Volodyk - Paolini2-Eldest

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Nove giorni dopo, Eragon si presentò da Oromis e disse: «Maestro, stanotte mi è venuto in mente che né tu, né le centinaia di pergamene che mi hai fatto leggere parlate della vostra religione. In che cosa credono gli elfi?» Un lungo sospiro fu la prima risposta di Oromis. Poi: «Noi crediamo che il mondo segua certe leggi inviolabili e che, grazie a uno sforzo tenace, possiamo scoprire queste leggi e usarle per predire eventi quando le circostanze si ripetono.»

Eragon battè le palpebre. Questo non rispondeva a quanto voleva sapere. «Ma chi o che cosa venerate?» «Nulla.»

«Venerate il concetto del nulla?»

«No, Eragon. Non veneriamo nulla.»

Il pensiero era così remoto che ci volle qualche istante perché Eragon afferrasse il significato delle parole di Oromis. Gli abitanti di Carvahall non seguivano una dottrina specifica, ma condividevano una serie di superstizioni e rituali che in gran parte erano diretti a scongiurare la malasorte. Nel corso del suo addestramento, Eragon aveva compreso che molti dei fenomeni che i suoi compaesani attribuivano a forze sovrannaturali non erano che semplici processi naturali, come quando aveva visto, nelle sue meditazioni, che le larve nascono da uova di mosca invece che spuntare d'incanto dal terreno, come aveva creduto fino ad allora. Né aveva più alcun senso per lui fare offerte di cibo per impedire agli spiriti di inacidire il latte, dato che adesso sapeva che il latte inacidiva per la proliferazione di microscopici organismi contenuti nel liquido. Eppure, Eragon restava convinto che forze ultraterrene influenzassero il mondo in modi misteriosi, una credenza che la frequentazione dei nani aveva alimentato. Disse: «Da dove pensi che venga il mondo, allora, se non è stato creato dagli dei?»

«Quali dei, Eragon?»

«I vostri dei, gli dei dei nani, gli dei degli umani... qualcuno deve averlo pur creato.»

Oromis inarcò un sopracciglio. «Non sono d'accordo con quanto sostieni, ma d'altro canto, non posso provare che gli dei non esistono. Né posso provare che il mondo e tutto quanto esso contiene non sia stato creato da un'entità, o più entità, nel remoto passato. Ma posso dirti che nel corso dei millenni in cui gli elfi hanno studiato la natura, non abbiamo mai assistito a un evento nel quale le regole che governano il mondo siano state infrante. Ossia non abbiamo mai visto un miracolo. Molti eventi esulano dalla nostra capacità di comprensione, ma siamo convinti di non essere riusciti a dare una spiegazione perché siamo ancora profondamente ignoranti sull'universo, e non perché una divinità ha alterato l'opera della natura.»

«Un dio non dovrebbe per forza alterare la natura per

realizzare la propria volontà» obiettò Eragon. «Potrebbe farlo all'interno del sistema che già esiste... Potrebbe usare la magia per influire sugli eventi.»

Oromis sorrise. «Verissimo. Ma fatti questa domanda, Eragon: se gli dei esistono, sono stati buoni custodi di Alagaésia? Morte, malattia, povertà, tirannia, e altri innumerevoli calamità affliggono la terra: se questa è opera di esseri divini, non sarebbe giusto allora ribellarsi e negare loro rispetto, obbedienza e devozione?»

«I nani credono...»

«Appunto! I nani credono. Su determinati argomenti, i nani si basano più sulla fede che sulla ragione. Arrivano persino a ignorare fatti dimostrati che contraddicono i loro dogmi.»

«Ossia?» chiese Eragon.

«I sacerdoti dei nani considerano il corallo una prova per dimostrare che la pietra è viva e può crescere, avallando la loro credenza secondo cui Helzvog creò la razza dei nani dal granito. Ma noi elfi abbiamo scoperto che il corallo non è altro che un esoscheletro secreto da minuscoli animali che vivono all'interno del corallo. Qualunque mago può percepire quegli animali, se apre la mente. L'abbiamo spiegato ai nani, ma loro si sono rifiutati di ascoltarci, dicendo che la vita che sentiamo risiede in ogni pietra, anche se i loro sacerdoti sarebbero gli unici a poter rilevare la vita nelle rocce di terraferma.»

Per lunghi minuti, Eragon guardò fuori dalla finestra, riflettendo sulle parole di Oromis. «Non credi nell'aldilà, quindi.» «Da quanto mi ha detto Glaedr, già lo sai.»

«E non hai fede negli dei.»

«Noi riponiamo fede soltanto in ciò di cui possiamo provare l'esistenza. Poiché non siamo stati in grado di provare che gli dei, i miracoli e gli altri eventi soprannaturali sono reali, non ce ne occupiamo. Se per caso le cose dovessero cambiare, se lo stesso Helzvog decidesse di rivelarsi a noi, potremmo sempre rivedere la nostra posizione alla luce di questa nuova informazione.»

«Si direbbe un mondo freddo, senza... qualcosa di più.» «Al contrario» disse Oromis, «è un mondo migliore. Un luogo dove siamo responsabili delle nostre azioni, dove possiamo essere buoni l'uno con l'altro per scelta, e perché è la cosa giusta da fare, invece che per paura di una punizione divina. Non ti dirò in che cosa credere, Eragon. È molto meglio insegnarti a pensare criticamente per poi lasciare a te la scelta, invece che imbottirti di convinzioni altrui. Tu mi hai chiesto della nostra religione, e io ti ho risposto in tutta sincerità. Puoi farne ciò che vuoi.»

Il colloquio, sommato alle precedenti preoccupazioni, lasciò Eragon così turbato che ebbe difficoltà a concentrarsi nei suoi studi i giorni seguenti, anche quando Oromis cominciò a mostrargli come cantare alle piante, una cosa che Eragon era avido di apprendere.

Eragon si accorse che le sue esperienze lo avevano già indotto ad assumere un atteggiamento più scettico; in linea di principio, concordava con la maggior parte di quanto sosteneva Oromis. Il problema che lo affliggeva, però, era che se gli elfi avevano ragione, significava che i nani e gli umani si illudevano, cosa che trovava difficile da accettare. Così tanta gente non può sbagliarsi, si ripeteva.

Quando chiese il suo parere a Saphira, la dragonessa rispose: Per me ha poca importanza, Eragon. I draghi non hanno mai creduto in entità superiori. Perché dovremmo, quando i cervi e gli altri animali considerano noi entità superiori? Eragon sorrise. Ti avverto soltanto: non ignorare la realtà per trovare conforto, perché altrimenti rendi più facile agli altri ingannarti.

Quella notte, nel suo stato di veglia sognante, Eragon fu tormentato dai dubbi, che vagavano per la sua mente come un orso ferito, strappando immagini disparate dai suoi ricordi per mescolarle in una tale confusione da dargli l'impressione di essere tornato nella mischia furibonda del Farthen Dùr. Vide Garrow disteso sul suo letto di morte in casa di Horst, poi Brom morto nella solitària caverna di arenaria, e poi Angela l'erborista che sussurrava: "Attento, Argetlam, il tradimento è evidente. E verrà da qualcuno della tua famiglia. Attento, Ammazzaspettril"

Voi il deh cremisi si squarciò ed Eragon vide di nuovo i due eserciti schierati come nella sua premonizione fra i Monti Beor. Le masse di guerrieri si scontrarono su un campo giallo e arancio, accompagnate dalle grida rauche dei corvi e dal sibilo delle frecce nere. La terra stessa sembrava bruciare: fiamme verdi eruttavano da oscure fosse che punteggiavano il suolo, bruciando i cadaveri accatastati sulla scia degli eserciti. Sentì il ruggito di una bestia gigantesca che dall'alto... Eragon balzò a sedere sul letto e afferrò la catena dei nani che gli ardeva al collo. Usando la tunica per proteggersi la mano, scostò il martello d'argento dalla pelle e rimase in attesa nel buio, col cuore che gli batteva forte per la sorpresa. Sentì la propria energia scemare mentre l'incantesimo di Gannel bloccava chiunque stesse cercando di divinare lui e Saphira. Ancora una volta si chiese se ci fosse lo stesso Galbatorix dietro la magia, o se fosse soltanto uno degli stregoni del re.

Eragon aggrottò la fronte e lasciò il martello quando sentì che il metallo tornava freddo. Qualcosa non va. Ne sono sicuro, e lo so da un pezzo, come lo sa Saphira. Troppo turbato per tornare nello stato di trance che ormai aveva sostituito il sonno, sgattaiolò dalla camera da letto senza svegliare Saphira, e salì la scala a chiocciola che portava allo studio. Tolse lo schermo a una lanterna bianca e lesse uno dei poemi epici di Analisia fino all'alba, nel tentativo di calmarsi.

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