Una brusca frenata e lo squillo di un clacson la svegliarono improvvisamente. L'autista stava cercando di passare oltre un camion fermo, per uscire dall'autostrada e girare su una piccola stradina costeggiata dagli alberi. Aveva smesso di piovere, e nella tenue luce serale, la vista autunnale era meravigliosa. Cassie guardò fuori dal finestrino, assorbendo la vista del paesaggio collinare e del mosaico di campi coltivati, intervallati da enormi foreste scure. L’auto superò un vigneto, con le file ordinate di viti che circondavano il pendio della collina.
Riducendo la velocità, l'autista attraversò un villaggio. La strada era costeggiata da pallide case di pietra con finestre ad arco e tetti spioventi. Oltre questi, Cassie poteva vedere distese di campi e, mentre superavano un ponte di pietra, intravide un canale lungo il quale si stendevano salici piangenti. L'alta guglia di una chiesa attirò la sua attenzione e la ragazza si chiese quanto potesse essere vecchia quella costruzione.
Dobbiamo essere vicini al castello, pensò Cassie, forse anche nel suo quartiere. Poi cambiò idea, quando si lasciarono il paese alle spalle e si addentrarono ulteriormente tra le colline, finché la ragazza si ritrovò completamente disorientata e non ebbe più modo di vedere l'alta guglia. Non si aspettava che il castello fosse così lontano. Si sentì il GPS dare la notifica di “Nessun segnale” e l'autista esclamò seccato, prese in mano il telefono e iniziò ad osservare attentamente la mappa mentre guidava.
Infine il taxi svoltò a destra attraverso le alte colonne di un cancello, e Cassie si sedette diritta, fissando il vialetto di ghiaia. Di fronte a lei, alto ed elegante, con la luce del tramonto che colpiva le sue mura ricoperte di pietra, si ergeva un castello.
Le gomme dell’auto scricchiolarono sulla pietra quando la macchina si fermò fuori da un alto ed imponente ingresso, e Cassie iniziò a sentirsi nervosa. Quella casa era decisamente più grande di quanto si aspettasse. Sembrava un palazzo, sovrastato da alti comignoli e torrette adornate. La ragazza contò diciotto finestre nei due piani dell'imponente facciata, decorate da dettagli e decorazioni in pietra. La casa si affacciava su un giardino curato, ricco di siepi immacolatamente potate e vialetti pavimentati.
Cosa aveva in comune lei, che veniva dal niente, con la famiglia che viveva all’interno di quel castello, in cotanto splendore?
Cassie si rese conto che l'autista stava picchiettando impazientemente sul volante — non aveva alcuna intenzione di aiutarla coi bagagli. La ragazza scese velocemente.
Il vento implacabile le fece venire immediatamente freddo, perciò si affrettò verso il baule, tirò fuori in malo modo la sua valigia, attraversò il vialetto di ghiaia e si mise al riparo sotto al portico, dove indossò la giacca e la chiuse immediatamente.
Non vi era un campanello accanto all’enorme porta in legno massiccio, ma solo un grosso batacchio in ferro posto direttamente sul portone, freddo al tatto. Il rumore che fece fu sorprendentemente alto, e pochi momenti dopo aver bussato, Cassie udì dei lievi passi.
La porta si aprì e la ragazza si ritrovò di fronte una cameriera vestita in uniforme scura, coi capelli raccolti in una coda di cavallo. Dietro di lei, Cassie potè osservare un grande atrio con arazzi alle pareti e una magnifica scalinata in legno in fondo alla stanza.
La cameriera si guardò intorno quando sentì una porta sbattere.
Immediatamente, Cassie avvertì la presenza di un litigio. Poteva percepirla, sentiva l'elettricità nell'aria, come una tempesta che stava per sopraggiungere. Lo notò nel portamento nervoso della domestica, nel rumore causato dalla porta e nel caos di urla in lontananza che scemarono nel silenzio. I suoi organi interni si contrassero e sentì un desiderio impellente di andarsene. Di rincorrere l'autista che stava per ripartire e farlo tornare indietro.
Invece, rimase al suo posto e si sforzò di sorridere.
“Sono Cassie, la nuova ragazza alla pari. La famiglia mi sta aspettando”.
“Oggi?” La cameriera parve preoccupata. “Aspetta un attimo”. Non appena la domestica si affrettò dentro casa, Cassie la sentì chiamare “Monsieur Dubois, venga, in fretta per favore”.
Un attimo dopo, un uomo robusto con capelli scuri a tratti brizzolati attraversò l'atrio, con un'espressone temibile. Quando vide Cassie alla porta, si fermò sui suoi passi.
“Sei già qui?” chiese. “La mia fidanzata mi aveva detto che saresti arrivata domani mattina”.
L’uomo si girò per dare un'occhiataccia alla donna coi capelli ossigenati che lo stava seguendo. Indossava un abito da sera e i suoi lineamenti attraenti esprimevano grande tensione.
“Sì, Pierre, ho stampato l'email quando ero in città. L'agenzia mi ha detto che il volo atterrava alle quattro del mattino”. Girandosi verso il tavolo di legno lavorato presente nell'atrio, spostò un fermacarte in vetro e brandì un foglio in sua difesa. “Ecco. Vedi?”
Pierre diede uno sguardo al foglio e sospirò.
“Dice quattro del pomeriggio. Non del mattino. L'autista che hai prenotato sicuramente conosce la differenza, perciò eccola qui”. Si girò verso Cassie e le tese la mano. “Mi chiamo Pierre Dubois. Questa è la mia fidanzata, Margot”.
L’uomo non presentò la domestica. Invece Margot le urlò di andare e preparare la stanza di fronte a quella dei bambini, e la cameriera se ne andò di fretta.
“Dove sono i bambini? Sono già a letto? Dovrebbero conoscere Cassie", disse Pierre.
Margot scosse la testa. “Stavano cenando”.
“Così tardi? Non ti ho detto che devono cenare presto durante la settimana? Anche se sono in vacanza, dovrebbero andare a letto presto per non perdere l'abitudine”.
Margot fissò l’uomo e scrollò le spalle con rabbia prima di dirigersi verso la porta sulla destra, picchiettando sul pavimento coi tacchi a spillo.
“Antoinette?” chiamò. “Ella? Marc?”
Si sentì un frastuono di passi ed urla.
Un bambino dai capelli scuri corse nell'atrio, reggendo una bambola per i capelli. Era inseguito da vicino da una bimba più piccola e grassottella, in un mare di lacrime.
“Ridammi la mia Barbie!” urlò lei.
Fermandosi di colpo alla vista degli adulti, il bambino si precipitò verso le scale. Sfrecciando nella loro direzione, colpì con la spalla il fianco di un grosso vaso blu e oro.
Cassie, inorridita, si portò le mani alla bocca, alla vista del vaso che iniziò a dondolare sulla sua base, prima di cadere ed infrangersi sul pavimento. Frammenti di vetro colorato si riversarono sulle scure assi di legno.
Il silenzio scioccante fu rotto dal ruggito furibondo di Pierre.
“Marc! Restituisci la bambola ad Ella”.
Trascinando i piedi, col labbro inferiore sporgente, il bambino tornò indietro, oltrepassando i frammenti del vaso. A malincuore, porse la bambola al padre, che la diede alla figlia. I singhiozzi della bimba diminuirono mentre accarezzava i capelli della bambola.
“Quello era un vaso in vetro di Durand”, Margot sibilò al bambino. “D'epoca. Insostituibile. Non hai alcun rispetto per gli averi di tuo padre?”
La donna ottenne solo un silenzio imbronciato in risposta.
“Dov'è Antoinette?” chiese Pierre, frustrato.
Margot guardò in alto e, seguendo il suo sguardo, Cassie vide una ragazza snella coi capelli scuri, in cima alle scale — sembrava essere la più grande dei tre, di qualche anno. Vestita in modo elegante in un abito perfettamente stirato, attese con una mano sulla balaustra finché non ebbe l'attenzione dell'intera famiglia. Poi, col mento sollevato, scese.
Desiderosa di fare una buona impressione, Cassie si schiarì la voce e tentò di fare un saluto amichevole.
“Ciao, bambini. Mi chiamo Cassie. Sono molto felice di essere qui, e sono contenta di potermi prendere cura di voi”.
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