Iain Banks - Canto di pietra

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In un mondo senza tempo e senza nome, devastato da una guerra che ha rivelato il fondo barbarico della natura umana, tra cumuli di macerie e colonne di profughi in fuga, si erge un antico castello di pietra. Tra le sue austere mura vive, assieme alla sorella-amante Morgan, Abel, l’ultimo discendente di una famiglia aristocratica. Per i due giovani, quel castello sarebbe un rifugio ideale, se un giorno, a turbare la loro idilliaca «intimità», non sopraggiungesse una banda di soldati irregolari, guidati da un oscuro personaggio femminile. Stregati dal fascino magnetico e perverso di quella donna senza volto e senza anima, Abel e Morgan si trasformano ben presto nelle pedine di un sordido gioco a tre, mentre l’antica dimora diviene teatro di inaudite violenze, eccessi e distruzioni, che porteranno in un crescendo di tensione e di suspense alla catastrofe finale.

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I soldati sciolgono la pelle di tigre e la gettano di sotto; cade pesantemente sull’erba. Al suo posto legano te, e tirano la corda in modo da issarti; il pennone si incurva, e tu rimbalzi contro di esso mentre ti tirano fino in cima, legata per i piedi, e fissano la corda. La corda si torce e si ritorce, offrendoti alle sconfinate profondità del cielo.

I soldati abbandonano il tetto e, subito dopo, si leva del fumo.

Gli sbuffi grigi diventano neri, riempiono l’aria attorno a te; i riccioli neri del fumo vengono spazzati via dal vento carico d’acqua.

Vedo scomparire la tua sagoma bianca in mezzo al grigio e al nero. Abbasso la testa, e poco alla volta piccoli fiocchi di caligine scendono a ricoprirmi.

La gente è tornata all’accampamento: alcuni si mettono a levare le tende, altri sono già in viaggio sui carri. La pioggia e la fredda acqua del fossato gocciolano via da me. La saracinesca geme e gratta, e si avviano i motori. Uno dei soldati viene a prendermi, mi solleva per un gomito e mi sostiene mentre barcollo e poi mi guida quasi con gentilezza sul ponte. Voglio scappare, correre via per salvarmi, o lanciarmi verso gli sfollati, mettermi a gridare e a piangere e chiedere il loro aiuto, o forse far vergognare i soldati e costringerli a dimostrare pentimento e rimpianto, ma non ho più forze, non ho più calore per te o per me o per chiunque o per qualunque altra cosa.

Gli altri soldati mi vengono incontro, mi mostrano il castello vestito di fiamme, il fuoco che trabocca esultante da ogni porta e da ogni finestra, e poi, con i camion e la jeep e il cannone, abbandonano il luogo alle fiamme e al fumo e mi portano con loro fuori di lì.

Ti vedo attraverso il fuoco, credo, fredda e bianca e sospesa in un punto immobile, intatta fra quelle ondate bellicose, ondeggiante in quella mistura rapida e tumultuosa, in volo nella raffica del vento, un saluto per ogni rovina.

VENTI

E adesso, mia cara, ho finito. La storia è finita, e ha fatto di noi ciò che voleva. C’è stata una sera, e con l’alba verrà il peggio. Guardo il giorno morire lentamente: il pacchiano spettacolo del sole trascina le nuvole con sé e finalmente ha la meglio sull’ultimo debole bagliore del castello.

Un uccello da preda, di ritorno dalla caccia, sta volteggiando ad ampi cerchi, e sale e si lascia cadere sull’ultimo arreso calore emesso dalla nostra casa, tagliando secchi angoli nel tranquillo fumo grigio, riemergendone al di là, virando all’indietro.

Un falco, ne sono certo. Uno di quelli che ho liberato, che adesso è tornato indietro. Alzo lo sguardo, lasciandomi vincere per un istante da una facile ammirazione per l’animale, immaginando che in qualche modo sappia che io sono qui e tu no e che tutto è perduto, che il coltivato istinto dell’assassino l’abbia richiamato a riconoscere i nostri destini.

Ma era solo un uccello, e anche stupido, secondo i nostri criteri; la sua struttura delicatamente feroce, quel cranio tagliato stretto, ospitano l’intelligenza necessaria alla sua funzione di carnivoro, e nessun altro pensiero. Disegnato per occupare il suo posto nella vita grazie alle lotte dei suoi progenitori, scolpito dalla vasta semplicità dell’evoluzione, non ha percezione delle nostre tribolazioni più di quanta ne abbia un coltello, o un proiettile, ed è altrettanto innocente. La sua crudele bellezza, come siamo soliti chiamarla, soddisfa il nostro acquisito timore reverenziale, ma è il nostro orgoglio, la nostra ferocia e la nostra grazia che noi deifichiamo in esso, e a nostro rischio scordiamo che è la nostra mente a essere sottoposta alla presa meccanica dell’artiglio, e proprio grazie al nostro pensiero rimaniamo per sempre superiori a esso.

Sento altri cannoni, il grande rombo che rulla sulla terra da qualche fronte lontano, e quasi mi sorprende: il mondo inconsapevole viene risospinto nella mia coscienza, mentre sono qui legato, condannato, in attesa.

I soldati dicono che partiranno domani. Hanno cacciato via i profughi per occupare il loro misero accampamento sul prato, e adesso anche un paio di mariti e uno dei nostri domestici galleggiano nel fossato. Tu, silenziosa per sempre, sei ancora innalzata nell’aria che si rischiara, una forma annerita sospesa sopra il guscio crollato e sventrato del castello; i tuoi occhi sereni osservano asciutti ciò che l’aria ti offre, e mi chiedo se il falco preferisca la carne cotta o al sangue, e se verrà a visitarti.

Perché anch’io sono legato, ridotto a un giocattolo, a una marionetta davanti alla bocca del cannone. Mi hanno legato qui per le braccia, le gambe e il corpo, con l’ampia imboccatura del pezzo puntata sul fondo della schiena (un’arma più grossa e più potente dove tenevo quella più piccola, l’inutile pistola della luogotenente); sono un sacrificio su un altare sospeso, inarcato come una quantità sconosciuta, una risposta sbagliata, un bacio al fondo della pagina, come le pale di un mulino, in verità, ma senza ruotare. Sono stato in posizioni più comode, è vero, ma posso stendermi sulla canna d’acciaio per togliere peso alle gambe allargate. Le braccia, tirate indietro dalle corde, sono del tutto intorpidite e così non mi fanno più male, e gli uomini mi hanno tirato un cappotto e una coperta, di modo che non dovrei morire troppo presto. Mi hanno perfino dato da mangiare un po’ di pane e del vino.

Tutti i miei tentativi di impersonare l’uomo d’azione, l’assassinio della luogotenente e la responsabilità del tuo, mi hanno assicurato solo un giorno di vita in più, e ci sono costati tutto. L’intenzione dei soldati è di puntarmi verso il cielo, alle prime luci dell’alba, di elevarmi, disteso sul muso del cannone, mettere una carica senza granata nella culatta e poi gettare i dadi per stabilire chi tirerà la corda dello sparo.

Li ho supplicati, ho cercato di farli ragionare, ho reclamato, ma loro considerano questa morte del tutto appropriata, e non solo perché sono convinti — a ragione — che sia stato io a uccidere la luogotenente. Le mie suppliche erano troppo eloquenti, forse, il mio appello alla ragione era destinato al fallimento fin dal principio, e quanto al tentativo di rivolgermi a loro da uomo a uomo — come un poveretto ingiustamente accusato, un commilitone, un compagno di sventura — doveva essere, a quanto pare, semplicemente risibile (di sicuro loro hanno riso).

Eppure, nonostante tutto il mio terrore — che sento negli intestini che subiranno l’urto della mia espulsione — credo di poter ancora assaporare il fatto che la mia vita finirà con un vuoto, e vedo le possibilità di variazioni raffinate che i soldati potrebbero non apprezzare. E così vorrei che il falco scendesse a rodere qualche parte di me, o che i soldati mi innalzassero adesso, mi mettessero un vecchio elmetto di latta sulla testa, avvicinassero una spugna alla mia bocca e mi colpissero al fianco con una baionetta… Ma io sono comunque fra questi ladroni, un occhio di calma nel cerchio dei loro veicoli, qualcosa di cui si sono già stancati.

Il falco si posa su di te, mia cara. Cerco di guardarlo con un occhio disinteressato mentre ti tira, stacca brandelli di carne, ti lacera, ma è un esercizio impossibile, e devo distogliere lo sguardo verso gli alberi spogli e le tende scure e gli uomini della luogotenente rimasti qui.

Sono impegnati a esaurire le ultime provviste del castello, a consumare il cibo e il vino, o si occupano delle donne che hanno deciso di tenere con sé. Domani potrebbero sparare qualche altro colpo nella direzione di un nebbioso fronte occidentale, e poi ritirarsi, ma forse no.

Ci sono state discussioni. Sembrano indecisi. Alcuni vogliono abbandonare il cannone, perché sarebbe un peso che li rallenterebbe, e in più non hanno nessun bersaglio da colpire. Altri vorrebbero offrire i propri servigi a qualche organizzazione più ampia, o trovare qualche altro riparo, una cittadella o un paese che potrebbero minacciare con il cannone, e così farsi pagare in cambio della promessa di non usarlo.

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