Paolo Villaggio - Mi dichi

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Secondo voi "kibbutz" è un’espressione usata dalle contadine di Alberobello quando sentono bussare alla porta del trullo? "Venerea" si dice di donna bellissima e diafana? "Prostata" di persona sdraiata a terra, a faccia in giù, in atto di adorazione? "Kandinsky" è un dolce nazionale ungherese? E, passando al latino,
significa "il mio mento sembra quello di un negro"?
"tenere le mani all’ altezza delle ascelle"?
"perdio, che macchina!"?
Allora avete bisogno di questo
un saggio tanto divertente quanto impietoso, scritto da una delle più grandi voci umoristiche della nostra storia. Villaggio ci fa ridere e riflettere sull’ italiano scritto e quello parlato, la neolingua degli SMS e dei computer, i congiuntivi degli accademici e il linguaggio degli intellettuali di sinistra.
Così l’ inventore di Fantozzi torna a fustigare, esaltare, fotografare l’ italiano medio. Inteso, stavolta, come lingua.
In sovraccoperta:
Paolo Villaggio ha scritto oltre trenta libri, gli ultimi dei quali sono
(Feltrinelli, 2008), Sione
(Mondadori, 2009) e
(Mondadori, 2010). Ha vinto il Premio Città di Vigevano e due volte il Premio Flaiano.

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Durante il viaggio in treno per Roma ho capito con gioia che quasi tutti capivano e parlavano l’ italiano. A un avvocato di Pisa ho domandato: «Mi scusi, ma lei parla l’ italiano?».

E quello: «Ocché, tu se’ grullo! Qui tutti si parla pisano, inquantocché noi si sciacqua spesso li panni nel torrente Magra!».

«Ah… non nell’ Arno?»

«Una volta! L’ultima lavandaia, che poi l’ era ‘n omo, venne a lavorare per diletto vischio a Ponte Vecchio a Fiorenza. Un malato di mente, scappato da ‘n manicomio di Milano e che se chiamava… me pare… Guglielmo Marconi…»

«Manzoni, vorrà dire.»

«L’ho capito, le’ fa il mascellaio!»

Fine viaggio

Rinfrancato dalle parole dell’ avvocato di Pisa mi sono messo di “buzzo buono” e ho cominciato a lavorare su un prontuario della lingua italiana.

P. S. Ma qui mi viene un sospetto: si dice “buzzo”, “guzzo” o “gozzo” buono?

Avete capito? Questo è il problema.

L’italiano parlato

L’italiano parlato è una lingua abbastanza diversa dall’ italiano scritto. Pochi parlano bene l’ italiano, tranne i fiorentini, i pisani e i senesi, che hanno la fortuna di usare il loro dialetto con la presunzione e l’ arroganza d’essere gli unici “parlatori” della corretta lingua madre della Penisola.

Alessandro Manzoni ha collaborato a questa fama dei toscani quando, prima di dare alle stampe Gli sposi promessi, ha confessato d’essere andato di nascosto a “sciacquare i panni in Arno”. S’è fermato vestito da pescatore, con canna e lenza, piedi in acqua per tre mesi. Cosa che gli è costata l’ artrite deformante che gli ha rovinato la vita e ci ha salvati da un altro romanzo. Però i suoi personaggi parlano: l’ innominato, un dialetto più vicino al milanese della sindachessa Letizia Moratti che al fiorentino; don Rodrigo, con la mandria dei suoi “bravi”, castigliano puro; don Ferrante, durante la rivolta del pane al Cordusio, ha sussurrato al cocchiere: «Adelante ma con judicjo…»; don Abbondio, Agnese, Renzo e Lucia, ai giorni nostri sarebbero scambiati per turisti poveri svizzeri, di Lugano o Bellinzona.

Insomma, l’ italiano non è mai stato una lingua omogenea. Fino all’ inizio del Novecento ognuno nella sua zona parlava una lingua regionale: i famigerati dialetti. Quelli del Sud venivano facilmente intuiti in tutta l’ Italia centrale, mentre i “polentoni” del Nord non capivano un cazzo della lingua di quei maledetti “terroni”.

È successo, però, che dopo la Seconda guerra mondiale una grande massa di “terroni” è andata al Nord a cercare lavoro. Si vergognavano del loro accento da poveri e così la seconda generazione ha creato una nuova poltiglia linguistica.

Gli unici che con accanimento hanno continuato a parlare a modo loro sono stati i toscani, ma ormai quegli strani accenti aspirati sono usati soltanto dai comici in difficoltà. I valdostani, che si rifiutano di parlare italiano, hanno imposto nella loro costituzione regionale il patois, pronunciato “patuà”, una via di mezzo tra il savoiardo e il piemontese; gli altoatesini parlano e scrivono per dispetto solo in tedesco, e i friulani, che per motivi alcolici non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di merda e l’ abitudine di ruttare violentemente.

Per finire, i sardi si esprimono malamente in sardo, una lingua straniera che sta tra il catalano e il maiorchino delle isole Baleari.

Poi è arrivata la televisione, i dialetti sono stati sterminati e, nonostante gli sforzi patetici di qualche vecchio conservatore, ha preso forma un neoitaliano.

È una lingua povera, con forti cadenze romane e lombarde, perché la televisione Berlusconi la fa a Milano, e la RAI a Roma.

L’italiano abituale

L’italiano parlato è ormai una lingua “volgare” come lo era quella di Dante confrontata con il latino, la lingua degli intellettuali di allora e della Chiesa.

Ecco una conversazione in un locale di ricchi commercianti di Cuneo ai giorni nostri. Siamo in un’osteria del centro, usata come ristorante alla moda. Sono le 19.30 di un sabato sera, il locale è vuoto. Il padrone, con grembiule bianco e gilet nero, è in maniche di camicia. Guarda l’ orologio, sorride, e apre la porta.

Entrano una cinquantina di persone, sono tutti in giacca e cravatta, sorridenti, mani sudate e aliti micidiali.

Fingono di sembrare felici, perché è il dì di festa e sono seguiti dal branco delle mogli. Abituate a strisciare in pantofole, le disgraziate sono tutte “salite” su tacchi di quindici centimetri. Non parlano, perché hanno le facce tese degli equilibristi che camminano sulle funi. Traballano visibilmente usando le borse come contrappesi. Ed ecco che una “signora” lancia un urlo agghiacciante: «Ma porca di quella vacca troia!..»; cade violentemente sopra una sedia e rotola scomparendo sotto un tavolo. Si avventa il proprietario, aiutato da due camerieri pachistani che non capiscono l’ italiano: «Signora, tutto bene? Nulla di rotto?». Il marito, già seduto a tavola: «Si è sicuramente rotta un braccio quella scema, e vedrete che dirà che io sono il cappio espiatorio, perché la obbligo a uscire coi tacchi alti». Dal bar, il barista: «Signora, le converrebbe mettersi delle scarpe artopediche…». Da un tavolo lontano si alza un ansioso: «Chiamate una… un… un’antu… un’antulubanza…»; il barista: «Il signore vuol dire un’autolitanta»; e il proprietario: «Stai zitto tu, ignorante!» E tranquillizza tutti: «Non s’è rotta nulla per il rotolo della cuffia».

Il marito, sempre seduto: «Peccato, sono stato sfortunato»; e la signora prendendo posto: «Ma va’ a dar via il ciap!». Il proprietario, battendo le mani: «Allergia! Beviamoci su qualcosa!». L’ansioso: «Scusatemi, è che sono astioso…»; da un altro tavolo un medico di famiglia: «Sì, la capisco, ma lasci parlare il sottoscritto, che sono afferrato in materia». Il barman, implacabile: «Guardate che alla signora ci cola sangue dal naso! Portateci del cotone idrofobo!».

Il medico: «Ma stia zitto lei, che non sa neppure parlare italiano! Sarebbe solo un semplice pagliativo». Il padrone: «Allergia! Tutto finito! Avanti col vino!». L’ansioso, con un filo di sangue al naso: «Non vorrei che anche a me…»; il medico di famiglia: «E la smetta! Lei non ha nulla, semplicemente sodomizza la sua ansia!».

Arrivano gli antipasti e la serata comincia. Le donne parlano solo con le donne di uomini, e gli uomini parlano solo di donne e di affari.

Il marito: «Checché se ne dice, a me quella di Clinton mi arrazza… Com’è che si chiama?»; uno di fronte: «Monica Lewinsky, dicevano che era una stragista, perché ammazzava la gente». Il barman da lontano, sommessamente: «Che ignorante, in americano “stagista” vuol dire pompi…»; il proprietario con balzo da leone gli tappa la bocca con un tovagliolo.

Le donne, intanto, si sono tolte le scarpe. Una all’ amica di fronte: «Ti vedo radiante! Sei dimagrita?»; e una moglie, lontana, all’ orecchio di un’altra moglie: «Seee, dimagrita… Quella si è fatta il leasing al viso». Il gruppo degli uomini parla di un tale a un tavolo lontano: «Quello lì è nella merda più completa! Ha messo su un’industria di calce a spruzzo e i cinesi, pronti, gliene hanno aperte quattro intorno».

Al tavolo del medico di famiglia: «Dottore, mi scusi, c’ho il polistirolo alto, che devo fare?»; e quello, pomposo: «Sappie… sallo…»; il barman, dal fondo: «Seppie!». Il padrone, infuriato: «Vuoi stare zitto, tu?». Una moglie: «Avete visto che occhi sfosforescenti ha il padrone? Stava per andargli contro come un’onda anonima!». Intanto uno degli uomini, forse un po’ ubriaco, sbotta: «Io questa storia dei preti perorili non la sopporto!». «Ma lascia perdere, la cosa più grave è che ormai tutti questi excomunitari sono dei delinquenti, ladri, transennali… no, volevo dire traversali»; il barman: «Transanali!». E il medico di famiglia: «Ma la cosa per la quale io chiederei la pena di morte è per quelli che strupano… stumpano…»; il barman: «Sturano!»; il medico: «Esatto! Sturano le bambine!». Tutti applaudono.

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