Grazia Deledda - Canne al vento

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All’alba si mosse. Addio, questa volta partiva davvero e mise tutto in ordine dentro la capanna: gli arnesi agricoli in fondo, la stuoia arrotolata accanto, la pentola capovolta sull’asse, il fascio di giunchi nell’angolo, il focolare scopato: tutto in ordine, come il buon servo che se ne va e tiene al giudizio favorevole di chi deve sostituirlo.

Portò via la bisaccia, colse un gelsomino dalla siepe e si volse in giro a guardare: e tutta la valle gli parve bianca e dolce come il gelsomino.

E tutto era silenzio: i fantasmi s’erano ritirati dietro il velo dell’alba e anche l’acqua mormorava più lieve come per lasciar meglio risonare il passo di Efix giù per il sentiero; solo le foglie delle canne si movevano sopra il ciglione, dritte rigide come spade che s’arrotavano sul metallo del cielo.

«Efix, addio, Efix addio.»

Ritornò dalle sue padrone e si coricò sulla stuoia.

«Hai fatto bene a venir qui», disse donna Ester coprendolo con un panno; e Noemi si curvò anche lei, gli tastò il polso, gli afferrò il braccio cercando di convincerlo a mettersi a letto.

«Mi lasci qui, donna Noemi mia», egli gemeva sorridendo ma con gli occhi vaghi come quelli del cieco, coperti già dal velo della morte. «Questo è il mio posto.»

Più tardi un nuovo accesso del male lo contorse, lo annerì; e mentre le padrone mandavano a chiamare il dottore egli cominciò a delirare.

La cucina si empiva di fantasmi, e l’essere terribile che non cessava di colpirlo gli gridò all’orecchio:

«Confessati! Confessati!».

Anche donna Ester si inginocchiò davanti alla stuoia mormorando:

«Efix, anima mia, vuoi che chiamiamo prete Paskale? Ti leggerà il Vangelo e questo ti solleverà…».

Ma Efix la guardava fisso, con gli occhi vitrei nel viso nero brillante di gocce di sudore; il terrore della fine lo soffocava, aveva paura che l’anima gli sfuggisse d’improvviso dal corpo, come era fuggito lui dalla casa dei suoi padroni, e scacciata dal mondo dei giusti si mettesse a vagabondare inquieta e dannata coi fantasmi della valle; eppure rispose di no, di no. Non voleva il prete: più che della morte e della sua dannazione aveva paura di rivelare il suo segreto.

Ed ecco don Predu che arriva, siede accanto alla stuoia e comincia a scherzare. È allegro, don Predu; s’è ingrassato di nuovo e la catena d’oro non pende più tanto sul suo panciotto nero.

«Perché sei tornato qui, babbeo? Se venivi a casa mia ci stavi male? Sei come il gatto che ritorna anche se portato via dentro il sacco. Su, andiamo; ti metterò nel letto di Stefana.»

Anche Noemi, curva con una scodella fumante in mano, mentre gli asciuga il sudore dal viso, cerca di imitare il suo grosso fidanzato.

«Su bevi; che vuoi morire scapolo?»

«Dunque», disse Efix sollevando il capo ma rifiutando il brodo, «ce ne andiamo…»

«Ma cosa dici? Vuoi andare di nuovo? Che girellone…»

«Oh, uomo, che fai? Andiamo su da Stefana che t’ha serbato una melagrana… Su, ragazzo!»

Ma Efix rimise la testa giù e chiuse gli occhi, non perché offeso dagli scherzi dei suoi padroni ma perché si sentiva tanto lontano da loro, da tutti. Lontano, sempre più lontano, ma con un peso addosso, con un traino che non gli permetteva di andare avanti, di tornare indietro. Era peggio di quando si portava appresso i ciechi.

Finalmente arrivò il dottore: lo palpò tutto, gli batté le nocche delle dita sul ventre duro come un tamburo, lo voltò, lo rivoltò, gli buttò addosso il panno come su un pane che fermenta.

«È il fegato che fa un brutto scherzo. Bisogna andare a letto, Efix.»

Il malato sollevò l’indice, accennando di no.

«Tanto devo morire: mi lasci morire da servo.»

«Davanti a Dio non ci sono ne servi ne padroni», disse donna Ester; e don Predu si curvò e tentò di sollevarlo fra le sue braccia.

«Zitto, babbeo. Zitto!»

Ma Efix si mise a gemere, scuotendosi debolmente come un uccello ferito che tenta ancora di volare.

«Voi volete farmi morire prima dell’ora…»

Allora il dottore fece un cenno con la mano e con la testa sollevando gli occhi al cielo, e don Predu rimise giù il malato, lo ricoprì, non scherzò più.

Così lo lasciarono. E le ore e i giorni passavano, ed Efix nel delirio sognava di camminare, camminare coi ciechi, attraverso le valli e le «tancas» dell’altipiano, e sognava le feste, i soldi che cadevano davanti a lui, le donne pietose, i bei giovani sui cavalli balzani che correvano sulla costa del Monte e da lontano gli lanciavano monete e parole mordenti.

Ma alte pareti affumicate, con chiazze rosse di rame, con una panca in fondo, circondavano sempre l’orizzonte: al di là non si andava, mentre egli aveva bisogno di andare al di là, per liberarsi del suo peso, per guarire del suo dolore.

Due volte Noemi lo trovò alzato che tentava di uscire fuori del cortile. Levarono la chiave dal portone.

Donna Ester si curvava su lui, gli accomodava il guanciale, la coperta addosso, gli tastava il polso.

«Efix, il Rettore verrà a visitarti.»

Egli sollevava l’indice, accennando di no, a occhi chiusi.

Nei primi giorni qualcuno domandò di visitarlo; ma Noemi apriva appena il portone e mandava via tutti. Egli, dentro, sentiva. E che la gente si ricordasse di lui, così lontano, così al limite del mondo, lo sorprendeva e lo turbava.

«Chi era che mi cercava poco fa?», domandò una mattina a donna Ester.

«Sarà stato Zuannantoni.»

«Se torna, donna Ester mia, di grazia, lo lasci entrare… È bene cominciare a congedarsi…»

«Che dici, Efix! Perché questa idea fissa? Perché non vuoi che venga il Rettore? Ti reciterebbe il Vangelo e non avresti più paura di morire…»

Egli non rispose. No, non lo ingannavano: ma l’ora non era ancor giunta, ed egli si aggrappava alla vita solo perché aveva paura di deporre il suo peso in casa delle sue padrone.

Intorno a lui la vita prendeva un aspetto nuovo: un’onda di gioia pareva invadere la casa quando arrivava don Predu, ed erano timide risate di donna Ester, discussioni dei fidanzati, progetti, chiacchiere, improvvisi silenzi per rispetto al malato.

Allora egli si sentiva d’ingombro e desiderava andarsene.

Una mattina donna Ester, che dormiva nella camera terrena per vegliarlo, s’alzò presto, rimise tutto bene in ordine parlando sottovoce fra sé, e curvandosi per fargli bere una tazzina di latte, disse:

«Su, Efix, allegro! Oggi Predu fisserà il giorno delle nozze. Sei contento?».

Egli accennò di sì; poi si coprì la testa col panno e là sotto gli pareva d’essere già morto, ma di gioire lo stesso per la buona fortuna delle sue padrone.

Anche Noemi s’alzò presto; discuteva con la sorella e diceva con fierezza:

«Perché il giorno deve fissarlo lui e non io? Io non sono una paesana per seguire l’uso comune».

«Che impazienza ti è presa? Le pubblicazioni sono fatte: oggi si parlerà del resto.»

Noemi era agitata ed Efix la sentiva andare e venire per la casa, con passo lieve ma inquieto; finalmente ella sedette accanto all’uscio a cucire silenziosa, e quando arrivò don Predu scostò la sedia, tirando in là la tela per lasciarlo passare, ma sollevò appena il viso per guardarlo e rispose con un lieve cenno del capo al saluto di lui. Ed ecco subito donna Ester scese giù le scale annodandosi il fazzoletto, pronta a servire da interprete ai due fidanzati fra i quali spesso nascevano malintesi, perché Noemi si offendeva di tutto e capiva tutto alla rovescia nonostante la buona volontà di don Predu.

Dapprima, appena entrato, egli s’avvicinò ad Efix e lo guardò dall’alto.

«Come va? Bene, mi pare. Alziamoci, su!»

Efix sollevò gli occhi infossati indifferenti, e poiché don Predu si chinava a toccarlo, tese la mano come per respingere il corpo poderoso che sfiorava il suo in dissoluzione.

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