In Rue de la Mortellerie, accanto al fiume, conosceva un conciatore di nome Grimal, che notoriamente aveva bisogno di manodopera giovane: non di apprendisti o garzoni regolari, bensì di braccianti a poco prezzo. In quell’attività c’erano appunto lavori — spolpare pelli di animali in decomposizione, mescolare liquidi di concia e coloranti, preparare cortecce da concia corrosive — talmente pericolosi per la vita, che un padrone conscio delle proprie responsabilità possibilmente non impiegava per questi i suoi aiutanti qualificati, bensì marmaglia disoccupata, vagabondi o appunto bambini abbandonati dei quali in caso di dubbio nessuno più chiedeva notizia. Naturalmente Madame Gaillard sapeva che, a giudizio d’uomo, Grenouille non aveva nessuna possibilità di sopravvivere nella conceria di Grimal. Ma non era il tipo di donna da preoccuparsene. Il suo dovere lo aveva pur fatto. Il rapporto d’assistenza era terminato. Come sarebbe stato l’avvenire del ragazzo non la riguardava. Se sopravviveva, bene, se moriva, bene ugualmente… l’importante era che tutto avvenisse in modo lecito. E quindi si fece attestare per iscritto la consegna del ragazzo da Monsieur Grimal, dal canto suo firmò la ricevuta di quindici franchi di provvigione e ritornò verso casa in Rue de Charonne. Non avvertiva neppure un’ombra di rimorso. Al contrario, riteneva di aver agito non soltanto in modo lecito, ma anche giusto, poiché la permanenza di un bambino per cui nessuno pagava avrebbe gravato necessariamente sugli altri bambini, o addirittura su di lei, e avrebbe potuto compromettere l’avvenire degli altri piccoli pensionanti o addirittura il suo futuro personale, e cioé la sua morte privata, appartata, l’unica cosa che desiderasse ancora nella vita.
Dal momento che a questo punto della storia lasciamo Madame Gaillard e anche più tardi non la incontreremo più, descriveremo in poche frasi la fine dei suoi giorni. Sebbene già da bambina fosse interiormente morta, per sua disgrazia Madame divenne molto, molto vecchia. Nell’anno 1782, a quasi settant’anni, lasciò il suo mestiere, si assicurò un vitalizio, come si era prefissa, si ritirò nella sua casetta e aspettò la morte. Ma la morte non venne. In sua vece venne qualcosa che nessuno al mondo avrebbe potuto prevedere e che nel paese non s’era mai avuto, e cioé una rivoluzione, vale a dire una rapidissima trasformazione di tutti i rapporti sociali, morali e trascendentali. In un primo tempo questa rivoluzione non ebbe ripercussioni sul destino personale di Madame Gaillard. Ma in seguito — lei aveva ormai quasi ottant’anni — dall’oggi al domani risultò che colui che le passava il vitalizio dovette emigrare, fu espropriato e i suoi beni furono venduti all’asta a un fabbricante di pantaloni. Per un certo tempo sembrò che neanche questo mutamento provocasse conseguenze fatali per Madame Gaillard, perché il fabbricante di pantaloni continuò a pagare puntualmente la rendita. Ma poi venne il giorno in cui lei ricevette il denaro non più in moneta sonante, bensì sotto forma di foglietti di carta stampata, e questo fu l’inizio della sua fine materiale.
Nel giro di due anni la rendita non bastò più neppure a pagare la legna da ardere. Madame si vide costretta a vendere la sua casa a un prezzo ridicolmente basso, perché d’un tratto oltre a lei c’erano altre migliaia di persone costrette ugualmente a vendere la loro casa. E di nuovo, come controvalore, ricevette soltanto quegli stupidi foglietti, che di nuovo due anni dopo non valevano più nulla, e nell’anno 1797 — ormai si avviava ai novanta — aveva già perso tutto il suo patrimonio, accumulato a fatica con un lavoro secolare, e prese dimora in una minuscola camera ammobiliata in Rue des Coquilles. E soltanto allora, con dieci, vent’anni di ritardo, venne la morte, e venne sotto forma di una lunga e complessa malattia tumorale, che prese Madame alla gola e la privò prima dell’appetito e poi della voce, dimodoché, quando fu trasportata all’Hôtel-Dieu, non poté spendere neppure una parola per sollevare obiezione. Là la portarono nella stessa sala, affollata da centinaia di persone in fin di vita, in cui già era morto suo marito, la misero in un letto assieme ad altre cinque vecchie donne del tutto estranee, dove giacque a corpo a corpo con le altre, e là la lasciarono a morire per tre settimane, sotto gli occhi di tutti. Poi misero il suo corpo in un sacco che fu ricucito, alle quattro del mattino lo gettarono su un carro da trasporto insieme con altri cinquanta cadaveri, e al fievole tintinnio di una campanella lo portarono al nuovo cimitero di Clamert, a un miglio di distanza dalla porte della città, e là l’adagiarono in una fossa comune per l’estremo riposo, sotto uno spesso strato di calce viva.
Questo avvenne nell’anno 1799. Grazie a Dio, in quel giorno dell’anno 1747, quando Madame tornò a casa e abbandonò il ragazzo Grenouille e la nostra storia, non sospettò nulla di questo destino incombente su di lei. Avrebbe potuto perdere la fede nella giustizia, e quindi nell’unico concetto della vita a lei comprensibile.
Al primo sguardo rivolto a Monsieur Grimal — no, alla prima inspirazione dell’aura olfattiva di Grimal — Grenouille seppe che alla minima insubordinazione quell’uomo avrebbe potuto picchiarlo a morte. La sua vita valeva esattamente tanto quanto il lavoro che lui era in grado di sbrigare, consisteva ormai soltanto nell’utilità che Grimal gli attribuiva. E così Grenouille si piegò, senza fare neppure per una volta un tentativo di ribellione. Da un giorno all’altro isolò di nuovo in sé tutta l’energia della sua ostinazione e della sua scontrosità, la usò soltanto per sopravvivere, alla maniera di una zecca, in quel periodo di anni bui che gli stava dinanzi: tenace, parco, senza dare nell’occhio, tenendo la fiamma della speranza di vivere bassa, ma ben protetta. Era un modello di arrendevolezza, di discrezione e di solerzia, eseguiva gli ordini alla lettera, si adattava a qualsiasi cibo. La sera si lasciava chiudere docilmente in una rimessa, costruita a fianco della conceria, in cui si custodivano gli attrezzi e si appendevano le pelli salate da trattare. Qui dormiva sulla nuda terra battuta. Durante il giorno lavorava finché c’era luce, d’inverno otto ore, d’estate quattordici, quindici, sedici ore: spolpava le pelli che puzzavano in modo bestiale, le metteva a bagno, le privava dei peli, le calcinava, le trattava con acidi, le batteva, le spalmava con la concia, spaccava la legna, scortecciava betulle e tassi, scendeva nelle fosse per conciare piene di vapori caustici, ammucchiava a strati una sopra l’altra pelli e cortecce come gli ordinavano i garzoni, vi spalmava sopra noci di galla schiacciate e ricopriva l’orribile catasta con rami di tasso e terra. Molto tempo dopo doveva dissotterrarla e togliere dalla fossa quei cadaveri di pelli ormai mummificati in cuoio conciato. Quando non sotterrava e dissotterrava le pelli, trasportava l’acqua. Per mesi portò su acqua dal fiume, ogni volta due secchi, centinaia di secchi al giorno, perché il mestiere richiedeva enormi quantità d’acqua per lavare, per ammorbidire, per bollire e per colorare. Per mesi non ebbe più una sola fibra asciutta in corpo dal gran portare acqua, la sera i suoi vestiti grondavano acqua e la sua pelle era fredda, molle e gonfia come cuoio lavato.
Dopo un anno di quest’esistenza più bestiale che umana si prese il carbonchio, una temuta malattia da conciatore che in genere ha un decorso mortale. Grimal aveva già rinunciato a lui e si guardava attorno per cercare un sostituto: non senza rimpianto del resto, perché non aveva mai avuto un lavorante modesto e redditizio come questo Grenouille. Ma contro ogni aspettativa Grenouille superò la malattia. Gli rimasero solo le cicatrici dei grandi carbonchi neri dietro le orecchie, sul collo e sulle guance, che lo sfigurarono e lo resero ancor più brutto di quanto già non fosse. Inoltre gli rimase — vantaggio incalcolabile — una resistenza al carbonchio, dimodoché da allora persino con le mani screpolate e sanguinanti poté spolpare le pelli più dure senza correre il rischio di infettarsi di nuovo. In questo si distingueva non soltanto dagli apprendisti e dai garzoni, ma anche dai suoi potenziali successori. E poiché adesso non era più tanto facile come un tempo sostituirlo, il valore del suo lavoro aumentò, e con esso il valore della sua vita. D’un tratto non fu più costretto a dormire sulla nuda terra, ma ebbe il permesso di costruirsi una lettiera di legno e ricevette della paglia da ammucchiarvi sopra e una coperta personale. Per dormire non lo rinchiudevano più. Il cibo era sufficiente. Grimal non lo teneva più come un animale qualsiasi, bensì come un animale domestico utile.
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