Grazia Deledda - Canne al vento

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«Vada, vada…»

E don Predu andò a sedersi accanto alla fidanzata.

«Come andiamo d’umore, oggi?»

«Lascia, Predu, non tirar la tela, mi fai pungere…»

«È questo che voglio!»

«Predu, lasciami; sei come un ragazzetto!»

«Colpa tua che hai fatto la malìa per farmi rimbambire…»

«Predu! Smettila!»

«Sai cosa dice quella filosofessa di Stefana? Dice che adesso tu hai fatto la malìa al rovescio: prima per farmi dimagrire, adesso per farmi ingrassare…»

«Tu scherzi, Predu; ma le tue serve hanno la lingua lunga.»

«Ma è una cosa evidente, che ingrasso. Non c’è che un mezzo per rompere la malìa…»

Donna Ester s’appoggiò alla sedia di Noemi e guardò il cugino senza parlare, aspettando. Egli infatti sollevò il viso verso di lei, si batté le mani sulle ginocchia e disse:

«Ebbene, quando vogliamo romperla, questa catena?».

«Spetta a te, Predu, decidere.»

Noemi cuciva: sollevò anche lei il viso, gli occhi le brillarono, ma tosto li riabbassò e non disse parola.

«Ester, io direi prima dell’Avvento.»

«Bene: prima dell’Avvento.»

«Ti pare che sia tutto pronto, verso la metà del mese?»

«Sarà tutto pronto, Predu.»

«E va bene.»

Silenzio: Noemi cuciva, donna Ester la guardava di sopra la spalla. Finalmente don Predu domandò quasi timido:

«E tu cosa dici?».

«Di che cosa parlate?»

«Noemi!», protestò donna Ester; ma il fidanzato le cennò di tacere e ricominciò a tirar la tela dalle ginocchia della fidanzata.

«Della malìa, parliamo! Di disfarla prima che io ingrassi troppo. Come disfarla, dici tu? Così, ecco così! Alla salute di chi ci vede.»

E fra il ridere un poco forzato di donna Ester e le proteste di Noemi, che egli teneva ferma per le spalle, si udì lo scoccare forte di un bacio.

«Come sono contento! Adesso posso morire», pensava Efix sotto il panno; ma aveva come l’impressione di non potersene andare, di non poter uscire da quel cerchio di muri che lo serrava.

Don Predu rimase tutto il giorno lì, invitato a pranzo dalle cugine: parlava, rideva, si beffava nuovamente del prossimo; ogni tanto però taceva, anche perché Noemi pareva curarsi poco di lui. Un silenzio grave circondava allora Efix, ed egli capiva d’esser d’ingombro, di dar peso e soggezione alle donne e allo stesso don Predu.

Bisognava «andarsene», lasciare liberi i fidanzati di amarsi e scherzare senza quell’immagine della morte davanti a loro.

E d’un tratto, lì sotto al buio, sotto il panno, gli parve di capire perché non poteva andarsene. Era qualcosa che lo tratteneva ancora nella casa dei padroni, come un conto non aggiustato, che bisognava aggiustare.

E quando donna Ester si chinò su lui, credendolo addormentato e sollevò lievemente il lembo del panno, lo vide con gli occhi spalancati, col viso rosso, le labbra tremanti.

«Ebbene, Efix, che hai?»

Egli le accennò con le palpebre di accostarsi di più, le mormorò sul viso con un filo di voce:

«Donna Ester mia, di grazia, se vuole mi chiami prete Paskale».

Dopo la confessione non parlò più, non si lamentò più.

Stava col capo coperto, ma donna Ester ogni volta che sollevava il panno vedeva il povero viso sempre più piccolo, violaceo, raggrinzito come una prugna secca. Una sera egli aprì gli occhi fissandola con quel suo sguardo di spavento che le destava tanta pietà, e mormorò senza più voce:

«È lunga, donna Ester mia! Abbiano pazienza».

«Che cosa è lunga, Efix?»

«La strada… Non s’arriva mai!»

Gli sembrava infatti di camminare sempre. Saliva un monte, attraversava una «tanca»; ma arrivato al confine di questa ecco un altro monte, un’altra pianura; e in fondo il mare. Adesso però camminava tranquillo, e solo gli dispiaceva di non arrivar mai per sgombrare del suo corpo la casa delle sue padrone: ma un giorno, o una notte – non capiva più che tempo era – gli parve d’esser giunto al muricciuolo del poderetto, su in alto sul ciglione delle canne, e di sdraiarsi pesantemente sulle pietre. Le canne frusciavano, piegandosi fino a lui per toccarlo, per lambirlo con le foglie che avevano qualche cosa di vivo, come dita, come lingue. E gli parlavano, e una gli pungeva l’orecchio perché sentisse meglio: era un mormorio misterioso che ripeteva il sussurro dei fantasmi della valle, la voce del fiume, il salmodiare dei pellegrini, il palpito del Molino, il gemito della fisarmonica di Zuannantoni. Egli ascoltava, aggrappato bocconi al muricciuolo e da una parte vedeva la cucina delle sue padrone, dall’altra una distesa nebbiosa come lassù dal Monte Gonare.

Donna Ester saliva dalla valle col viso coperto da un’ala nera; sollevava l’ala, mostrava il suo viso scuro, doloroso, gli occhi velati di pietà, ma si traeva indietro dal muricciuolo come per paura di cadere; ed ecco altre figure salivano, tutte col viso nascosto da un’ala nera, e tutte si avvicinavano ma si ritraevano subito spaurite, spaventate dal pericolo di precipitare al di là.

Efix le riconosceva tutte, queste figure, le sentiva parlare, capiva che erano vive e reali; eppure aveva l’impressione di sognare: erano figure del sogno della vita.

Era il prete, era il Milese, era Zuannantoni, erano le serve di don Predu, e don Predu stesso e Noemi: a volte qualcuno di loro si faceva coraggio e cercava di aiutarlo, di trarlo giù dal muricciuolo, senza riuscirvi.

Ed egli cominciò a provare fastidio di loro; volse il viso di là e fissò la valle nebbiosa. Ed ecco la nebbia cominciò a diradarsi; macchie di boschi dorati apparvero fra squarci di azzurro, e sul ciglione sopra di lui un melagrano come quelli di cui raccontava il cieco curvò i suoi rami pesanti di frutti rossi spaccati che lasciavano cadere i loro chicchi di perla.

Ma la gente al di là del muricciuolo non lo lasciava in pace a contemplare tanto bene; egli non si volgeva più, e solo un giorno una mano che si posava sulla sua spalla e una voce che lo chiamava piano piano all’orecchio lo fecero sobbalzare. «Efix! Efix!»

Il viso di Giacinto, gli occhi dolci umidi di pietà stavano sopra di lui: fra tante figure morte quella gli parve ancora la sola viva, tanto viva che le sue mani calde avevano quasi la potenza di tirarlo su, rimetterlo dritto nel mondo di qua.

Ma fu un momento: ecco che si velava anch’essa, perdeva forza, ritornava fantasma; ed Efix provò dolore, come fosse Giacinto a morire, non lui.

«Efix, su, su! Che fai? Non mi dici niente? Sono venuto per te, sai. Sono qui. Non volevano lasciarmi entrare ed ho saltato il muro. Su, guardami!»

Egli lo guardava, ma non ne vedeva più gli occhi.

«Zia Noemi è scappata come di volo, vedendomi! Proprio non mi perdonerà mai! Che cosa ti ha raccontato, dimmi? Che non vuol più vedermi, che ha giurato di non pronunziare più il mio nome? Lo so: ma non importa. Son contento che si sposi; sai cos’era accaduto, l’ultima volta che venni? Io le dicevo: "Sposatevi, zia Noemi; zio Pietro è ricco, vi ama, vi renderà felice". Essa mi guardava con disprezzo, ed io capivo bene che non si sarebbe decisa mai. Allora Efix, senti – parliamo piano, non stia ad ascoltare – ebbene, ricordai il tuo consiglio. La guardai bene negli occhi e le dissi: "Zia Noemi, io sposerò Grixenda, perché solo Grixenda, povera come me, giovane e sola come me, può essere la mia compagna". Allora Noemi si fece pallida come una morta; ebbi paura e me ne andai. Piangevo; te lo disse? Su, Efix, tu non mi ascolti. Su! Ecco zia Ester. Non è vero, zia Ester, che Efix finge d’esser malato per non venire alle nozze mie ed a quelle di zia Noemi, per non farci il regalo? Eppure, dicono, denari ne hai portati, dal tuo viaggio…»

Efix sentiva le parole e le capiva anche, ma erano senza suono, come parole scritte.

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