1 ...7 8 9 11 12 13 ...17 Ancora spaventata dal proprio incubo, e per via dell'insistenza di Ella nel vedere qualcuno in particolare, Cassie si guardò velocemente intorno, col battito che accelerò allo spalancarsi della porta.
Margot era all'ingresso, con le mani sui fianchi. Indossava una vestaglia di seta turchese e i suoi capelli biondi erano acconciati in una treccia morbida. I lineamenti perfetti erano rovinati solo da una piccola sbavatura di mascara residuo.
La donna emanava collera, e Cassie sentì contorcersi lo stomaco.
“Perché ci hai messo così tanto?” le urlò Margot. “Le urla di Ella ci hanno svegliato, vanno avanti da ore! Abbiamo fatto tardi ieri sera — non ti paghiamo per non riuscire a dormire!”
Cassie la fissò, confusa dal fatto che il benessere della bambina pareva essere l'ultimo dei pensieri della donna.
“Mi dispiace”, disse. Ella era attaccata a lei e le rendeva impossibile alzarsi in piedi per affrontare il suo datore di lavoro. “Sono venuta non appena l'ho sentita, ma si è fulminata la luce in camera, ed era completamente buio, perciò mi ci è voluto un po' per —”
“Sì, ci hai messo troppo, e ora questo è il tuo primo avvertimento! Pierre lavora molte ore, e diventa nervoso quando i bambini lo svegliano”.
“Ma…” con un'ondata di disprezzo, la domanda uscì dalle labbra di Cassie. “Non poteva venire da Ella se l'ha sentita piangere? È la mia prima notte, e non riuscivo a trovare nulla al buio. Farò meglio la prossima volta, lo prometto, ma, voglio dire, è sua figlia e stava avendo un incubo terribile”.
Margot si avvicinò a Cassie, col volto teso. Per un momento lei pensò che la donna stesse per scusarsi in modo brusco, ma che sarebbero riuscite a raggiungere un qualche tipo di tregua.
Ma si sbagliava.
Margot allungò la mano e le tirò un forte schiaffo.
Cassie indietreggiò urlando, cercando di trattenere le lacrime quando sentì che le urla di Ella stavano peggiorando. La guancia le bruciava per il colpo ricevuto, il bernoccolo che aveva in testa pulsava sempre più forte, e la sua mente era scossa dall'orrore dovuto alla consapevolezza che il suo nuovo datore di lavoro era violento.
“Prima che ti assumessimo, c'era una domestica ad assolvere ai tuoi compiti. Può farlo di nuovo, abbiamo molti servitori. Questo è il tuo secondo avvertimento. Non tollero la pigrizia, o che lo staff mi contraddica. Il terzo avvertimento porterà al licenziamento immediato. Ora, fai smettere di piangere la bambina, così possiamo finalmente dormire”.
La donna uscì dalla stanza, sbattendosi la porta alle spalle.
Freneticamente, Cassie strinse Ella tra le braccia, sentendo un sollievo enorme quando i singhiozzi della bambina iniziarono a placarsi.
“Va tutto bene”, bisbigliò. “È tutto a posto, non ti preoccupare. La prossima volta farò più in fretta, troverò la strada più facilmente. Vuoi che dorma qui per il resto della notte? E possiamo lasciare la luce del comodino accesa, per essere più sicure?”
“Sì, resta, per piacere. Puoi aiutare ad impedire che tornino”, sussurrò Ella. “E lascia la luce accesa. Non credo gli piaccia”.
La stanza era arredata con sfumature di blu, ma la lampada sul comodino, con il suo paralume rosa, era un articolo luminoso e confortevole.
Anche mentre consolava Ella, Cassie sentiva che avrebbe potuto vomitare, e si rese conto che le mani le tremavano violentemente. Si mise sotto le coperte, felice di poter stare al caldo, perché stava congelando.
Come poteva continuare a lavorare per un datore di lavoro che l’aveva insultata e colpita di fronte ai bambini? Era impensabile, imperdonabile, e aveva riportato a galla troppi dei suoi ricordi personali, che era riuscita col tempo a dimenticare. Appena sveglia, l'indomani, avrebbe dovuto fare i bagagli e andarsene.
Ma… non era ancora stata pagata; avrebbe dovuto aspettare fino alla fine del mese per avere anche solo un euro. Non poteva assolutamente permettersi la corsa in taxi verso l'aeroporto, figuriamoci le spese per cambiare il biglietto aereo.
C'era anche il problema dei bambini.
Come poteva lasciarli nelle mani di quella donna violenta ed imprevedibile? Avevano bisogno di qualcuno che si prendesse cura di loro — soprattutto la piccola Ella. Cassie non poteva stare lì, seduta con lei, a consolarla e prometterle che sarebbe andato tutto per il meglio, per poi scomparire il giorno successivo.
Con una sensazione di malessere, la ragazza si rese conto di non avere scelta. Non poteva andarsene in quel momento. Era finanziariamente e moralmente obbligata a restare.
Doveva solo cercare di non far perdere la pazienza a Margot, per evitare di ricevere il suo terzo ed ultimo avvertimento.
Cassie aprì gli occhi, fissando il soffitto non familiare con le idee confuse. Le servirono alcuni minuti per orientarsi e capire dove si trovasse — nel letto di Ella, con le luci del mattino che si infiltravano da una fessura tra le tende. La bimba dormiva ancora profondamente, mezza sepolta sotto il piumone. Il retro della testa di Cassie pulsava ad ogni movimento, e il dolore le ricordò tutto quello che era successo la notte precedente.
La ragazza si sedette di fretta, ricordandosi le parole di Margot, lo schiaffo doloroso, e gli avvertimenti che aveva ricevuto. Sì, aveva sbagliato a non correre immediatamente da Ella, ma tutto ciò che era successo in seguito era profondamente ingiusto. Quando aveva provato a difendersi, era stata solo ulteriormente punita. Perciò forse era il caso che in mattinata discutesse con calma alcune regole con la famiglia Dubois, per assicurarsi che un fatto del genere non si ripetesse.
Perché la sveglia non aveva ancora suonato? L'aveva puntata alle sei e mezza, sperando di arrivare puntuale per la colazione, alle sette.
Cassie controllò il telefono, e con orrore vide che aveva la batteria scarica. La ricerca continua di segnale doveva averla fatta scaricare più in fretta del previsto. Scendendo dal letto senza far rumore, la ragazza tornò nella sua stanza, mise il telefono a caricare e attese con ansia che si accendesse.
Cassie imprecò sottovoce quando vide che erano quasi le sette e mezza. Aveva dormito troppo, e ora doveva far sì che tutti si preparassero il più velocemente possibile.
Si affrettò nuovamente in camera di Ella, e tirò le tende.
“Buon giorno”, le disse. “È una bellissima giornata di sole, ed è ora di colazione”.
Ma Ella non voleva alzarsi. Probabilmente aveva faticato ad addormentarsi dopo il brutto sogno che aveva avuto nel corso della notte, e si era svegliata di cattivo umore. Arrabbiata e stanca, afferrò il piumone in lacrime, quando Cassie tentò di tirarlo indietro. Alla fine, ricordandosi del dolce che aveva portato con sé, la ragazza decise di corrompere la bambina per farla uscire dal letto.
“Se riesci ad essere pronta in cinque minuti, puoi avere un pezzo di cioccolato”.
Il trucco ebbe effetto, ma c'erano altri problemi ad attendere Cassie. Ella si rifiutò di indossare ciò che la ragazza aveva scelto per lei.
“Voglio mettere un vestito oggi”, continuava ad insistere.
“Ma Ella, poi prendi freddo se usciamo”.
“Non mi interessa. Voglio indossare un vestito”.
Cassie alla fine riuscì ad ottenere un compromesso, scegliendo l'abito più caldo che potesse trovare — un vestito di velluto a coste a maniche lunghe, con calzamaglia pesante e stivali col collo di pelliccia. Ella si sedette sul letto, dondolando le gambe, e col labbro inferiore tremolante. Un bambino era finalmente pronto, ma ne mancavano ancora due.
Quando Cassie aprì la porta della camera di Marc, fu sollevata nel vedere che il bimbo fosse già sveglio e in piedi. Avvolto in un pigiama rosso, stava giocando con un esercito di soldatini sparsi sul pavimento. La grande scatola dei giochi di metallo che teneva sotto al letto era aperta, e il bambino era circondato da macchinine e da una mandria intera di animali da fattoria. Cassie dovette fare molta attenzione per non calpestarne neanche uno.
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