Patrick Süskind - Il profumo

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Jean-Baptiste Grenouille, nato il 17 luglio 1783 nel luogo più puzzolente di Francia, il Cimetière des Innocents di Parigi, rifiutato dalla madre fin dal momento della nascita, rifiutato dalle balie perché non ha l'odore che dovrebbero avere i neonati, anzi perché "non ha nessun odore", rifiutato dagli istituti religiosi, riesce a sopravvivere a dispetto di tutto e di tutti. E, crescendo, scopre di possedere un dono inestimabile: una prodigiosa capacità di percepire e distinguere gli odori. Forte di questa facoltà, di quest'unica qualità, Grenouille decide di diventare il più grande profumiere del mondo, e il lettore lo segue nel suo peregrinare tra botteghe odorose, apprendista stregone che supera in breve ogni maestro passando dalla popolosa e fetida Parigi a Grasse, città dei profumieri nell'ariosa Provenza. L'ambizione di Grenouille non è quella di arricchirsi, né ha sete di gloria; persegue, invece, un suo folle sogno: dominare il cuore degli uomini creando un profumo capace di ingenerare l'amore in chiunque lo fiuti, e pur di ottenerlo non si fermerà davanti a nulla.

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Quando compì dodici anni, Grimal gli concesse mezza giornata di libertà la domenica, e a tredici persino nei giorni feriali, la sera dopo il lavoro, ebbe il permesso di assentarsi per un’ora e di fare quello che voleva. Aveva vinto, poiché viveva, e possedeva una porzione di libertà, che bastava per continuare a vivere. I tempi in cui il problema era superare l’inverno erano passati. Grenouille, la zecca, si ridestò. Fiutò l’arrivo di tempi nuovi. Fu preso dal piacere della caccia. Dinanzi a lui si apriva l’area olfattiva più grande del mondo: la città di Parigi.

7

Era come nel paese di Bengodi. Già solo i quartieri confinanti di Saint-Jacques-de-la-Boucherie e di Saint-Eustache erano un paese di Bengodi. Nei lontani vicoli di Rue Saint-Denis e di Rue Saint-Martin, gli uomini vivevano così stretti l’uno all’altro, le case erano così pigiate l’una contro l’altra, alte cinque, sei piani, che non si vedeva il cielo, e giù a terra l’aria stagnava come in canali umidi, piena di odori. Si mescolavano odori di uomini e di animali, esalazioni di cibi e malattie, d’acqua e pietra e cenere e cuoio, di sapone e pane appena sfornato e uova fatte bollire in aceto, di pasta e ottone lucidato, di salvia e birra e lacrime, di grasso e paglia umida o asciutta. Migliaia e migliaia di odori si condensavano in una poltiglia invisibile che riempiva i buchi dei vicoli, e al disopra dei tetti si dileguava di rado, giù a terra mai. Le persone che vivevano lì non sentivano nessun odore particolare in questa poltiglia; era pur nata da loro e li aveva impregnati di continuo, era come un vestito caldo portato a lungo di cui non si sente più l’odore e che non si avverte più sulla pelle. Ma Grenouille sentiva tutti gli odori come per la prima volta. E non soltanto percepiva l’insieme di questo miscuglio di odori, ma lo suddivideva in modo analitico nelle sue minime e più indistinte parti e particelle. Il suo naso raffinato sbrogliava quel groviglio di esalazioni e di fetori in singoli fili di odori fondamentali che non si potevano scomporre ulteriormente. Per lui era un indicibile divertimento dipanare questi fili e avvolgerli sul fuso.

Spesso stava immobile, appoggiato al muro di una casa o addossato a un angolo buio, a occhi chiusi, la bocca semiaperta e le narici dilatate, muto come un pesce predatore in un corso d’acqua grande e oscuro dal lento fluire. E quando infine un alito di vento gli portava davanti l’estremo di un esile filo di aroma, allora lo ghermiva e non lo lasciava più andare, non annusava altro se non quest’unico odore, lo teneva stretto, lo risucchiava in sé e in sé lo custodiva per sempre. Poteva essere un odore che conosceva da tempo, oppure una sua variante, ma poteva anche essere del tutto nuovo, senza nessuna somiglianza o quasi con tutto ciò che aveva annusato fino allora e tanto meno visto: l’odore della seta stirata, ad esempio, l’odore di un infuso di timo, l’odore di un pezzo di broccato ricamato d’argento, l’odore del tappo di una bottiglia di vino raro, l’odore di un pettine di tartaruga. Grenouille rincorreva questi odori a lui ancora sconosciuti, li inseguiva con la passione e la perseveranza di un pescatore con la lenza e li accumulava in sé.

Quando aveva annusato a sazietà la grassa poltiglia dei vicoli, andava in una zona più ariosa, dove gli odori erano più rarefatti, si mescolavano al vento e si diffondevano, quasi come un profumo: e cioé nella piazza dei mercati generali, dove di sera negli odori continuava a vivere il giorno, invisibile, ma così evidente, come se là tra la folla si affrettassero ancora su e giù i mercanti, come se ci fossero ancora i panieri stracolmi di verdure e di uova, le botti piene di vino e di aceto, i sacchi di spezie, patate e farina, le casse di chiodi e di viti, i banchi della carne, i banchi pieni di stoffe e stoviglie e suole da scarpe e tutte le altre cento cose che si vendevano di giorno… tutto quel viavai era presente fino al minimo particolare nell’aria che si era lasciato dietro. Grenouille vedeva tutto il mercato con l’olfatto, se così si può dire. E con l’olfatto lo vedeva più precisamente di quanto altri avrebbero potuto vederlo con gli occhi, giacché lo percepiva in un secondo tempo e quindi in modo più elevato: come essenza, come lo spirito di qualcosa che c’era stato, qualcosa di non turbato dagli attributi usuali del presente quali il rumore, i suoni striduli, la promiscuità disgustosa degli uomini in carne e ossa.

Oppure si recava nel luogo in cui avevano decapitato sua madre, in Place de Grève, che andava a lambire il fiume come una grossa lingua. Qui, ancorate a riva oppure ormeggiate ai pali, c’erano le navi, e sapevano di carbone e grano e fieno e cime umide.

E da ovest, da quell’unica pista tagliata dal fiume attraverso la città, veniva una grande corrente d’aria e portava gli odori del paese, dei prati vicini a Neuilly, dei boschi tra Saint-Germain e Versailles, delle città più lontane come Rouen o Caen e talvolta persino del mare. Il mare aveva l’odore di una vela gonfia di vento in cui rimaneva un sentore d’acqua, di sale e di un sole freddo. Aveva un odore semplice, il mare, ma nello stesso tempo così vasto e unico nel suo genere, che Grenouille esitava a suddividerlo in odore di pesce, di sale, di acqua, di alga, di fresco e così via. Preferiva lasciare intatto l’odore del mare, lo custodiva intero nella memoria e lo godeva indiviso. L’odore del mare gli piaceva tanto che avrebbe desiderato una volta averlo puro, non mescolato e in quantità tale da potersene ubriacare. E in seguito, quando apprese dai racconti com’era grande il mare e come si poteva percorrerlo con navi per giorni interi senza vedere terra, nulla gli fu più gradito che immaginare di trovarsi su una di quelle navi, molto in alto nella coffa dell’albero più a prua, e di volare attraverso l’odore senza fine del mare, che in realtà non era più un odore, ma un respiro, un espirare, la fine di tutti gli odori, e gli pareva di dissolversi, in questo respiro, dal piacere. Ma era destino che non si arrivasse a tanto, perché Grenouille, che stava sulla riva in Place de Grève, espirando e inspirando più volte il soffio leggero del vento marino che gli passava sotto il naso, non avrebbe mai visto in tutta la vita il mare, il vero mare, il grande oceano che si stendeva a occidente, e non avrebbe mai potuto confondersi con quell’odore.

In breve tempo aveva annusato così a fondo il quartiere tra Saint-Eustache e l’Hôtel de Ville, che ci si orientava anche nella più buia delle notti. E quindi ampliò il suo terreno di caccia, dapprima a ovest, in Faubourg Saint-Honoré, poi in Rue Saint-Antoine su fino alla Bastiglia, e infine persino sulla riva opposta del fiume, nel quartiere della Sorbona e in Faubourg Saint-Germain, dove abitavano i ricchi. Dalle inferriate delle porte carraie veniva l’odore dei sedili in pelle delle carrozze e della cipria delle parrucche dei paggi, e al di sopra delle alte mura si diffondeva dai giardini il profumo della ginestra e delle rose e dei ligustri appena potati. Fu anche qui che Grenouille per la prima volta annusò profumi nel vero senso della parola: semplice acqua di lavanda o di rose, con cui in occasione delle feste si alimentavano le fontane a zampillo dei giardini, ma anche aromi più pregiati e più complessi, di tintura di muschio mista a olio di neroli e tuberosa, giunchiglia, gelsomino o cannella, che di sera le carrozze eleganti si lasciavano dietro come una pesante scia. Grenouille registrava questi aromi così come registrava odori profani, con curiosità, ma senza particolare ammirazione. Certo, si accorgeva che il profumo aveva lo scopo di creare un effetto inebriante e avvincente, e riconosceva la bontà delle singole essenze di cui erano composti i profumi. Ma nell’insieme gli sembravano piuttosto rozzi e grossolani, più raffazzonati che non combinati, e sapeva che sarebbe stato in grado di produrre profumi buoni ben diversi, se solo avesse potuto disporre degli stessi elementi.

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