Iain Banks - Canto di pietra

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In un mondo senza tempo e senza nome, devastato da una guerra che ha rivelato il fondo barbarico della natura umana, tra cumuli di macerie e colonne di profughi in fuga, si erge un antico castello di pietra. Tra le sue austere mura vive, assieme alla sorella-amante Morgan, Abel, l’ultimo discendente di una famiglia aristocratica. Per i due giovani, quel castello sarebbe un rifugio ideale, se un giorno, a turbare la loro idilliaca «intimità», non sopraggiungesse una banda di soldati irregolari, guidati da un oscuro personaggio femminile. Stregati dal fascino magnetico e perverso di quella donna senza volto e senza anima, Abel e Morgan si trasformano ben presto nelle pedine di un sordido gioco a tre, mentre l’antica dimora diviene teatro di inaudite violenze, eccessi e distruzioni, che porteranno in un crescendo di tensione e di suspense alla catastrofe finale.

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Vieni, alba, a coprirmi, vieni, luce, e fammi diventare ombra. Cancellami da questo luogo raso al suolo.

La vita è morte e la morte vita: accarezzare l’una significa abbracciare l’altra. Ho visto bestie morte, accanto a torrenti di montagna, dilatate dai gas, gravide di una morte generatrice. E tu, mia cara, tu trovasti l’espressione più adatta — anche se non ho mai potuto dirtelo, non ho mai potuto accennarti che era così che la vedevo — con quel tuo gonfiore, quando desti alla luce la morte (che noi nascondemmo, timorosi per la prima e unica volta della nostra intimità, minacciati da tutto ciò che condividevamo. Fu dopo quella silenziosa espressione del nostro amore che tu rifiutasti di articolare molto altro).

Forse, mio ingiusto amore, forse sei stata tu l’unica a vedere veramente chiaro, e col tuo rifiuto di scoprire ciò che cercavamo di trovare attraverso di te, l’hai saputo fin dall’inizio, e così ti sei serbata fedele. Forse, per quanto ingiustamente, il tuo stesso sesso ti ha resa più vicina a ciò per cui noi dovevamo lottare, negandolo. Forse tu sola hai capito il nostro destino dal principio: il tuo genere e la tua inclinazione ti fornivano gli strumenti per ospitare concezioni che a noi erano negate.

La pioggia cade su di me; lecco l’umidità dalle labbra. Siccome nessun falco è venuto a tagliare le corde che mi legano e i soldati liberatori non hanno attaccato, ho dovuto liberarmi comunque, sospeso quassù. Dovrei vergognarmene? No, non me ne vergogno. Siamo fatti in gran parte d’acqua, e noi stessi non siamo altro che bolle, e il nostro corpo non è che un vortice momentaneo, un’onda immobile nel flusso del nostro corso aggregato. Passiamo in acqua i mesi più formativi, in una vita che anche allora ci è semplicemente data in prestito, un’indipendenza che fin dall’inizio è legata a una serie di corde, e non ha molta importanza se la nostra fine è un composito scioglimento o una vincolante decomposizione. È già abbastanza dover camminare su questa riva e trascinarci su simboli instabili, per preoccuparci che quella corda ci strangoli.

Eppure, mentre il calore si raffredda sulla mia gamba, all’improvviso tremo di paura, come se la ripetizione di quest’atto infantile portasse con sé anche il costante timore vissuto nell’infanzia, e confesso che, come un bambino, mi metto a piangere. Ah, l’autocommiserazione; credo che il massimo della sincerità lo raggiungiamo quando abbiamo pietà di noi stessi.

Ma la mia paura è in gran parte una formalità, mia cara perduta sofista, un omaggio formale — tremante, lo ammetto, non irrigidito — che il corpo esige per se stesso, e di cui la mente non si stupisce, poco convinta com’è che ci siano molte ragioni per andare avanti, a parte l’abitudine. Se c’è qualcosa dopo questa esistenza, preferirei vederlo adesso piuttosto che in seguito, e se — come sospetto — l’unico pasto che seguirà a questo aperitivo sarà il festino dei vermi, perché allora accumulare altri dolci ricordi a cui dover dire addio, quando sopravverrà l’inevitabile?

Quanto al volgare interesse di vedere il risultato delle nostre vite — spingere poco più in là il nodo del presente, prima che ricada nel passato e si avviluppi un’altra volta — non provo un grande desiderio di vedere tanto per vedere ciò che, lo sento, finirà più o meno allo stesso modo. Ogni età, contenendo noi, contiene anche tutte le altre fino al limite della nostra comprensione reciproca, e domani, quando verrà, sarà semplicemente un altro giorno in una processione quasi infinita di giorni dopo giorni, e verrà e se ne andrà, come hanno fatto tutti gli altri e come faremo anche noi: esisterà per il tempo assegnatogli, e poi, per un tempo infinitamente più lungo, non esisterà. E se noi, presi nel gorgo di quell’infinita marea e sprofondando per la nostra prima e ultima volta, riusciamo ad aggrapparci a un pugno di altri giorni, tendo a credere che lo facciamo non tanto nella debole speranza di salvarci, quanto nel maligno tentativo di trascinarli sul fondo con noi.

E che dire della superstizione? Un tempo il castello aveva una cappella; nostro padre, che adesso è in questa terra, la fece eliminare. Bambino, mi fermai nell’opaco splendore del rosone, il giorno prima che venissero gli operai, piangendo al pensiero della sua fine, per ragioni puramente sentimentali. Qualche giorno più tardi, quando la sua dogmatica immobilità di vetrate colorate era stata rimossa, salii con te sull’altare, battendo gli occhi davanti al rigoglio vivente della campagna estiva, che finalmente si apriva alla vista.

La stessa intuizione che debba esistere qualcosa oltre questo mondo fisico mi fa pensare che sia sbagliata. Ci inebriamo troppo di tale sentimento, e se dobbiamo abbandonarci a questa sorta di antropomorfismo, potrei allora sostenere che la realtà non potrebbe certo resistere alla tentazione, né lasciarsi sfuggire l’opportunità, e si sentirebbe obbligata a sopprimerci. Il modo in cui accadono le cose, in cui agiscono, include un’asprezza assoluta, una generale mancanza di cerimonie e di rispetto alla quale possiamo opporre tutte le nostre pie convinzioni e le più riverite istituzioni e contro la quale possiamo imprecare e opporci per il tempo preciso della nostra vita, ma che abbraccia tutte le nostre aspirazioni e degradazioni, tutte le nostre promesse e menzogne, tutto ciò che facciamo e non facciamo, e che alla fine ci spazza via con minor sforzo di quanto una metafora riesca a comunicare.

Ci vogliono più errori, più possibilità del tutto casuali, più caos e minuzie per produrre una storia epica che una sordida, o l’eroe piuttosto che l’uomo comune. Il romanzesco, o la nostra fede in esso, è la nostra vera rovina.

Eppure c’è una sorta di progresso, potrei ammetterlo; un tempo credevamo in felici distese di caccia, urì, veri palazzi sospesi nel cielo, e dèi in forma umana. Oggi, fra coloro con abbastanza senno da rendersi conto della dificoltà in cui si trovano, prevale una spiritualità più sofisticata: un’infinita insensatezza che rimpiazza e sposta ogni cosa, così che, un giorno, quando tutti saremo polvere, particella, onda elettromagnetica, coloro che ci succederanno vedranno in quel nostro stato una continuità maggiore di quella che ci saremmo meritati.

E nella nostra piccola sfera, anche la mortalità è mortale, e c’è una fine alle fini, e ai giorni: non sono infiniti.

Grazie a un empio potere, in sé privo di significato, tanto insensato quanto implacabile e irresistibile, dovremmo sapere alla fine che tutto ci è ostile, e che il nostro amore muore con noi, non il contrario. (Nulla sopravvive così a lungo, così viva il nulla, così addio.)

D’altra parte, magari è proprio come dicono loro.

Ma ne dubito, e mi porterò le mie probabilità, come tutto il resto, via con me.

La notte mi punta all’angolo estremo del cono d’ombra della terra, come se mi mirasse verso il suo lembo remoto. Ah, fate del vostro peggio, idiota stella e roccia complice. E, nero uccello, fa’ ciò che era prevedibile, per quello che ho raggiunto e quello che ho lasciato, per quello che ho fatto e quello che ho trascurato, per quello che ho provato e quello che ho lasciato perdere, ciò che sono stato e che non sono stato, per ciò che importa e significa ed è meno di un mezzo pensiero in ciascuno di noi, e niente di peggio — e di sicuro niente di meglio — di questo.

Lasciami morire, lasciami andare; ho detto quello che dovevo dire, ho rifiutato di farcela, e adesso — è già l’alba? È questa una sorta di sonno, o sto sognando, o sento davvero la sveglia e l’ultimo squillo di tromba? — affronto il mio futuro, volto la schiena alla desolazione di una vita e a questi ottusi persecutori e sono giustamente innalzato, glorioso e trionfante, verso cieli del colore del sangue e delle rose, sogghigno ai dadi che rotolano (sì sì: iacta est alea , noi che stiamo per morire vi disprezziamo), rido agli applausi che si levano, tenendomi a galla, e così saluto la mia fine.

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