1 ...6 7 8 10 11 12 ...17 “Beh, credo di sì”. La ragazza si sentiva male per la fame. Il dolcetto che si trovava nella sua borsa, che doveva essere per i bambini, e perciò intoccabile, iniziò a divenire una tentazione irresistibile.
“Devo anche mandare una email all'agenzia, per fargli sapere che sono arrivata. Posso avere la password del Wi-Fi per favore? Il mio telefono non prende qui”.
Lo sguardo di Margot stava diventando sempre più vacuo. “Non abbiamo il Wi-Fi, e non c'è segnale. Solo una linea fissa nello studio di Pierre. Per inviare una email, devi andare in paese”.
Senza attendere una risposta, la donna si voltò e si avviò verso la suite matrimoniale.
Le domestiche se ne erano andate, lasciando la camera di Cassie in uno stato di gelida perfezione.
La ragazza chiuse la porta.
Non si era mai immaginata di poter sentire la nostalgia di casa, ma in quel momento desiderava una voce amichevole, il chiacchierio della televisione, il disordine di un frigorifero pieno. Piatti nel lavandino, giochi sul pavimento, video di YouTube che andavano sul cellulare. Il frastuono felice di una famiglia normale — la vita di cui si aspettava di poter far parte.
Invece, la ragazza sentì di essere già invischiata in un amaro e complesso conflitto. Non poteva di certo sperare di divenire amica di quei bambini in un momento — non con le dinamiche familiari che le si erano rivelate fino a quel momento. Quel luogo era un campo di battaglia — e per quanto avrebbe potuto trovare un alleato in Ella, temeva di aver già trovato una nemica in Antoinette.
La luce del soffitto, che stava lampeggiando già da un po', si spense. Cassie armeggiò col suo zaino, cercò il telefono, e iniziò a disfare i bagagli meglio che poteva alla luce della torcia. Poi mise il cellulare in carica nell'unica presa che riuscì a vedere, sul lato opposto della stanza, e si trascinò al buio verso il letto.
Preoccupata, affamata e infreddolita, si mise comoda tra le fredde lenzuola e le tirò su fino al mento. Si era aspettata di sentirsi più speranzosa e positiva dopo aver conosciuto la famiglia, invece si ritrovò a dubitare di potersela cavare, e a temere ciò che sarebbe accaduto l'indomani.
La statua si trovava all'ingresso della camera di Cassie, avvolta nell'oscurità.
I suoi occhi senza vita si aprirono e la bocca si dischiuse, mentre si avvicinava alla ragazza. Le crepe intorno alle labbra si fecero più grosse, e poi l'intero volto iniziò a disintegrarsi. Frammenti di marmo caddero e tintinnarono sul pavimento.
“No", bisbigliò Cassie, ma si rese conto di non potersi muovere. Era intrappolata nel letto, con gli arti immobili, sebbene la mente terrorizzata la implorasse di fuggire.
La statua si diresse verso di lei, con le braccia tese, e frammenti di pietra le caddero dagli arti. Iniziò ad urlare, emettendo un suono acuto e sottile, e mentre lo faceva, Cassie vide cosa si mostrava sotto la superficie di marmo.
Il volto di sua sorella. Freddo, grigio, morto.
“No, no, no!” urlò Cassie, e le sue stesse urla la svegliarono.
La stanza era completamente buia; la ragazza si ritrovò rannicchiata in una palla tremante. Si sedette, nel panico, allungando la mano per trovare l'interruttore della luce, senza successo.
La sua paura peggiore… quella che cercava di sopprimere durante il giorno, e che si faceva strada negli incubi. Era la paura che Jacqui fosse morta. Perché per quale altro motivo sua sorella aveva smesso improvvisamente di comunicare con lei? Perché non le aveva mandato lettere, fatto telefonate, o cercato di contattarla per anni?
Tremando di freddo e paura, Cassie si rese conto che il suono dei frammenti di pietra del suo sogno si era trasformato nel rumore della pioggia che, trasportata dal vento, sbatteva contro i vetri delle finestre. E sopra a quello della pioggia, la ragazza udì un altro rumore. Uno dei bambini stava urlando.
“Da qui potrai sentire i bambini se piangono o ti chiamano — in caso occupati di loro, per favore”.
Cassie si sentì confusa e disorientata. Sperava di poter accendere una luce sul comodino e avere qualche minuto per potersi calmare. Il sogno era stato così reale che si sentiva ancora intrappolata al suo interno. Ma le urla probabilmente erano cominciate mentre lei dormiva — avrebbero anche potuto essere la causa del suo incubo. C'era urgente bisogno di lei, doveva fare in fretta.
La ragazza spostò il piumone, rendendosi conto che le finestre non erano state chiuse bene. La pioggia si era infiltrata dalla fessura e il fondo delle coperte era fradicio. Cassie scese dal letto e si addentrò nell'oscurità, attraversando la stanza nella direzione in cui sperava di trovare il suo telefono.
Una pozza d'acqua sul pavimento aveva trasformato le piastrelle in ghiaccio. La ragazza scivolò, perdendo l’equilibrio, e atterrò sulla schiena con un grosso tonfo. Picchiò la testa contro la struttura del letto e le si offuscò la vista.
“Maledizione", bisbigliò, sollevandosi su mani e piedi, e attendendo che il dolore e le vertigini si placassero.
Cassie si mosse a gattoni sulle piastrelle e tastò per terra per trovare il telefono, sperando che si fosse salvato dall'allagamento. Con sollievo, si rese conto che quel lato della stanza era asciutto. Accese la torcia, cercando di sollevarsi in piedi. La testa le pulsava e la sua maglia era fradicia. Se la tolse e indossò la prima cosa che riuscì a trovare — un paio di pantaloni della tuta e una maglietta grigia. A piedi nudi, uscì di corsa dalla stanza.
La ragazza puntò la luce della torcia contro le pareti, ma non riuscì a trovare neanche un interruttore nelle vicinanze. Con attenzione, seguì il fascio di luce in direzione delle urla, andando verso la suite dei Dubois. La camera più vicino alla loro era quella di Ella.
Cassie bussò di fretta ed entrò.
Grazie al cielo, c'era della luce finalmente. Nel bagliore del lampadario, la ragazza riuscì a vedere il letto singolo vicino alla finestra. Ella aveva fatto cadere le coperte coi piedi. Urlando e strillando nel sonno, stava combattendo contro i demoni del suo sogno.
“Ella, svegliati!”
Chiudendo la porta, Cassie corse a sedersi sul bordo del letto, afferrando con gentilezza le spalle della bimba addormentata, curve e tremanti. I capelli scuri erano arruffati e la maglietta sollevata. Ella aveva spinto il piumone ai piedi del letto — doveva avere freddo.
“Svegliati, è tutto a posto. È solo un brutto sogno”.
“Stanno venendo a prendermi!” Singhiozzò la bambina, sforzandosi per riuscire a sfuggire alla presa. “Stanno arrivando, aspettano fuori dalla porta!”
Cassie la tenne stretta e cercò di farla sedere, spostando un cuscino dietro la bimba mentre le lisciava la maglietta sgualcita. Ella tremava di paura. La familiarità con cui si era riferita a “loro” portò Cassie a chiedersi se si trattasse di un incubo ricorrente. Cosa stava succedendo nella vita di Ella per far scattare un terrore tanto reale nei suoi sogni? La bimba era completamente traumatizzata, e Cassie non aveva idea di quale fosse il modo migliore per calmarla. Aveva un vago ricordo di Jacqui, sua sorella, che scuoteva una scopa contro un mobile per cacciare un mostro immaginario. Ma il terrore ha le sue radici nella realtà. Gli incubi di Cassie erano cominciati dopo che si era nascosta nel mobile durante uno degli scoppi d'ira post sbornia del padre.
La ragazza si chiese se anche le paure di Ella avessero radici in qualcosa che le era accaduto. Avrebbe dovuto cercare di scoprirlo in un altro momento, per ora doveva convincerla del fatto che i demoni se ne fossero andati.
“Nessuno sta venendo a prenderti. È tutto a posto. Guarda. Ci sono qui io, e le luci sono accese”.
Ella spalancò gli occhi. Pieni di lacrime, fissarono Cassie per un momento, e poi la bimba girò la testa, concentrandosi su qualcosa alle sue spalle.
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