Anton Barrili - L'undecimo comandamento - Romanzo
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Ad onta di questi difetti, che parranno piccoli o grossi, secondo il modo di vedere, i giovani facevano tutti la ruota davanti alla signorina Adele. Non sempre ci si trovavano bene, con lei, che aveva l'aria di canzonarli, e che li piantava lì su due piedi, non badando ai loro madrigali, per tener dietro ad un ragionamento di amministrazione, o di politica pura. Sì, Dio buono, anche di politica, che è il colmo dell'abominio.
– O perchè non lascia questi discorsi agli uomini? – si chiedeva qualche volta, vedendo la signorina Adele infervorarsi in quelle miserie dello spirito.
Domanda vana, che risponde ad un sentimento sciocco. Io, per me, vorrei che certi discorsi, con cui andiamo turbando la nostra esistenza mascolina, se li usurpassero pure le donne. Quando odo una bella figlia d'Eva ragionar di politica, Dio mi perdoni, l'abbraccerei. Ecco, io dico tra me, ecco una persona che ci trova gusto, a masticare questo pezzo di sughero!
Adele Ruzzani era dunque una fanciulla capricciosa. Ma, lo ripeto, non faceva fuggire nessuno. Quante cose non si permettono ad una coppia di milioni, quando vestono gonnella? Si può dir corna di quei milioni, desiderare di vederli spartiti, quegli spicchi di settantacinque centesimi, che toccherebbero ad ognuno, secondo i calcoli più diligenti, se la divisione fosse fatta con equità, dal primo dei livellatori all'ultimo dei livellati; ma intanto quei due milioni comandano il rispetto, incatenano lo sguardo. Si fa il filosofo, si torce il muso, si gira, ma ci si casca poi sempre, anche giurando che ciò si è fatto per la bellezza di due occhi, per la freschezza di due guance, e via discorrendo. Il fatto sta che si guarda quella bellezza due volte più delle altre, collocate su d'un piedestallo più umile, e si ha l'aria di voler trovare la ragione di certi riflessi dorati nella cavità dell'occhio e nel sottosquadro della guancia.
Resta sempre che bisogna essere scaltri e non lasciarsi scorgere. Le ragazze in genere sono furbacchiotte, e le ricche in particolare sono sospettose. Con loro, anche a non pensarci affatto, potreste passare per cacciatori di doti.
E scaltro la parte sua era il signor duca di Francavilla. Il giovane dilettante di archeologia preistorica mostrava un'eguale sollecitudine per tutti gli strati sociali di Castelnuovo. Faceva nobilmente la sua corte alle signore attempate; poi, senza parere, andava dalle giovani, prendendo posto in mezzo ai due crocchi, mettendosi all'equatore tra quei due poli, ora tenendo a chiacchiera la signorina Adele, ora la contessina Berta, parlando a questa di musica, a quella di viaggi. Per allora, la Gamberini amava discorrere di Riccardo Wagner, la Ruzzani della Nuova Guinea. E il Francavilla passava dal Lohengrin ai Papuas, con quella leggerezza, con quella disinvoltura che fa onore a chi parla e invidia a chi ascolta.
Nè, per la signorina Adele e per la contessina Berta, erano dimenticate le altre. Il signor duca di Francavilla pagava nobilmente l'ospitalità di Castelnuovo. Aveva gentilezze per tutte; gli bastava il cenno di questa o di quella per cambiar materia; pari alle farfalle di carta inventate dai giapponesi, svolazzava di qua e di là ad ogni soffio, e non toccava mai terra. Duca portentoso! E dire che quel giovinotto, uno tra i primi gentiluomini d'Italia, era là, ascoso in un circondario campestre, passando le mattinate a scavare il suolo delle caverne, e le serate a profondere il suo spirito nella sala di una sottoprefettura!
A proposito, e dove abbiamo lasciato il nostro ottimo sottoprefetto?
Un uomo simile non va trascurato. Egli è il primo in Castelnuovo Bedonia, non lo dimentichiamo.
Il nostro cavalier Tiraquelli era rientrato nella sala di ricevimento, in compagnia del fido signor Prospero Gentili, il cui volto aperto e sorridente pareva già lumeggiato dai toni caldi d'un collare della Corona d'Italia. Il futuro commendatore aveva fatto un mezzo giro a sinistra, per andare tra gli uomini gravi, nel consesso degli Dei, accanto al canapè di damasco rosso, dove sfolgoravano di luce propria la padrona di casa e la contessa Gamberini. Il sottoprefetto aveva fatto un mezzo giro a destra, verso il crocchio dei begli umori; aveva ascoltata con benevola gravità una barzelletta del ricevitore del registro; quindi, come un sovrano in volta attraverso le file de' suoi cortigiani, era andato verso il pianoforte, dove scoppiettava l'arguzia del duca di Francavilla.
– Signor duca, bene arrivato. Di che si parlava?
– Ah sì, Ella capita proprio a tempo, signor cavaliere, – disse il duca, ridendo. – Ce n'ho una che vale un Perù. Ella ha nella sua giurisdizione una meraviglia, ed io non ne sapevo ancor nulla. —
III
Il sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia atteggiò le labbra ad un sorriso tra l'arguto e il melenso, che rispondeva benissimo allo stato particolare di un uomo, il quale per ragione dell'ufficio dovesse indovinare a volo e che frattanto avrebbe voluto essere aiutato un pochino.
– Una meraviglia! – esclamò egli avvicinandosi e cercando di guadagnar tempo.
– Mi correggo; – ripigliò il duca di Francavilla. – Le meraviglie, nel suo circondario, sono parecchie, anzi più delle sette di cui si vantava l'antichità; – soggiunse egli, volgendo intorno una rapida occhiata, come se volesse sparpagliare il complimento tra tutte le sue ascoltatrici. – Ma intendevo parlare d'una meraviglia medievale, di una stranezza, d'un anacronismo… infine, per chiamar le cose col loro nome, del convento dei matti.
– Ah! – rispose il sottoprefetto, dando una rifiatata. – E lei, signor duca, si è inerpicato fin là?
– Certamente; il dilettante d'archeologia preistorica ha perduta la sua giornata, facendola guadagnare al curioso. Ho veduto il convento dei matti e ci ho mangiata anche la frittata dell'amicizia. —
Il duca di Francavilla non s'immaginava di aver fatto una cosa tanto singolare. Lo pensò, quando vide che tutti gli si strinsero intorno, come altrettanti bambini a cui avesse raccontato di essere andato alle tre montagne d'oro, o agli alberi del sole.
– Racconti, signor duca, racconti! – gli dissero.
– Penetrare nel convento dei matti non è mica una cosa facile!
– Davvero?
– Sicuramente, e Lei può stimarsi fortunato. Ci è una guardia così severa contro tutti i curiosi!
– È vero quello che se ne dice? – domandò la signorina Adele Ruzzani.
– Signorina… – rispose il duca, – io veramente non so che cosa se ne dica…
– Che ci sono in quel convento degli uomini in collera col mondo.
– Come tutti i frati, signorina.
– Che si lasciano crescere la barba fino alla cintura; – soggiunse la signora Morselli.
– E si scavano la fossa come i certosini; – rincalzò la contessina Berta.
– Signore mie, non ho veduto niente di ciò; – rispose il duca di Francavilla. – Ho trovato delle persone a modo, con le barbe regolari, ed anche col mento raso. Che siano in collera col mondo, mi par di capirlo dal fatto che si son dati alla vita monastica. Ma infine, non mi è sembrato che odiassero tutti, poichè mi hanno ricevuto benissimo, senza sapere chi fossi, e mi hanno lasciato andare via senza domandarmelo affatto.
– Essi, – notò il sottoprefetto, – non odiano che il sesso gentile.
– Oh brutti! – esclamò la signora Morselli, con un gesto di orrore.
– Già, – continuò il sottoprefetto, – abborrono le giovani; per aver grazia davanti a loro, bisogna essere venerabili. —
La signora Morselli che voleva essere annoverata fra le giovani, arricciò il naso, peggio che non avesse fatto da prima.
– Ma in che modo è andato a battere lassù, signor duca? – ripigliò il sottoprefetto, lasciando a mezzo il suo dialogo con la signora Morselli.
– Oh, in un modo naturalissimo, e quasi senza avvedermene. M'ero alzato stamane per tempo, e andavo al mio lavoro prediletto nella caverna della Ripa, quando mi venne udito dalla costa di rimpetto il rumore di alcuni sassi che si staccavano dall'alto e sdrucciolavano giù per la frana. Alzai gli occhi e guardai. Credetti alle prime di riconoscere un cane; ma la sua andatura guardinga per un sentiero così strano, mi pose in sospetto.
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