Iain Banks - Canto di pietra

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Canto di pietra: краткое содержание, описание и аннотация

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In un mondo senza tempo e senza nome, devastato da una guerra che ha rivelato il fondo barbarico della natura umana, tra cumuli di macerie e colonne di profughi in fuga, si erge un antico castello di pietra. Tra le sue austere mura vive, assieme alla sorella-amante Morgan, Abel, l’ultimo discendente di una famiglia aristocratica. Per i due giovani, quel castello sarebbe un rifugio ideale, se un giorno, a turbare la loro idilliaca «intimità», non sopraggiungesse una banda di soldati irregolari, guidati da un oscuro personaggio femminile. Stregati dal fascino magnetico e perverso di quella donna senza volto e senza anima, Abel e Morgan si trasformano ben presto nelle pedine di un sordido gioco a tre, mentre l’antica dimora diviene teatro di inaudite violenze, eccessi e distruzioni, che porteranno in un crescendo di tensione e di suspense alla catastrofe finale.

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Siamo creature liquide, mia cara, e questa pioggia contagiosa sembra qualcosa che tu mi invii, affinché io possa afferrare i suoi fili ed esserne guidato. Il mio spirito, lontano da quella costruzione di legno e pietra, comincia a risollevarsi, al pensiero di tornare da te. Ero sicuro che non sarebbe mai successo, ma adesso ne ho di nuovo la possibilità. Posso trovare la maniera di entrare, o aspettare che gli uomini della luogotenente se ne vadano, senza comandante, in fuga. Posso riscattarti, se lo vuoi.

Credo, solo per un istante, di udire un grido, che mi insegue dal mulino, e mi volto un’ultima volta a guardarlo, ma una voce dovrebbe lottare contro il rumore della pioggia, e potrebbe essere stata semplicemente la radio; in più, non sono nemmeno sicuro di aver sentito davvero qualcosa; mi volgo un’altra volta verso il castello, a testa bassa contro la pioggia.

Alla fine credo di avere uno scopo: portarti via. Solo te, nulla dei nostri averi, delle cose, senza la minima intenzione di tornare nel luogo che è stato la nostra casa. La luogotenente e i suoi uomini ci hanno liberati dai nostri fragili possessi e dalla lealtà alle pietre del castello, e così ci lanciano, insieme e da soli, nell’aria libera della fuga, finalmente consci della sua forza pervasiva in tutta la sua ribelle eloquenza. Le dita della luogotenente possono averti sottratta a me per un breve istante, ma tu tornerai a essere mia come sei sempre stata.

Guidami, guidami, vento. Guidami con la tua resistenza e portami dalla mia amata, conducimi al nostro rifugio, mio profugo infido. L’anello, penso, fermandomi.

Avrei dovuto strappare dalla mano della luogotenente l’anello d’oro bianco con rubino, quello che lei ti aveva preso il primo giorno, sulla carrozza, su questa stessa strada. Mi volto, esitando.

Sento in questo istante il rumore di un motore, dalla direzione del castello. Mi riparo dietro un vecchio carro rovesciato sul ciglio della strada, con una grande ruota di legno, a raggi, puntata verso il cielo. Il suono proviene da uno dei camion della luogotenente, che avanza con una faccia verde oliva immobilizzata nel rictus della griglia e gli occhi luminosi dei fari. Supera a tutta velocità il mio nascondiglio, trascinandosi dietro nubi di fumo, con le ruote che mandano un rumore lacerante solcando il fondo stradale. Il telone che copre l’intelaiatura d’acciaio sbatte e schiocca nella scia. Noto che dentro sono seduti degli uomini, impegnati a trafficare con le armi.

Mi rimetto in piedi accanto al carro, guardando il camion che corre in direzione del mulino. La scia del camion mi avvolge, mi scuote, finché non torna la brezza. Decido che non mi vergognerò del sollievo che provo in questo momento pensando a lei. Che la trovino loro, che la salvino. Non si merita niente di meno, immagino. È stata una follia trattarla così. Dietro di me, gli alberi oscillano, qualche foglia morta si leva da un fosso e un’altra raffica gelida mi fa ondeggiare, tremare.

In lontananza, vedo accendersi le luci posteriori degli stop, e il camion si ferma accanto alla jeep ribaltata. Gli alberi fra me e il mulino si piegano, lentamente, poi tornano in posizione, e dalle cime scure si alzano in volo le forme di uccelli neri.

Il camion, minuscolo per la distanza, fa retromarcia vicino al mulino. Mi volto verso ovest, verso il castello, e la pioggia mi punge, sotto la sferza del vento. Il camion si è fermato. Gli uomini stanno saltando giù. Poi c’è un suono improvviso, proprio accanto a me e faccio un salto, portandomi le mani tremanti alla schiena, in cerca della pistola.

Ma è solo un vecchio straccio, un sacco impigliato nella ruota del carro, che fa vela nel vento e fa muovere la ruota.

Mi strofino gli occhi e osservo le figurine che corrono verso il mulino: saltano giù dal cassone, oltrepassano il fosso, scavalcano di slancio i muretti, corrono sul terreno aperto, si fermano, saltano, corrono, si slanciano all’insù, il primo si avvicina alla porta del mulino.

Dove le braccia di legno, benché infrante, benché lacere nel tessuto che le ricopre, avanzano sicure nel loro corso circolare, e finalmente libere salutano il vento che le oltrepassa.

Volto la schiena, e corro, prima lungo la strada, poi, quando la strada piega, continuo diritto verso di te, nei campi, attraverso i boschi, nella pioggia battente, nel vento che mi soffoca, e vedo tutto e non vedo nulla, e ho sempre davanti agli occhi la vista di quelle logore pale di mulino, che salutano, salutano, salutano.

DICIANNOVE

Mi arrampico su pendii, supero palizzate, guado torrenti. Rami e foglie morte mi sferzano e mi impacciano. Gli animali selvatici scappano via, gli uccelli sobbalzano e si alzano in volo e mi lascio dietro il vapore del mio respiro, traforato dalla pioggia, cancellato dal suo tranquillo bombardamento. Corro e salto e inciampo, mi getto attraverso rami, siepi e cespugli, mi tuffo in tutta la fragile riserva dell’inverno imminente finché non vedo il castello.

Il castello: talismano, emblema, si leva grigio dalla grigia forma degli alberi gocciolanti davanti a me. In questo momento, nella nebbia della pioggia gelida, non sembra affatto una cosa nata dalla terra, ma un’invenzione delle nuvole, un sogno che sorge dall’aria brumosa.

Supero il vecchio ponticello vicino al frutteto, e le sue travi sospese squittiscono e restano a oscillare sui cavi. Oltrepasso il giardino murato, l’aranciera, i depositi dei vasi, i nudi alberi ornamentali, le serre infrante, le fredde intelaiature dei tubi di riscaldamento, pile di travi marce e piccole dipendenze annerite, davanti alle quali il terreno è disseminato di latte, vecchie ruote, bastoni e schegge, pentole e padelle. Corro e le mie gambe sono stanche e cedono, la testa mi martella, la gola mi brucia; corro sulle pietre ricoperte di muschio, sulle lastre d’ardesia cadute, sui mucchi fradici di vecchia segatura, e mi ritrovo, finalmente, su un lato del castello.

Tutto sembra in pace. Un camion è fermo davanti al ponte sul fossato. Sui prati, l’accampamento degli sfollati manda un po’ di fumo azzurro pallido a fondersi con la pioggia. Non vedo nessuno. Perfino i saccheggiatori sembrano aver abbandonato la loro postazione: non pendono più dalla torre e hanno lasciato solo la vecchia pelle di tigre, appesantita, pendula, agitata dal vento, a salutare il nuovo giorno.

Mi lascio cadere nei cespugli, col petto che si gonfia nel tentativo di prendere fiato, mentre cerco di recuperare le forze e di pensare a cosa fare adesso.

La pioggia, ubiqua, continua a cadere dal cielo basso e pesante, mi imbeve gocciolando dai rami neri e spogli, rovesciandosi dalle ultime foglie del colore della decomposizione: hanno forme frastagliate come mani contorte e restano tenacemente attaccate, ma con fatica, in lotta perenne col vento che le visita. Le raffiche disperdono il fumo che si leva dalle tende e fa scricchiolare e sbattere i rami sopra di me. Mi tiro su e mi inginocchio, e mi imbevo di ogni particolare del castello: le pietre annerite dalla pioggia, le finestrelle disperse sui muri, il buco sul tetto dove sbatte una tela cerata grigia e, sulla torre più lontana, la pelle inzuppata, a brandelli, della tigre artica, da cui, a ogni raffica di vento, esplode una miriade di goccioline; e mi sembra di poter accogliere ogni pietra scheggiata e rimossa, di vederle tutte disposte in un progetto davanti a me, trasformate in un diagramma nella mia mente.

Avanti, dico al mio corpo tremante ed esausto. Muoviti adesso. Ma ha bisogno di qualcosa di più, di più tempo, non riesce ancora a funzionare. Estraggo la pistola automatica, quasi che il suo peso metallico possa contagiarmi con la sua determinazione. Mi fanno male le mani e la testa, dove la pioggia lava la ferita. Le gambe si irrigidiscono. Tremo, e fisso con confusa incredulità i vapori che si levano dalle gambe e dalla faccia e dalle mani e dal corpo, pensando che questo velo fumante sia il mio corpo che evapora, la mia determinazione che si dissolve nella pioggia. Poi riprende a soffiare il vento, e spazza via il mio sudario.

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