Grazia Deledda - Canne al vento

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«Racconta quel poco…»

«Bene, sì, le dirò…»

Noemi apparecchiava, silenziosa: ecco lo stesso canestro annerito dal tempo, levigato dall’uso; ecco lo stesso pane e lo stesso companatico. Efix mangiava e raccontava, con parole incerte, velate di menzogna timida; ma quando ebbe gettato le briciole e il fondo del bicchiere sul pavimento – poiché la terra vuole sempre la sua piccola parte del nutrimento dell’uomo – si drizzò un po’ sulla schiena e i suoi occhi si circondarono di rughe raggianti.

«Dunque, in viaggio eravamo tutti poveri diavoli: si andava, si andava, senza sapere dove si andava a finire, ma sempre con la speranza del guadagno. Si andava, in fila, come i condannati…»

«Ma non eravate in mare?»

«In mare, sì, cosa dico? E in mare in burrasca, anche. Mi sono tante volte bagnato. Fame non se ne pativa, no; eppoi, chi aveva fame? Io no: sentivo qualche volta come una mano che mi abbrancava lo stomaco e pareva volesse estirparmelo: allora mangiavo e mi acquetavo. Arrivati là si cominciò a lavorare.»

«Che lavoro era?»

«Oh un lavoro facile, per questo; così… si levava la terra da un posto e si metteva nell’altro…»

«Ma è vero che si fa un canale perché ci passi il mare? Ma l’acqua non segue, dentro il canale?»

«Si, veniva dentro il canale; ma ci son le macchine per tenerla indietro. Son come delle pompe… io non le so descrivere, insomma!»

Noemi ascoltava, zitta, lisciando la schiena al gatto che le ronfava in grembo con voluttà. Ascoltava, ma col pensiero lontano.

«Eravate proprio in campagna? Dicono che là è tutto caro. Rammenti quello che raccontavano gli emigranti, laggiù al Rimedio? Eppoi, dicono, è un paese dove non ci si diverte.»

«Oh, per questo ci si diverte! Chi ha voglia di divertirsi, s’intende! Chi suona, chi balla, chi prega, chi si ubriaca: e poi tutti se ne vanno…»

«Se ne vanno? E dove?»

«Volevo dire… alle loro baracche, a riposarsi.»

«E che lingua parlano?»

«Lingua? Di tutte le parti. Io parlavo sardo, coi miei compagni…»

«Ah, tu avevi dei compagni sardi?»

«Avevo dei compagni sardi. Uno vecchio e uno giovane. Mi pare di averli ancora ai fianchi, salvo il rispetto alle loro signorie.»

Gli occhi di Noemi scintillarono di malizia.

«Spero che noi siamo più pulite!», disse, stringendogli il braccio.

«Sì, un vecchio e un giovane. Litigavano sempre: erano cattivi, invidiosi, gelosi, ma in fondo erano anche buoni. L’uomo è fatto così: buono e cattivo: eppoi si è sempre disgraziati. Anche i ricchi, spesso son disgraziati. Ah, ecco!»

Ecco, la stretta della mano di Noemi gli ricordava la stretta di Giacinto, là nel cortiletto di Nuoro, e il segreto che impediva alla donna di accettare la domanda di don Predu.

«Don Predu, verbigrazia», disse quasi involontariamente; indi aggiunse guardando la padrona giovane, «non è forse ricco e disgraziato?»

Ma la padrona rideva di nuovo ed egli contro sua volontà s’irritò.

«Che c’è da ridere? Ebbene, non è forse disgraziato, don Predu? Finché lei, donna Noemi mia, non avrà pietà di lui… Eppure egli è buono.»

Allora donna Ester si alzò, appoggiando la mano alla spalliera della panca e stette a guardarli severa.

«Ma che buono», disse Noemi, senza più ridere. «È vecchio, adesso, e non può più beffarsi del prossimo: ecco tutto! Non parliamo di lui.»

«Parliamone invece», disse donna Ester con forza. «Efix, spiegami le tue parole.»

«Che cosa devo spiegarle, donna Ester mia? Che don Predu vuole sposare donna Noemi?»

«Ah, tu pure lo sai? Come lo sai?»

«Sono stato io il primo paraninfo.»

«Il primo e l’ultimo», gridò Noemi buttando via il gatto come un gomitolo. «Basta; non voglio se ne parli più.»

Ma Efix si ribellava.

«Ma perché io non gli ho mai portato la risposta, donna Noemi mia! Come potevo portargliela? Non osavo, e sono fuggito per questo.»

Donna Ester tornò a sedersi accanto a lui, ed egli la sentì tremare tutta.

«Ah, Efix», mormorava. «Egli aveva l’idea fin d’allora e tu non dicevi nulla? E tu sei fuggito? Ma perché? In verità mia, mi pare tutto un sogno. Io non ho saputo mai nulla: solo la gente veniva a dirmelo, solo gli estranei. E tu, sorella mia, e tu… e tu…»

«Che dovevo dirti, Ester? Ha forse mai fatto la sua domanda, lui? Quando s’è mai spiegato? Manda regali, viene qualche volta, si mette a sedere, chiacchiera con te e a me quasi non rivolge la parola. L’ho mai cacciato via, io?»

«Tu non lo cacci via ma fai peggio ancora. Tu ridi, quando egli viene; tu ti burli di lui.»

«È giusto! Quel che si semina si raccoglie.»

«Noemi, perché parli così? Sembri diventata matta, da qualche tempo in qua! Tu non ragioni più. Perché dici che egli si burla di te se ti ha mandato a dire che ti vuol bene?»

«Egli me lo mandò a dire con un servo!»

Donna Ester guardò Efix, ma Efix taceva, a testa bassa, come usava un tempo quando le sue padrone questionavano. Aspettava, d’altronde, certo che Noemi nonostante il suo disprezzo doveva tornare a lui per riprendere il discorso fra loro due soli.

«Efix, la senti come parla? Eppure io ti dico che non sei stato tu solo a dirglielo. Anche Giacinto…»

Ma questo nome fece come un vuoto pauroso attorno; ed Efix vide Noemi balzare convulsa; livida di collera e d’odio.

«Ester!», disse con voce aspra. «Tu avevi giurato di non pronunziare più il suo nome.»

E uscì, come soffocasse d’ira.

«Sì», mormorò donna Ester, curvandosi all’orecchio di Efix. «Ella lo odia al punto che m’ha fatto giurare di non nominarlo più. Quando venne ultimamente per dirci che sposa Grixenda e per consigliare Noemi ad accettare Predu, ella lo cacciò via terribile come l’hai veduta adesso. Ed egli andò via piangendo. Ma dimmi, dimmi, Efix», proseguì accorata, «non è una gran cattiva sorte la nostra? Giacinto che ci rovina e sposa quella pezzente, e Noemi che rifiuta invece la buona fortuna. Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?»

«Sì», egli disse allora, «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.»

«Sì, va bene: ma perché questa sorte?»

«E il vento, perché? Dio solo lo sa.»

«Sia fatta allora la sua volontà», ella disse chinando la testa sul petto: e vedendola così piegata, così vecchia e triste, Efix si sentì quasi un forte. E per confortarla pensò di ripeterle uno dei tanti racconti del cieco.

«Del resto è che non si è mai contenti. Lei sa la storia della Regina di Saba? Era bella e aveva un regno lontano, con tanti giardini di fichi e di melagrani e un palazzo tutto d’oro. Ebbene, sentì raccontare che il Re Salomone era più ricco di lei e perdette il sonno. L’invidia la rodeva; tanto che volle mettersi in viaggio, sebbene dovesse attraversare metà della terra, per andare a vedere…»

Donna Ester si curvò un po’ dall’altro lato e prese il libro in mezzo al quale aveva chiuso gli occhiali.

«Queste storie sono qui: è la Sacra Bibbia.»

Efix guardò umiliato il libro e non continuò.

Rimasto solo si sdraiò sulla stuoia, ma nonostante la grande stanchezza non poté addormentarsi: aveva l’impressione che i ciechi fossero coricati li accanto e che intorno e fuori nelle tenebre si stendesse un paese ignoto. Le sue padrone però stavano lì sulla panca, e lo guardavano, donna Ester vecchia e quasi supplichevole, donna Noemi ridente ma più terribile di quando era austera. E, cosa strana, non sentiva più soggezione di donna Ester, non aveva più paura di donna Noemi; era davvero come il servo affrancatosi diventato ricco davanti ai suoi padroni, poveri.

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