne? Ora, dove non si amano le donne, e che servono i fiori? Io non mi ci raccapezzo, e lascio il quesito ad ingegni più accorti del mio. Accennerò soltanto una cosa, che potrà servire come schiarimento agli studiosi. Il frate converso mi ha detto che il priore non ama l'aglio e tollera appena il prezzemolo nella frittata.
– Avanti, signor duca, avanti!
– Sono agli ordini delle signorie loro. Andando oltre in compagnia del converso, incontrai un frate, vestito in tutto come il mio accompagnatore, ma più pulito quel tanto. Mi parve un uomo sui quarant'anni, ma forse lo faceva più vecchio la gravità dell'aspetto. Non badò a me, tranne per rispondere al mio saluto con un cenno del capo. – "Padre Anselmo!" gli disse il converso, inchinandosi. – "Fratello Giocondo!" gli rispose quell'altro. Seppi così che il converso si chiamava Giocondo; un bel nome e bene appropriato al personaggio. – "Chi è questo padre Anselmo?" gli domandai. – "È il bibliotecario" mi rispose il converso. – "Diamine! non l'hanno in cantina, la biblioteca?" – "Che! Magari avessero più vino e meno libri! Ma già, all'esser tinozzi di quel buono, preferiscono d'esser pozzi di scienza, ed hanno fatto una biblioteca ricchissima." – Più avanti, c'incontrammo in un altro. – "Padre Bonaventura!" disse il converso, inchinandosi come prima. – "Fratello Giocondo!" rispose quell'altro, e tirò via. – "E questo chi è?" domandai. – "L'astronomo." – "Come? Avete anche un osservatorio?" – "Sicuramente, e un laboratorio di chimica, e tante altre diavolerie. Tutte le settimane i padri si radunano un giorno a capitolo, e mettono i loro studi in comune." – "Benissimo! E faranno un giornale?" – "Ci hanno pensato, – mi rispose fratello Giocondo, – ma finora non sono in numero per impiantare anche una tipografia. Presto saranno quattordici e allora stamperanno il giornale scientifico." – "Riescirà interessante e lo leggerò volentieri." – "Credo che sarà difficile; fanno conto di stamparne a mala pena quindici copie; una per ciascheduno di loro, ed una per la biblioteca. Almeno, così ho sentito dire." – Rimasi di stucco. Saranno matti, sì e no, pensavo, ma certamente sono molto curiosi. Seguitai il converso; vidi la chiesa, che è stata trasformata in biblioteca; quindi entrai nella sala del capitolo, che ha i sedili torno torno, come al tempo dei frati Camaldolesi, con la giunta di certi scaffali nel mezzo, per le riviste scientifiche, letterarie ed artistiche di tutte le parti d'Europa. Dal medaglione della vôlta, san Bruno benedice ogni cosa. —
IV
La società raccolta intorno al duca di Francavilla s'era fatta seria, a mano a mano che egli procedeva nella sua narrazione.
– È una rinunzia al mondo, senza uscire dal mondo; – osservò il più sentenzioso tra tutti i sottoprefetti del regno.
– Così la intendono difatti; – ripigliò il duca di Francavilla. – Ho veduto finalmente il priore; un uomo sui trentacinque, o giù di lì; bruno di capegli, di fattezze regolari con due occhioni intelligenti che prendono risalto dalla bianchezza del viso. Anch'egli porta la tunica color tabacco, ma dallo scollo gli escono fuori i solini della camicia, che rompono la monotonia del vestiario, e porta in capo una berretta di velluto, tagliata artisticamente, sulla foggia del Cinquecento. Mi accolse benissimo, quantunque gli occhi indagatori tradissero un'ombra di sospetto. Gli raccontai sinceramente chi fossi, perchè mi trovassi a Castelnuovo e, pel momento, lassù. Egli allora ad interrogarmi sulle caverne, sugli scavi, e sulla profondità de' miei studi, che è poca davvero. Si vedeva chiara l'intenzione di darmi l'esame; ma io feci mostra di non avvedermi di nulla e gli sciorinai tutta la mia povera scienza. Ebbi la fortuna di entrargli in grazia; il suo volto si rasserenò e la sua lingua si sciolse. – "Voi ci guadagnate la mano; – mi disse; – anche noi volevamo intraprendere qualche ricerca di questo genere; perchè qui, nel convento di San Bruno, si vuol bastare a molte cose e fare un piccolo mondo per noi." – "Non c'è il grande?" osservai. – "Grande, sì, – mi rispose, – ma noioso troppo, con le sue invidie, co' suoi rancori, e con tutte l'altre malinconie che guastano ogni cosa. Nessuno può viverci a modo suo; e questo sarebbe il meno male; – soggiunse con aria benevola; – ma il guaio è questo, che nessuno può adoperarsi per gli altri, senza esserne pagato di mala moneta. Faccia il mondo i fatti suoi e ci viva dentro chi vuole; noi, tirati in disparte, avremo tutto il buono del mondo, e respingeremo il cattivo." – "Incominciando dalle donne?" osai domandargli.
– Ah, ci siamo! – gridarono le signore. – E che cosa le ha risposto?
– Rimase a tutta prima in silenzio, guardandomi fisso. Veramente, m'ero spinto un po' troppo. Ma la mia aria non era d'uomo che avesse gettato là un frizzo per dar noia al proprio interlocutore, bensì di un uomo che amava illuminarsi nella discussione. E il priore lo intese, poichè, fatto un sorriso malinconico e data una crollatina di testa, mi rispose… Aspettino, signore mie, vorrei ricordarmi con precisione di tutto. Un ragionamento così bello!..
– Via, per farcelo parere più bello, questo benedetto discorso, non ce lo faccia aspettar troppo; – gridarono le dame, con quel tono di familiare autorità, che dimostrava il conto in cui era tenuto il personaggio.
– Pazienza, lo ripeterò male; ma non sarà colpa mia; – ripigliò il duca di Francavilla. – "Signore, mi disse il frate, non è così che l'intendiamo noi altri. La nostra comunità non ha ufficio di odiare le donne. Esse non entrano nel nostro credo, non fanno parte del nostro ideale, ecco tutto. Si odiano forse i diamanti, per la semplice ragione che non si portano in dito?"
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