Volodyk - Paolini2-Eldest
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Eragon barcollò sotto il peso della sella ricevuta da Oromis. Per forma era simile a quella di Brom, con una serie di fibbie che servivano a immobilizzargli le gambe. Il cuoio del sedile era sagomato per consentirgli di volare per ore senza stancarsi, sia seduto eretto che proteso sul collo di Saphira. Inoltre le corregge che cingevano il petto di Saphira erano dotate di passanti e nodi per poterle allungare e adattarsi alla sua crescita. Una serie di lunghi legacci ai lati del pomo della sella catturarono l'attenzione di Eragon. Ne chiese lo scopo.
Glaedr borbottò: Servono a legarti i polsi e le braccia per non farti morire come un topo sballottato quando Saphira esegue una manovra complessa.
Oromis aiutò Eragon a liberare Saphira dalla sella. «Saphira, oggi tu andrai con Glaedr, mentre io lavorerò qui con Eragon.»
Come desideri, disse lei, vibrante di eccitazione. Sollevando la mole dorata dal suolo, Glaedr prese il volo verso nord, seguito a ruota da Saphira.
Oromis non diede tempo a Eragon di riflettere sull'eccessivo entusiasmo di Saphira, e lo condusse in un recinto quadrato di terra compatta, sotto un salice dall'altro lato della radura. Parandosi davanti a lui, Oromis disse: «Sto per mostrarti la Rimgar, la Danza del Serpente e della Gru. Si tratta di una serie di pose che sviluppammo per preparare i nostri guerrieri al combattimento, anche se adesso gli elfi la usano per mantenere la salute e la forma fisica. La Rimgar consiste in quattro livelli, ognuno più difficile del precedente. Cominceremo dal primo.»
L'apprensione per il compito che lo aspettava fece venire a Eragon una tale nausea che quasi non riusciva a muoversi. Strinse i pugni e incurvò le spalle, con la cicatrice che gli tirava la pelle della schiena, tenendo lo sguardo fisso a terra. «Rilassati» lo ammonì Oromis. Eragon aprì le mani e le lasciò pendere dalle braccia rigide. «Ti ho chiesto di rilassarti, Eragon. Non puoi eseguire la Rimgar se resti rigido come un ciocco di legno.»
«Sì, maestro.» Eragon fece una smorfia e a malincuore sciolse i muscoli e le articolazioni, anche se gli rimaneva un nodo di tensione nello stomaco.
«Tieni i piedi uniti e paralleli, e le braccia lungo i fianchi. Guarda dritto avanti a te. Ora fai un respiro profondo e alza le braccia sopra la testa, unendo i palmi... Sì, così. Espira e flettiti in avanti il più possibile, toccando il terreno con le mani. Fai un altro respiro... e torna indietro. Bene. Inspira, inarca il busto all'indietro e guarda verso il cielo... ed espira, alzando il bacino fino a formare un triangolo. Inspira con la gola... ed espira. Inspira... ed espira. Inspira...» Con sommo sollievo di Eragon, gli esercizi si dimostrarono abbastanza agevoli da non innescare il dolore alla schiena, pur essendo abbastanza difficili da farlo sudare e ansimare. Si ritrovò a sorridere di gioia. Svanita ogni traccia di diffidenza, Eragon passò fluidamente da una posizione all'altra - molte delle quali mettevano a dura prova la sua flessibilità - con più energia e sicurezza che prima della battaglia del Farthen Dùr. Forse sono guarito! Oromis eseguì la Rimgar insieme a lui, mostrando un livello di forza e flessibilità che sbalordì Eragon, soprattutto pensando all'età del maestro. L'elfo riusciva a toccarsi la punta dei piedi con la fronte. Durante tutta la seduta di allenamento, rimase impeccabile e composto, come se stesse facendo una semplice passeggiata nei prati. Impartiva gli ordini con più calma e pazienza di Brom, ma con inflessibile rigore. Non permetteva alcuna distrazione. «Laviamoci il sudore» disse Oromis, quando ebbero terminato.
Andarono al torrente che scorreva vicino alla casa e si spogliarono in fretta. Eragon scoccò un'occhiata furtiva all'elfo, curioso di vedere com'era senza vestiti. Oromis era molto magro, ma i suoi muscoli erano perfettamente delineati, guizzanti sotto la pelle con la perfezione di una scultura di legno. Non aveva peli sul torace e sulle gambe, e nemmeno all'inguine. Il suo corpo sembrava quasi grottesco, in confronto agli uomini che Eragon era abituato a vedere a Carvahall, anche se possedeva una certa raffinata eleganza, come quella di un gatto selvatico.
Quando si furono lavati, Oromis condusse Eragon nel folto della Du Weldenvarden, fino a una conca protetta da alberi cupi, inclinati verso il centro a oscurare il cielo con l'intrico di rami e brandelli penzolanti di licheni. I piedi gli affondavano nel muschio fino alle caviglie. Tutto era immerso nel silenzio.
Indicando un ceppo bianco dalla sommità liscia e piatta al centro della conca, Oromis disse: «Siediti lì.» Eragon obbedì. «Incrocia le gambe e chiudi gli occhi.» Il mondo intorno a lui piombò nell'oscurità. Alla sua destra, sentì Oromis bisbigliare: «Apri la mente, Eragon. Apri la mente e ascolta il mondo intorno a te, i pensieri di ogni essere di questa radura, dalle formiche negli alberi ai vermi nella terra. Ascolta finché non li sentirai tutti e comprenderai la loro natura e il loro scopo. Ascolta, e quando non sentirai più nulla, mi dirai che cosa hai imparato.»
Poi la foresta tacque.
Non sapendo se Oromis se ne fosse andato, Eragon provò ad abbassare le difese della mente per dilatare la coscienza, come faceva quando cercava di chiamare Saphira a grandi distanze. Al principio si ritrovò circondato dal vuoto, ma poi barlumi di luce e calore cominciarono a comparire nell'oscurità, crescendo d'intensità finché non si trovò al centro di una galassia di costellazioni vorticanti, e ciascun puntino brillante rappresentava una vita. Ogni volta che aveva chiamato altri esseri con la mente, come Cadoc, Fiammabianca o Solembum, il suo fuoco si era sempre concentrato su quello con cui voleva comunicare. Ma in quel momento... era come se fosse stato sordo in mezzo a una folla e all'improvviso potesse sentire i flussi di conversazione che scorrevano intorno a lui.
Di colpo si sentì vulnerabile; era completamente esposto al mondo. Chiunque o qualunque cosa volesse impadronirsi della sua mente e controllarlo, avrebbe potuto farlo in quell'istante. La tensione lo indusse a ritirarsi in se stesso, e la consapevolezza che aveva della conca scomparve. Ricordando una delle lezioni di Oromis, Eragon rallentò la respirazione e controllò l'espansione dei polmoni fino a rilassarsi abbastanza da riaprire la mente. Di tutte le vite che percepiva, la stragrande maggioranza appartenevano agli insetti. Rimase sbalordito dal loro numero immenso. Decine di migliaia di minuscoli esseri dimoravano in un fazzoletto di muschio, milioni e milioni nel resto della piccola conca, e chissà quanti oltre. Eragon ebbe quasi paura. Aveva sempre saputo che in Alagaésia gli umani erano pochi e isolati, ma non si sarebbe mai immaginato che fossero superati in numero perfino dagli scarafaggi. Poiché erano fra i pochi insetti che conosceva, e Oromis le aveva menzionate, Eragon si concentrò sulle colonne di formiche rosse che marciavano sul terreno e risalivano lungo gli steli di un cespuglio di rose selvatiche. Ciò che colse non furono tanto pensieri - i loro cervelli erano troppo primitivi - ma urgenze: l'urgenza di trovare cibo ed evitare pericoli, l'urgenza di difendere il territorio, l'urgenza di accoppiarsi. Studiando gli istinti delle formiche, cominciò a riconoscere i loro comportamenti.
Lo affascinò scoprire che - tranne i rari individui che si avventuravano in esplorazione fuori dai confini del loro territorio - le formiche sapevano esattamente dove stavano andando. Pur non riuscendo a individuare il meccanismo che le guidava, notò che seguivano precisi percorsi dai loro nidi al cibo e viceversa. La fonte di cibo fu un'altra sorpresa. Come si era aspettato, le formiche uccidevano altri insetti e si nutrivano di loro, ma la maggior parte dei loro sforzi era concentrata sulla coltivazione di... di qualcosa che punteggiava il cespuglio di rose. Qualunque forma di vita fosse, era appena percettibile. Si concentrò con tutte le sue forze per identificarla e soddisfare la propria curiosità. La risposta fu così semplice che gli venne da ridere quando comprese: afidi. Le formiche si comportavano come pastori di afidi, guidandoli e proteggendoli, ed estraevano da essi il nutrimento massaggiando le loro pance con la punta delle antenne. Eragon non riusciva quasi a crederci, ma più le guardava, più si convinceva di avere ragione. Seguì le formiche nel sottosuolo, nel complesso labirinto di cunicoli, e osservò come si prendevano cura di un particolare membro della loro specie, molto più grosso di una normale formica. Tuttavia il ruolo dell'insetto gli rimase oscuro; non vide altro che servitori che gli sciamavano intorno, ruotandolo e rimuovendo particelle di materia che produceva a intervalli regolari.
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