Iain Banks - Canto di pietra

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In un mondo senza tempo e senza nome, devastato da una guerra che ha rivelato il fondo barbarico della natura umana, tra cumuli di macerie e colonne di profughi in fuga, si erge un antico castello di pietra. Tra le sue austere mura vive, assieme alla sorella-amante Morgan, Abel, l’ultimo discendente di una famiglia aristocratica. Per i due giovani, quel castello sarebbe un rifugio ideale, se un giorno, a turbare la loro idilliaca «intimità», non sopraggiungesse una banda di soldati irregolari, guidati da un oscuro personaggio femminile. Stregati dal fascino magnetico e perverso di quella donna senza volto e senza anima, Abel e Morgan si trasformano ben presto nelle pedine di un sordido gioco a tre, mentre l’antica dimora diviene teatro di inaudite violenze, eccessi e distruzioni, che porteranno in un crescendo di tensione e di suspense alla catastrofe finale.

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Io non capisco la loro guerra, non so chi combatte chi, per che cosa e perché. Potremmo essere in qualunque luogo, in qualunque epoca, e ogni causa porterebbe gli stessi risultati, la stessa fine, che si vinca o che si perda.

Osservo il campo, finalmente appropriato alla loro natura: i soldati sono tranquilli o sbuffano, attizzano un fuoco, fumano le rinsecchite sigarette della luogotenente, trangugiano il loro bottino, controllano le armi o stanno con le donne.

Devo essere troppo tollerante, ho il sospetto, perché la verità è che provo pietà per questi bruti. Adesso mi uccidono ma moriranno poco dopo, torcendosi sulla terra intrisa del loro sangue senza una luogotenente pronta a baciarli sulla bocca e finirli rapidamente; o vivranno mutilati, o in un ospizio, con un fantasma di dolore che aleggerà per sempre intorno al ricordo abbreviato della carne, o si porteranno le ferite ancora più in profondità, nell’oscurità abissale della mente, e ancora fra molti decenni si agiteranno, tormentati da sogni di morte, soli nel sonno anche se qualcuno dormirà al loro fianco, trasportati dai memori artigli dell’orrore impresso dentro di loro in un tempo al quale credevano di essere sopravvissuti e sfuggiti, e dove invece ritorneranno per sempre.

La mia opinione è che, a meno che il coinvolgimento non sia superficiale, nessuno sopravvive a una guerra; la gente che esce dall’altra parte non è la stessa che ci è entrata. Oh, lo so, tutti cambiamo, tutti i giorni, e ogni mattina emergiamo diversi dal bozzolo del sonno, per incontrare un viso inesprimibilmente alieno, e ogni malattia, ogni shock ci invecchia e ci cambia in diversa misura… Però quando la malattia è passata e lo shock è svanito, torniamo a raggiungere, più o meno, la stessa società che avevamo lasciato, e su di essa ci riequilibriamo. Questa confortante triangolazione ci è negata quando la comunità stessa è cambiata quanto e più di noi, e dobbiamo ricostruire non solo i nostri esseri ma anche il tessuto di quel mondo condiviso.

E il soldato, che rinuncia al suo posto nel flusso della vita civile per essere inserito nei ranghi militari, cede più degli altri ai capricci di quella confusione. I profughi, collettivizzati dalla miseria e dalla sfortuna, portano con sé la propria vita quando si muovono, e continuano a nutrire una speranza pratica, anche se parziale, di resurrezione futura; quando i soldati sottraggono agli altri la vita, o perdono la propria, vanno verso la fine non per essere lodati o condannati, o per contemplare una vita così marchiata dall’errore, ma semplicemente per abbracciare la vuota verità della distruzione della mente.

Cara luogotenente, credo che tutti noi ti abbiamo sedotta, ti abbiamo deviata da un corso che forse ti avrebbe salvato la vita. Hai occupato la nostra casa cercando qualcosa nel fondo di noi, tentando di assicurarti una specie d’amore contrassegnato dall’antichità, dalla terra, dalla famiglia; aspiravi all’eredità che era nostra, e se non hai capito che pretese simili hanno ripercussioni ramificate, e che le pietre richiedono una loro continuità di sangue, se non hai compreso la serietà del loro isolamento, della solitudine in cui sono intrappolate, della durezza della loro responsabilità, allora non puoi dare la colpa al castello o a qualcuno di noi, e lamentarti di essere stata condotta alla tua fine.

Io avevo lasciato il castello; tu ci hai riportati indietro.

Scende profonda la notte su di loro e i soldati si riparano, nelle tende o sui camion, vicino a me. Il corpo mi duole per tutto quello che ha patito, straziato dal tempo e dal freddo. Continuo a credere che verrà il falco e sarà la mia liberazione, strappandomi gli occhi in un’ultima impensata estensione del tormento, o forse davvero mi libererà, lacerando le corde che mi tengono legato così da concedermi un ultimo tentativo di fuga.

… Ma è l’alba la mia liberazione più probabile. O forse potrei — una fine ignominiosa, questa — soccombere al gelido bacio della notte, cedendo, come il castello, il calore vitale all’abbraccio dell’aria e del vento.

Dovrei gridare, strillare, bestemmiare, scagliare imprecazioni contro questi imbecilli, o almeno disturbare il loro sonno nella mia ultima notte, ma temo le torture che potrebbero escogitare se li seccassi così, perché a quanto ho sentito e letto e visto, l’uomo abbrutito, così carente di ogni altro tipo di immaginazione, si dimostra straordinariamente ricco di risorse quando si tratta di inventare metodi nuovi e ingegnosi per fare del male.

Non posso accusare nessuno di noi, o tutti. Siamo tutti morti e moribondi, siamo tutti feriti. Noi tre, il castello in rovina, questi tristi guerrieri, nessuno di noi si merita di finire così, ma non dovremmo sorprenderci: è degno di nota, e anche di essere celebrato, il fatto che qualcuno riceva ciò che si merita.

Castello, non saresti mai dovuto bruciare. Quel mulino era di legno: combustibile pieno d’aria. Tu eri di pietra. Sentivi con antico disprezzo il rombo terrestre delle sue ruote in ininterrotto movimento, eppure sei bruciato tu al posto suo, e adesso, a parte il tuo cranio scavato di travi annerite, non sembri quasi cambiato, visto da qui, nell’oscurità, eppure sei sventrato, come lo sarò io fra poco… Mi hanno detto che potrebbero minarti, per raderti al suolo, ma credo che l’abbiano detto più per abbattere me che te. Dovrebbero sprecare dell’utile esplosivo solo per distruggere te? Non credo proprio che lo faranno.

Castello, non ti ho reso giustizia dicendo che questa potrebbe essere un’epoca qualsiasi; un tempo le tue pietre avrebbero garantito la migliore delle protezioni, ma nei giorni dei cannoni e dell’artiglieria, basta puntarle contro di te, le canne dei cannoni, simili ad aghi di bussola, per appiccarti all’istante quel fuoco.

Forse abbiamo distrutto ciò di cui facevi parte nell’istante stesso in cui l’acciaio ha colpito la pietra della cava, e il martello del muratore e la granata sparata dal cannone sono entrambi responsabili della ferita. Tutto alla fine è costruzione, compreso questo: un uomo sul punto di morire che si rivolge a un edificio bruciato. Il mio sbaglio estremo, la mia finale follia. Ma in fondo siamo la bestia che dà nomi, l’animale che pensa grazie a una lingua, e tutto attorno a noi si chiama come noi abbiamo stabilito di chiamarlo, per mancanza di termini migliori, e ogni cosa a cui diamo un nome significa — per quanto ci riguarda — proprio ciò che vogliamo che essa designi. E, comunque, alla fine veniamo ugualmente puniti: perché le nostre belle parole definitorie alla fine non domano nulla, e se cadiamo vittime dell’ignota grammatica della nostra vita, dobbiamo affrontare con coraggio gli elementi e soffrire in cambio la loro indifferenza, del tutto ricambiata.

Il falco se n’è andato. Le ombre della notte ti lasciano sola come un’unica fiamma pallida sospesa sul guscio del castello, appena sfiorata da un cupo bagliore rosso rubino emesso dalle braci ancora accese all’interno. Forse l’uccello tornerà a liberarmi dalle corde, o forse i superstiti del gruppo a cui apparteneva il cannone — e che forse sono gli stessi che stamattina hanno teso l’imboscata alla luogotenente — attaccheranno all’improvviso, sconfiggeranno i miei torturatori e mi libereranno, colmi di gratitudine. O forse il vento gelido e le nuvole gonfie preannunciano la neve, che scenderà a coprirmi e ad ammorbidire i profili di ogni cosa qui intorno, compresi i cuori dei soldati, che avranno pietà di me e mi lasceranno andare.

Voglio una fine troppo pulita? O troppo aperta? Non lo so, miei cari, anche se prima dell’alba avrò la risposta, senza alcun dubbio.

Credo di voler morire, adesso. Davvero? Sono paradossale? Siamo tutti così: in noi la destra controlla e percepisce la sinistra, la sinistra la destra, ciò che vediamo è tutto invertito, e siamo sempre in due menti.

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