Massimo Azeglio - Ettore Fieramosca - ossia, La disfida di Barletta
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– Non per certo – rispose Garcia, prendendo i pegni della sfida – Consalvo non impedirà mai questa brava gente di misurarsi le spade e fare il dovere di buoni cavalieri. Ma voi, messer barone (parlando a La Motta) avrete sotto i denti un osso da rodere più duro che non pensate.
– C'est notre affaire – rispose il Francese scuotendo il capo e sorridendo. – Nè io nè i miei compagni terremo per il più pericoloso e per il più splendido fatto della nostra vita, quello nel quale potremo mostrare a questo bravo Spagnuolo il suo errore, facendo votar la sella a quattro Italiani. —
Diego Garcia, che non si sentiva veramente vivo se non quando stava o nel calor d'una mischia o parlando di menar le mani, non capiva in sè dall'allegrezza nel sentir questi preliminari d'una sfida, che sarebbe senza dubbio stata combattuta e contrastata con tutto l'accanimento che può inspirare l'onor nazionale; ed alzando il capo e la voce, e battendo insieme due mani che sarebbero state bene al braccio di Sansone, gridò:
– Le vostre parole, cavalieri, sono degne d'uomini d'onore, e di soldati pari vostri, e son sicuro che i fatti non saranno inferiori. Vivano sempre i bravi di tutte le nazioni! Ed in così dire, imitato dagli altri, alzò il bicchiere, e tutti con grande allegrezza lo votarono più d'una volta in onore de' futuri vincitori. Calmato un poco il romore, Inigo soggiunse:
– L'ingiuria che voi fate al valore italiano, messer cavaliere, non è cosa che i miei amici vorranno passar così di leggieri, nè terminar col rompere d'una lancia, come se si trattasse di aver il pregio d'una giostra. Non parlo per ora del numero de' combattenti: questo si fisserà d'accordo fra le due parti; ma qualunque sia per essere, offro a voi ed ai vostri battaglia a tutte armi ed a tutto sangue, finchè ogni uomo sia morto, o preso, o costretto ad uscir del campo. Accettate voi questi patti?
– Gli accetto. —
Fermato così l'accordo, nè rimanendo per allora altro da aggiungere, le fatiche del giorno e l'ora tarda consigliarono ad ognuno il riposo. La brigata si alzò da tavola di comune consenso; ed uscita dall'osteria, s'andò sciogliendo a mano a mano, riducendosi ciascuno al proprio alloggiamento. I baroni francesi furono onorevolmente trattati, ed ebbero stanza dagli uomini d'arme che gli avean fatti prigioni. Crediamo di poter asserire, che malgrado le bravate colle quali aveano mostrato tener gli Italiani in sì poco conto, un intimo senso, ed in molti l'esperienza gli avvertiva, che a voler uscir ad onore da quest'impegno, bisognavano però più fatti che parole. Inigo anch'egli, benchè fosse più che certo del valore de' suoi amici, e che per la gloria delle armi italiane sarebbero venuti a paragone con tutto il mondo, riflettendo che gli avversarj erano pur gente da guerra di grandissimo conto, e le migliori spade dell'esercito francese, non poteva non istare in pensiero del fine che avrebbe avuta quest'importante faccenda. Infatti La Motta ed i suoi compagni erano uomini da star a fronte di chicchessia. Le loro prodezze nell'armi erano conosciute da tutte le soldatesche d'allora; e nelle squadre francesi v'erano moltissimi altri non inferiori nè in coraggio nè in perizia, ed il famoso Bajardo, per dirne uno, bastava solo ad aggiungere gran peso nella bilancia.
A malgrado di queste riflessioni l'altero Spagnuolo non si pentì un momento d'averla presa per gl'Italiani, e pensò che avrebbe troppo mancato sopportando che l'insolente prigione dicesse tanti vituperj di coloro che non li meritando erano poi suoi amici ed assenti: e come, disse fra sè, potrebbe esser vinto chi combatte per l'onor della patria? Così rinfrancato l'animo, si dispose la mattina seguente a conferire di ciò con Fieramosca, ed usare ogni cura onde la cosa riuscisse ad onore della parte che avea tolto a proteggere; e pieno di questi onorati pensieri, stette, senza molto dormire, aspettando l'ora di metter mano all'impresa.
CAPITOLO TERZO.
–
La rocca di Barletta occupata da Consalvo e da parecchi capi di quell'esercito era posta fra la piazza maggiore della terra ed il mare. Nelle case all'intorno eransi allogati a mano a mano tutti gli ufficiali spagnuoli ed italiani col loro seguito; e fra questi, in una delle migliori abitazioni, i fratelli Prospero e Fabrizio Colonna facevan dimora col sontuoso traino di scudieri, famigli e cavalli, che ad una tanta casa si conveniva. Ettore Fieramosca era loro carissimo sovra ogni altro per mille suoi pregi, e se lo tenevano qual figlio, avendolo accomodato d'una casetta che era presso la marina, attigua alle loro stanze, la quale agiatamente poteva contener lui ed i servi coi cavalli e le bagaglie. La camera più alta della casa, ove solea dormire, avea le finestre volte a levante.
Era l'indomani della cena: il primo chiarore dell'alba faceva appena all'orizzonte distinguere dal cielo la bruna linea del mare, quando il giovane Fieramosca, lasciato il letto ove non sempre trovava sonni tranquilli, uscì su un terrazzo, a' piedi del quale venivano a batter l'onde leggermente agitate dal fresco venticello della mattina.
Poveri abitanti del settentrione! Non sapete quanto valga quest'ora sotto un bel cielo del mezzogiorno, in riva al mare mentre la natura è ancora tutta nel sonno, e questo silenzio viene appena interrotto dal sordo gorgoglìo dell'onda, che al pari del pensiero, non ebbe mai riposo dal dì che fu creata, nè l'avrà finchè più non sia. Chi non s'è trovato solo a quest'ora, chi non ha sentito sventolarsi presso il viso l'ultimo batter d'ala della nottola matutina nel principiar del caldo sulle belle coste del regno, non sa sin dove giunga la divina bellezza delle cose create.
Lungo il muro del terrazzo cresceva una palma. Seduto sul parapetto, le spalle appoggiate al tronco, e colle mani intrecciate reggendosi un ginocchio, il nostro giovine soldato stava godendo momenti di quiete, e l'aria pura che precede l'aurora.
La natura gli aveva concesso il prezioso dono d'esser per indole propria spinto a quanto v'ha di bello, di buono e di grande. Un solo difetto si poteva apporgli, se difetto si può chiamare, una soverchia bontà. Ma nudrito da' primi anni fra l'armi, presto conobbe gli uomini e le cose; la sua mente retta nel giudicare imparò qual limite si debba porre alla bontà stessa onde non degeneri in debolezza; e la rigidità che acquista sovente chi si trova fra continui pericoli, in un cuore quale era il suo, divenne una giusta fermezza, degna e preziosa dote d'un petto virile.
Il padre di Fieramosca, gentiluomo capuano della scuola di Braccio da Montone, invecchiato nelle guerre che lacerarono l'Italia durante il secolo XV non potè dare ad Ettore altro che una spada, e questi da giovanetto credette il mestier dell'arme il solo degno di sè, nè potè per molti anni aver pensieri superiori ai tempi in cui viveva, nei quali la forza dell'armi non s'impegnava che ad accrescere la riputazione e l'avere.
Ma crebbe il senno col crescer dell'età; e ne' brevi momenti che si restava dal guerreggiare, invece di spender l'ozio in cacce, in giostre ed in altri giovanili piaceri, ebbe cari gli studi e le lettere; e conosciuti gli antichi autori, e gli onorati fatti di coloro che avevano sparso il sangue in pro della patria e non in vantaggio di chi meglio li poteva pagare, comprese quanto scellerata cosa fosse per sè stesso il mestier dell'arme, se a guisa di masnadiere si faccia col solo fine d'arricchirsi delle spoglie dei deboli, e non per la virtuosa cagione di difendere sè ed i suoi dalle straniere aggressioni.
Nella sua prima adolescenza avea dovuto seguire il padre, che importanti affari chiamavano in Napoli. Alla corte di Alfonso conobbe il celebre Pontano, il quale, colpito dall'ingegno del fanciullo e dalla bella disposizione del suo corpo, gli pose grandissimo amore; ed accoltolo nell'accademia che, quantunque fondata dal Panormita, ha però il nome di Pontaniana, prese ad ammaestrarlo con grandissimo studio, e riportò, in contraccambio, dal giovane quel culto affettuoso che produce la gratitudine unita all'ammirazione.
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