Volodyk - Paolini2-Eldest

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«Naturale» disse Arya, come se non si aspettasse altro. Eragon si accigliò; avrebbe voluto restare da solo con lei, ma evitò di lamentarsi.

Camminarono sotto gli alberi, dove le tenebre già allungavano i loro tentacoli dai tronchi cavi, dalle crepe nei massi e dalle grondaie nodose. Qua e là, una lanterna tremolava dal fianco di un albero o all'estremità di un ramo, proiettando coni di luce su entrambi i lati del sentiero.

Gli elfi illuminati dal raggio delle lanterne erano perlopiù individui solitari, tranne qualche sporadica coppia. Molti erano seduti in alto fra i rami e suonavano leggiadre melodie con le loro siringhe di canne, mentre altri contemplavano il cielo con espressione serena, né del tutto svegli, né del tutto addormentati. Un elfo era seduto a gambe incrociate davanti a un tornio da ceramista che ruotava a ritmo costante, mentre un vaso delicato prendeva forma sotto le sue mani. La gatta mannara, Maud, era accovacciata al suo fianco nell'ombra, intenta a guardare l'opera. I suoi occhi lampeggiarono d'argento quando vide Eragon e Saphira. L'elfo seguì il suo sguardo e li salutò con un cenno del capo senza fermarsi. Attraverso gli alberi, Eragon intravvide un elfo maschio o femmina, chissà - accovacciato su un masso al centro di un torrente, impegnato a mormorare un incantesimo sul globo di vetro che teneva stretto fra le mani. Eragon tese il collo nel tentativo di vedere meglio, ma lo spettacolo era già svanito nel buio.

«Cosa fanno gli elfi» domandò Eragon a bassa voce per non disturbare nessuno «per vivere o come professione?» Arya rispose in tono altrettanto pacato. «La nostra profonda conoscenza delle arti magiche ci garantisce tutto il tempo libero che vogliamo. Non andiamo a caccia e non coltiviamo, e di conseguenza passiamo le giornate ad approfondire i nostri interessi, quali che siano. Non esistono molte cose per cui dobbiamo sforzarci.»

Attraverso una galleria di sanguinella tappezzata di rampicanti, entrarono nell'atrio di una casa cresciuta da un anello di alberi. Un rifugio senza pareti occupava il centro dell'atrio, che ospitava una forgia e un assortimento di strumenti che Eragon sapeva avrebbe fatto felice Horst.

Un'elfa impugnava un paio di piccole tenaglie infilate in un cumulo di braci ardenti, azionando un mantice con la mano destra. Con rapidità sorprendente, estrasse le tenaglie dal fuoco - rivelando un anello d'acciaio incandescente stretto fra le ganasce - poi infilò l'anello nel bordo di un corsaletto di maglia incompleto appeso sull'incudine, prese un martello e saldò le estremità dell'anello con un colpo solo, in un'esplosione di scintille.

Soltanto allora Arya si avvicinò. «Atra esterni ono thelduin.»

L'elfa li guardò, il collo e le guance arrossati dalla luce violenta delle braci. Come una fitta filigrana incisa nella pelle, il suo volto era solcato da un delicato intrico di rughe, la più grande dimostrazione di età che Eragon avesse mai visto in un elfo. Non rispose ad Arya, un gesto che lui sapeva essere scortese e offensivo, specie dal momento che la figlia della regina l'aveva onorata parlando per prima.

«Rhunòn-elda, ti porto a conoscere il nuovo Cavaliere, Eragon Ammazzaspettri.»

«Ho sentito che eri morta» disse Rhunòn ad Arya. La sua voce era rauca, molto diversa da quella degli altri elfi. Ricordava a Eragon quella dei vecchi di Carvahall, seduti sotto il portico di casa a fumare la pipa e narrare storie. Arya sorrise. «Quand'è stata l'ultima volta che sei uscita di casa, Rhunòn?»

«Dovresti saperlo. È stato per quella Festa di Mezza Estate dove mi hai trascinata a forza.»

«Tre anni fa.»

«Sul serio?» Rhunòn aggrottò la fronte, mentre premeva sulle braci e le copriva con una grata. «E allora? Trovo irritante la compagnia. Soltanto un mucchio di chiacchiere insulse che...» S'interruppe per rivolgere un'occhiata torva ad Arya. «Perché parliamo in questa stupida lingua? Immagino che tu voglia farmi forgiare una spada per lui. Lo sai che ho giurato di non creare mai più strumenti di morte, non dopo che quel Cavaliere traditore ha portato morte e distruzione con la mia lama.»

«Eragon possiede già una spada» disse Arya. Alzò la mano e mostrò Zar'roc all'elfa.

Rhunòn prese Zar'roc con espressione stupita. Accarezzò il fodero color vinaccia, indugiò sul simbolo nero inciso, tolse una piccola incrostazione di terra dall'elsa, poi chiuse le dita sull'impugnatura ed estrasse la spada con tutta l'autorità di un guerriero. Esaminò entrambi i fili della spada, e flette la lama fra le mani finché Eragon non ebbe paura che si spezzasse. Poi, con un unico movimento, Rhunòn fece roteare Zar'roc in alto e la calò con forza sulle tenaglie, spezzandole in due con un tintinnio sonoro.

«Zar'roc» mormorò Rhunòn. «Mi ricordo di te.» Cullò la spada come una madre avrebbe fatto con il suo primogenito. «Perfetta come il giorno in cui hai visto la luce.» Voltando la schiena, alzò lo sguardo ai rami nodosi, mentre seguiva con le dita i contorni del pomello. «L'intera vita ho trascorso a forgiare queste spade dal metallo grezzo. Poi arrivò lui e le distrusse. Secoli di fatica cancellati in un istante. Sapevo che soltanto quattro esemplari della mia arte erano sopravvissuti. La sua spada, quella di Oromis, e altre due custodite da famiglie che erano riuscite a sottrarle ai Wyrdfell.»

Wyrdfell? domandò Eragon ad Arya con la mente.

Un altro nome per chiamare i Rinnegati.

Rhunòn si rivolse a Eragon. «Ora Zar'roc è tornata da me. Di tutte le mie creazioni, questa è l'ultima che mi aspettavo di rivedere. Come sei entrato in possesso della spada di Morzan?»

«Mi è stata data da Brom.»

«Brom?» L'elfa soppesò la spada con aria distratta. «Brom... mi ricordo di Brom. Mi implorò di sostituire per lui la spada che aveva perduto. Avrei voluto aiutarlo con tutto il cuore, ma avevo già pronunciato il mio giuramento. Il mio rifiuto lo fece andare su tutte le furie. Oromis dovette stenderlo con un colpo perché non voleva andarsene.» Eragon accolse l'informazione con interesse. «La tua spada mi ha servito bene, Rhunòn-elda. Sarei morto da tempo se non fosse stato per Zar'roc. Con essa ho ucciso lo Spettro Durza.»

«Davvero? Allora un po' di bene l'ha fatto.» Rinfoderò la spada e la restituì a malincuore al giovane, poi rivolse lo sguardo a Saphira. «Ah, lieta di conoscerti, Skulblaka.»

Piacere mio, Rhunon-elda.

Senza nemmeno prendersi il disturbo di chiedere il permesso, Rhunòn si avvicinò alla spalla di Saphira e le sfiorò una squama con le unghie corte, inclinando la testa da un lato e dall'altro nel tentativo di esaminare la placca translucida. «Bel colore. Non come quei draghi marroni, tutti fangosi e scuri. A dire il vero, la spada di un Cavaliere dovrebbe essere dello stesso colore del suo drago, e questo azzurro sarebbe stato perfetto per una lama...» Il pensiero parve sottrarle energia. Tornò all'incudine e guardò avvilita le tenaglie spezzate, come se non le importasse più di sostituirle. Eragon aveva la sensazione che sarebbe stato un peccato chiudere la conversazione su quel mesto registro, ma non riusciva a pensare a un modo corretto per cambiare argomento. Il corsaletto scintillante catturò la sua attenzione e, mentre lo studiava, rimase sbalordito nel vedere che ogni anello era saldato. Poiché gli anelli così piccoli si raffreddavano rapidamente, di solito bisognava saldarli prima di unirli al pezzo di maglia principale, il che significava che anche la maglia più fine - come l'usbergo di Eragon - era composta da elementi alternativamente saldati e ribattuti. A meno che il fabbro non possedesse la rapidità e la precisione dell'elfa.

Eragon disse: «Non ho mai visto una maglia come la tua, nemmeno fra i nani. Dove trovi la pazienza di saldare ogni anello? Perché non usi la magia e ti risparmi la fatica?»

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