Volodyk - Paolini2-Eldest

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Dopo un po', Eragon decise che aveva tratto ogni informazione possibile dalle formiche - a meno che non volesse restare lì seduto per il resto della giornata - e stava per tornare nel suo corpo quando uno scoiattolo balzò nella radura. La sua comparsa fu come un lampo abbagliante per Eragon, che si era ormai abituato alle minuscole lucine delle formiche. Sconcertato, fu travolto da un'ondata di sensazioni e sentimenti che scaturivano dall'animale. Annusò la foresta col suo naso, sentì la corteccia cedere sotto le unghie curve e l'aria frusciare intorno alla coda eretta come un pennacchio. In confronto a una formica, lo scoiattolo ardeva di energia e possedeva un'indiscutibile intelligenza. Poi saltò su un altro ramo e si dileguò dalla sua coscienza.

La foresta sembrava molto più buia e silenziosa di prima, quando Eragon aprì gli occhi. Trasse un profondo respiro e si guardò intorno, apprezzando per la prima volta tutta la vita esistente al mondo. Allungando le gambe indolenzite, si avvicinò al cespuglio di rose. Si chinò a esaminarne i rametti, che infatti erano coperti di afidi e dei loro guardiani cremisi. E vicino alla base della pianta c'era il cumulo di aghi di pino che contrassegnava l'ingresso del formicaio. Era strano vederlo con i suoi propri occhi: nulla tradiva le numerose, sottili interazioni di cui adesso era consapevole. Assorto nei suoi pensieri, Eragon tornò nella radura, chiedendosi che cosa potesse mai calpestare a ogni passo. Quando emerse dal folto degli alberi, rimase di stucco nel vedere quanto si era spostato il sole. Devo essere rimasto seduto lì almeno tre ore.

Trovò Oromis nel capanno, intento a scrivere con un calamo di penna d'oca. L'elfo terminò la riga, poi pulì la punta del calamo, chiuse la boccetta dell'inchiostro e chiese: «Cos'hai sentito, Eragon?»

Eragon non vedeva l'ora di raccontare. Mentre descriveva l'esperienza, sentì la propria voce traboccare di entusiasmo nel soffermarsi sui dettagli della società delle formiche. Riferì tutto quanto riuscì a ricordare, fino alle più piccole e insignificanti osservazioni, orgoglioso delle informazioni che aveva raccolto.

Quando ebbe finito, Oromis inarcò un sopracciglio. «Tutto qui?»

«Ma...» Eragon cadde in preda allo sconforto nel rendersi conto che aveva in qualche modo mancato lo scopo dell'esercizio. «Sì, Ebrithil.»

«E che mi dici degli altri organismi nella terra e nell'aria? Sai dirmi cosa facevano mentre le tue formiche si occupavano delle loro greggi?»

«No, Ebrithil.»

«Ecco il tuo errore. Devi renderti consapevole di tutte le cose in eguai misura e non concentrarti su un particolare soggetto. Questa è una lezione essenziale, e finché non ci sarai riuscito, mediterai sul ceppo ogni giorno per un'ora.» «Come saprò quando ci sarò riuscito?»

«Quando potrai osservare uno e comprendere il tutto.»

Oromis fece cenno a Eragon di unirsi a lui a tavola, poi gli pose davanti un foglio di carta immacolato, insieme a un calamo e a una boccetta d'inchiostro. «Finora hai avuto una conoscenza incompleta dell'antica lingua. Nessuno sa riconoscere ogni singola parola di essa, ma devi familiarizzare con la grammatica e le strutture sintattiche, in modo da non tentare il suicidio per colpa di un verbo messo al posto sbagliato o errori del genere. Non mi aspetto che parli la nostra lingua come un elfo - ci vorrebbe una vita - ma mi aspetto che tu acquisisca una competenza inconscia. Voglio dire, devi essere in grado di usarla senza pensare.

«Inoltre devi imparare a leggere e scrivere nell'antica lingua. Ti aiuterà a memorizzare le parole, e in più è una capacità essenziale al fine di comporre un incantesimo particolarmente lungo se non ti fidi della tua memoria, o se trovi un incantesimo scritto e vuoi usarlo.

«Ogni razza ha sviluppato un proprio sistema per scrivere nell'antica lingua. I nani usano il loro alfabeto runico, come gli umani. Ma si tratta di metodi improvvisati che non sono in grado di esprimere le vere sottigliezze della lingua come fa la nostra Liduen Kvaedhi, la Poetica Scrittura. La Liduen Kvaedhi è stata creata per essere il più elegante, raffinata e precisa possibile. È composta da quarantadue forme diverse che rappresentano svariati suoni e si possono combinare in una gamma pressoché infinita di glifi che rappresentano sia parole individuali che intere frasi. Il simbolo sul tuo anello è uno di questi glifi. Il simbolo su Zar'roc un altro... Cominciamo: quali sono i principali suoni vocalici dell'antica lingua?»

«Cosa?»

L'ignoranza di Eragon sulle sfumature dell'antica lingua fu subito evidente. Quando aveva viaggiato con Brom, il vecchio cantastorie si era adoperato perché Eragon imparasse a memoria liste di parole che potevano essergli utili per sopravvivere, come anche a perfezionare la pronuncia. Se l'era cavata egregiamente in questi due campi, ma non sapeva nemmeno spiegare la differenza fra articolo determinativo e indeterminativo. Oromis non mostrò in alcun modo di essere irritato per le lacune nella sua istruzione, e invece cominciò a lavorare alacremente per colmarle. A un certo punto, durante la lezione, Eragon commentò: «Non ho mai avuto bisogno di molte parole per i miei incantesimi. Brom pensava che avessi un talento naturale, visto quello che riuscivo a fare solo con brisingr. Credo di aver usato l'antica lingua soprattutto quando parlavo con Arya nella sua mente, e quando ho benedetto un'orfana nel Farthen Dùr.»

«Hai benedetto una bambina nell'antica lingua?» disse Oromis, allarmato. «Ricordi come hai formulato la benedizione?» «Sicuro.»

«Recitala per me.» Eragon ripete le parole, e un'espressione di puro orrore si dipinse sul volto di Oromis, che esclamò: «Hai usato skòlirl Sei sicuro? Non era skoliro?»

Eragon si accigliò. «No, skolir. Perché non avrei dovuto usarla? Skolir significa protetta... "e che tu possa essere protetta dalla sventura". Era una benedizione.»

«Non è stata una benedizione, ma una maledizione.» Oromis era agitato come Eragon non l'aveva mai visto. «Il suffisso o forma il participio passato dei verbi che finiscono in rei. Skoliro significa protetto, ma skolir significa protezione. Quello che hai detto è: "Che la fortuna e la felicità ti assistano e che tu possa essere una protezione dalla sventura". Invece di preservare quella bambina dai capricci del fato, l'hai condannata a sacrificarsi per gli altri, ad assorbire le loro miserie e le loro sofferenze perché possano vivere in pace.»

No, no! Non può essere! Eragon tentò di negare la possibilità con tutte le sue forze. «Gli effetti di un incantesimo non sono determinati soltanto dal senso delle parole, ma anche dalle intenzioni, e io non avevo intenzione di farle del male...»

«Non puoi rinnegare la natura intrinseca di una parola. Piegarla, sì. Guidarla, certo. Ma non contraddire la sua definizione per implicare l'esatto contrario.» Oromis congiunse i polpastrelli, con lo sguardo fisso sul tavolo, la bocca ridotta a una sottile riga bianca. «So bene che non intendevi farle del male, altrimenti i miei insegnamenti finirebbero qui. Se eri sincero e il tuo cuore puro, allora questa benedizione causerà meno tribolazioni di quanto temo, pur restando fonte di più sofferenze di quante vorremmo.»

Eragon fu scosso da un tremito violento nel rendersi conto di quanto aveva fatto alla vita della bambina. «Magari non cancellerà il mio errore» mormorò, «ma forse potrà alleviarlo: Saphira ha marchiato la bambina sulla fronte, come marchiò il mio palmo con il gedwéy ignasia.»

Per la prima volta in vita sua, Eragon vide un elfo restare di stucco. Oromis spalancò gli occhi e strinse così forte i braccioli della sedia che il legno gemette. «Una persona che porta il segno dei Cavalieri, ma non è un Cavaliere» mormorò alla fine. «In tutta la mia lunga vita, non ho mai conosciuto qualcuno come voi due. Ogni decisione che prendete sembra avere conseguenze che superano di gran lunga ogni previsione. Cambiate il mondo con il vostro arbitrio.»

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